826. ORAZIO, Atto III., Scena VI.

23 Mar

Scena VI.
IL VECCHIO ORAZIO, GIULIA, SABINA, CAMILLA.

IL VECCHIO ORAZIO.
Ci venite ad apprendere, Giulia, della vittoria?

GIULIA.
No; del funesto esito dei bellicosi fatti:
Roma ora d’Alba è suddita, e i figlj son disfatti;
Su tre, due ne morirono; di lei lo sposo resta.

IL VECCHIO ORAZIO.
Oh di pugnar terribile fine davvero infesta!
E’ Roma d’Alba suddita, e tanto ad evitare
Egli osò pure l’ultimo respiro risparmiare!
No, no, ciò non può essere, Giulia, v’hanno irretita;
O Roma non è suddita, o il figlio è senza vita:
Meglio il mio sangue è cognito a me, e a lui il dovere.

GIULIA.
Con me, mille dei militi già l’ebbero a vedere.
Finché i fratelli ressero, fu per virtù ammirato;
Come dai tre egli, l’unico, si vide circondato,
Prima che lo stringessero, fuggendo si salvò.

IL VECCHIO ORAZIO.
Né fra i tradìti militi vi fu chi lo freddò?
Tra i ranghi a quell’ignobile strada hanno forse fatta?

GIULIA.
A nulla volli assistere dopo questa disfatta.

CAMILLA.
Fratelli miei!

IL VECCHIO ORAZIO.
Calmatevi; non tutti chiedon pianto.
Due un fato sortirono da cui trarrei gran vanto.
Che dei fiori più nobili ne sia il sepolcro ornato.
Da morte così splendida il lutto è compensato;
Questa fortuna séguito fa alla condotta ardita:
Che han visto Roma libera finch’hanno avuto vita,
Ed obbediente al principe suo solo l’han voluta,
Non d’uno stato prossimo provincia divenuta.
L’altro, e l’onta insanabile si pianga da lui data,
Colla sua fuga ignobile, e in fronte a noi marchiata;
Piangete sul discredito di nostra razza, e strazio
E obbrobrio incancellabile per il nome d’Orazio.

GIULIA.
Che far poteva, l’unico contro di tre?

IL VECCHIO ORAZIO.
Morire;
Da un disperato impeto farsi altro suggerire.
Pur tardando d’un attimo solo la sua disfatta,
Più tardi Roma in vincoli sarebbe stata tratta;
Dei miei crini che imbiancano sarebbe il vanto intatto;
E avrebbe del suo vivere grande mercato fatto.
Di tutto il sangue rendere conto alla patria è forza;
Ogni goccia serbatane di lui la gloria smorza;
Della sua vita ogni attimo, dopo il gesto vigliacco,
Col suo fa il mio risplendere inverecondo smacco.
Ne vorrei il corso rompere, e nel mio santo sdegno
Quanto ad un padre è lecito far contro un figlio indegno;
Così da indubbia rendere con questa punizione
La sconfessione massima di questa mala azione.

SABINA.
Un po’ meno s’ascoltino gli émpiti troppo ardenti,
Non vogliateci rendere ancòra più languenti.

IL VECCHIO ORAZIO.
Sabina, il vostro spirito si ristora con niente;
Queste vicissitudini vi toccan debolmente.
Parte mancaste prendere fin qui del fato odioso;
Grazie al cielo, scamparono per voi fratelli e sposo;
Se noi siam resi sudditi, è della patria vostra;
Per voi i fratelli vincono, la tradigione è nostra;
E’ vedendo a che culmini la loro gloria monta,
Voi non riuscite a scorgere quanto a noi viene d’onta.
Ma da amore che smodera per quel marito indegno
Presto d’eguali spasimi sarete fatta segno.
E’ una difesa debole di lui quel fare mesto:
E al potere dei superi sommo io qui attesto:
Prima ch’abbia il dì termine, queste mie proprie mani
Nel sangue vanno a tergere l’obbrobrio dei Romani.

SABINA.
Prontamente seguiamolo, quell’ira lo trasporta.
Sempre tra pene abbatterci dovrem di questa sorta?
Dovremo sempre attendere ancòra più tormenti?
Ci darà sempre a fremere la mano dei parenti?

Annunci
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: