828. ORAZIO, Atto IV., Scena II.

23 Mar

Scena II.
VALERIO, IL VECCHIO ORAZIO, CAMILLA.

VALERIO.
Conforti a un padre a porgere, messi del re, veniamo,
E del pari attestandogli…

IL VECCHIO ORAZIO.
D’ufficio vi sollevo;
Poiché io non necessito di codesto sollievo;
Preferisco cadaveri che nell’infamia involti
Quelli che ora è un attimo mano ostile m’ha tolti.
Per la patria morirono da uomini d’onore;
Mi basta.

VALERIO.
Il terzo è unico, però, e nel vostro cuore
Di tutti e tre si merita da solo intero spazio.

IL VECCHIO ORAZIO.
Potesse in lui estinguersi anche il nome d’Orazio!

VALERIO.
Voi solo osate offenderlo dopo quello che ha fatto.

IL VECCHIO ORAZIO.
Ed io solo ho per obbligo punire il suo misfatto.

VALERIO.
Che misfatto può scorgersi nel suo ben operare?

IL VECCHIO ORAZIO.
Quale virtù risplendere può mai nello scampare?

VALERIO.
La fuga è cosa nobile in codesta occasione.

IL VECCHIO ORAZIO.
Voi fate l’onta duplice in me, e la confusione.
Certo ch’è mezzo insolito, e degno di memoria
Far della fuga il tramite per giungere alla gloria.

VALERIO.
Che confusione, ditemi, quale onta sarà a voi
L’avere fatto nascere chi salva tutti noi,
Che Roma ha fatto vincere, donandole un impero?
Per un padre può esservi più grande onore, e vero?

IL VECCHIO ORAZIO.
Che vittorie sarebbero, che onori e impero, quando
Alba sta, soggiogandoci, le leggi sue dettando?

VALERIO.
D’Alba che va dicendosi, qui, e di che vittoria?
Dunque non vi ridissero che metà della storia?

IL VECCHIO ORAZIO.
So che in fuga volgendosi egli tradì lo stato.

VALERIO.
Sì, se lo scontro al termine fosse allora arrivato.;
Ma presto fu visibile che l’uomo che fuggiva
Di Roma solo all’utile così agendo serviva.

IL VECCHIO ORAZIO.
I Romani trionfarono?

VALERIO.
Sappiate ormai, sappiate
Del figlio qual è il merito, che a torto condannate.
Contro i tre essendo l’unico, ma in questa congiuntura
Feriti essendo, e fievoli, lui senza scalfittura,
Contro tutti assai debole, contro d’ognuno forte,
Buon mezzo a trarsi escogita da quest’incerta sorte;
Fugge a meglio combattere, e questa sua finezza
Il trio, bene ingannandolo, astutamente spezza.
Ciascuno va inseguendolo con passo più spedito
O meno, ritrovandosi o meno o più ferito;
Eguale n’è l’anelito di giungere al fuggente,
Ma di quei colpi ìmpari l’esito è differente.
Ed Orazio, vedendoli tra loro separati,
Si volta, già credendoli a mezzo ammonestati:
Ed era il vostro genero quel che per primo attese.
L’altro, all’audace attendere, di sdegno si raccese,
Ed invano, attaccandolo, dimostrò il suo gran cuore;
Del sangue la gran perdita ne fiaccava il vigore.
Pure Alba si fa pavida di qualchedun trascorso;
Sprona il secondo a correre del fratello in soccorso:
Lui s’affretta, sfibrandosi in sforzi improduttivi;
Ed il fratello, al giungervi, trova non più tra i vivi.

CAMILLA.
Ahimè!

VALERIO.
Costui, con ansito, pure a pugnar s’appresta;
Così ad Orazio duplice vittoria porge lesta:
E’ appoggio troppo debole il suo coraggio stanco;
Il fratello non vendica, e gli s’abbatte al fianco.
Di grida l’aure echeggiano che ognuno al cielo invia;
Alba d’angoscia massima, e Roma d’allegria.
Com’è vicino a compiere l’eroe nostro l’impresa,
Poco tenendo il vincere, aria insolente ha presa:
“Ai mani consanguinei io due fin qui ho immolati;
A Roma spetta l’ultimo dei tre che ho affrontati;
Ed è al suo solo utile che io l’immolerò”,
Dice, e d’un moto sùbito al fine suo volò.
Tra i due è indubitabile chi a gloria si destina;
L’Albano che trafiggono più colpi si trascina,
E come fa la vittima poi che all’altare sale
Sembrava il collo porgere al vulnere mortale:
Così ebbe a riceverlo, senza opporre difese;
La morte sua fu il tramite, e Roma a gloria ascese.

IL VECCHIO ORAZIO.
Figlio! Oh, beatitudine! Di questo tempo onore!
D’uno stato in pericolo provvido salvatore!
Virtù di Roma autentica! D’Orazio schiatta degna!
Del tuo paese l’egida, della tua razza insegna!
Quando sarà ch’io soffochi tra i tuoi abbracciamenti
L’errore in cui in me nacquero quei falsi sentimenti?
Quando al mio amore spargere potrà con tenerezza
Sul capo invitto lacrime di tutta contentezza?

VALERIO.
Presto quei sensi teneri si potranno spiegare:
Il re tra breve attimo ve lo farà mandare,
E a domani posticipa la pompa, che prepara,
D’un sacrificio ai superi per gloria così rara;
Soltanto oggi acquietandoci andiamo noi con essi,
Con i canti di giubilo, e con i voti espressi.
Il re lo volle al séguito, e pure a voi m’invia
Ufficio a voi per compiere di pena e d’allegria;
Ma quest’ufficio e piccola cosa per lui ancòra;
Verrà qui lui medesimo, forse tra qualche ora:
Male sa riconoscere virtù talmente pura,
Se in persona parlandovi non ve ne rassicura,
Se non vi dice esplicito quel che siete allo stato.

IL VECCHIO ORAZIO.
Da tanta gratitudine mi sento abbacinato;
La vostra m’è bastevole che ripaghi, e conforti
D’un figlio la grand’opera, degli altri due le morti.

VALERIO.
Per lui non è possibile render un mezzo onore;
Fa lo scettro ritoltosi di mano all’offensore
Ch’egli stesso consideri il tributarvi onore
Di padre e figlio al merito persino superiore.
Io vado conto a rendergli con che alti sentimenti
La virtù va ispirandovi tutti gli atteggiamenti,
E qual mostriate anelito di stare al suo servizio.

IL VECCHIO ORAZIO.
Molto vi sarò in obbligo per tanto buon uffizio.

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