825. ORAZIO, Atto III., Scena V.

22 Mar

Scena V.

IL VECCHIO ORAZIO, SABINA, CAMILLA.

 

IL VECCHIO ORAZIO.
Vengo, figlie, recandovi terribili novelle;
Del resto, è in tutto inutile da parte mia celare
Quel che a lungo è impossibile vi si possa occultare:
I fratelli combattono; gli dèi lo stabiliscono.

SABINA.
Nuove che, se vogli’essere sincera, mi stupiscono;
Io serbavo un’immagine della divinità
In cui la colpa latita, e abbonda la bontà.
No, no: non consolateci; contro tanta sfortuna
La pietà invano perora, la ragione importuna.
Possiamo in mano stringere la fine d’ogni cura,
E chi sa a morte correre, sfida ogni sventura.
Sarebbe troppo facile fare sugli occhj vostri
Che il dolore da ipocrita costanza in noi si mostri;
Se d’onta è non passibile, però, il mancar fermezza,
Farne una pompa estrinseca non è se non bassezza;
L’uso di tali tramiti agli uomini lasciamo,
E noi vogliamo essere prese per quel che siamo.
Noi non vogliamo chiedere a virtù tanto forte
Che s’abbassi, nostra emula, a deplorar la sorte.
Udite senza fremere questi annuncj agghiaccianti,
Guardate a noi in lacrime senza versare pianti,
E, come grazia unica, tra cotali martirj,
Voi, costante serbandovi, tollerate i sospiri.

IL VECCHIO ORAZIO.
Lungi dal portar biasimo al vostro sparso pianto,
Già col poter proibirmelo credo di fare tanto,
E forse avrei da cedere così alla sorte dura
Se il mio interesse simile fosse alla vostra cura:
Non che Alba col suo scegliere m’abbia indotto ad odiare
I tre fratelli: restano per me persone care;
Ma l’amicizia, al termine, non è di pari fatta
Né effetti ha comparabili all’amore, alla schiatta;
Per essi non mi pungola la pena torturante
Sabina consanguinea, Camilla come amante:
Vederli m’è possibile solo come avversarj,
E speranze incolpevoli serbare ai figlj cari.
Che sono, grazie ai superi, di nostra patria degni;
Non v’è indugio spregevole che la gloria ne segni;
E l’onor loro accrescersi ho visto di metà
Quand’hanno dei due eserciti respinto la pietà.
Mendicata l’avessero con qualche debolezza,
Respinta non l’avessero nella loro fortezza,
Su loro avrei con sùbita vendetta da me stesso
Sperso d’assenso ignobile il vergognoso eccesso.
Ma quando altri ne vollero, con loro gran dispetto,
Dirò che al vostro unisono fremé questo mio petto.
Se un dio compassionevole m’avesse ascolto dato,
In altro modo a scegliere Alba avrebbe obbligato;
E ad al trionfo assistere potremmo degli Orazj
Senza che il sangue avessero a sparger dei Curiazj,
E solo dallo svolgersi d’uno scontro più umano
Dovrebbe oggi dipendere il gran nome romano.
La previdenza altissima altra cosa dispone;
All’ordine immutabile il cuor mio non s’oppone:
Esso va adesso armandosi di generosità,
E fa del bene pubblico la sua felicità.
Ristorate, imponendovi tanto, i cuori feriti,
E da entrambe si mediti che siete due quiriti:
Tali apprendeste ad essere, tali tuttora siete;
In tanto grave titolo degno tesoro avete.
Verrà, verrà quell’epoca in cui tutta la terra
Di Roma pari al folgore tema l’impresa guerra,
E l’universo fremere dovrà all’imposizione
D’essa, il cui nome celebre dei re sarà ambizione:
Al nostro Enea hanno i superi promesso questa gloria.

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: