824. ORAZIO, Atto III., scena IV.

21 Mar

Scena IV.
SABINA, CAMILLA.

 

SABINA.
Tra i mali nostri, al biasimo mio non vi denegate;
Troppa pena nell’anima vostra, mi pare, abbiate;
Sorella, a questo termine ridotta, che fareste,
Se timori ai miei simili voi da provare aveste,
E se steste attendendovi da quell’armi fatali
Mali ai miei comparabili, ed orbamenti uguali?
CAMILLA.
Per i vostri e miei spasimi linguaggio altro s’adopri;
Ché quelli altrui si vedono d’altr’occhio che mai i proprj;
Ma se bene si medita su quel che un dio m’invia,
Un sogno è il vostro spasimo contro la pena mia.
Orazio morto è l’unico pensiero a voi ombroso;
Fratelli non esistono, comparati a uno sposo;
L’imene che ci vincola ad un’altra famiglia
Da quella sa dividerci dove noi fummo figlia;
D’altr’occhio si considera così diversi amori,
E d’un marito al séguito si lascia i genitori;
Ma quand’è il padre a spingerci l’amante in braccio, in quello
Men d’uno sposo è a scorgere, non meno d’un fratello;
I sentimenti restano in noi tra i due sospesi,
La scelta ci è impossibile, i voti in noi trascesi.
Sicché, tra quelle lacrime, cara, v’è dato in cuore
Dare agli auspicj un termine, un confine al timore;
Ma se i cieli s’ostinano su noi a imperversare,
Tutto mi dà da fremere, nulla mi dà a sperare.
SABINA.
Se l’uno è inevitabile che muoja, e l’altro uccida,
Maniera di riflettere avete troppo infida.
Sorella, benché siano ben differenti amori,
Non già dimenticandoli si lascia i genitori:
L’imene non annichila segnali così incisi;
A un marito il concedersi non fa i fratelli invisi:
Mai natura dai titoli primi si vede svelta;
Di vita a lor pericolo non compie alcuna scelta:
Come gli sposi, mostrano in sé altri noi stessi;
Tutti i mali son simili se giungono agli eccessi.
Ma l’amante che affascina voi, e per cui ardete,
Dopotutto può essere solo quel che volete;
Un po’ d’umor collerico, un po’ di gelosia,
Ve ne farà, è facile, passar la fantasia;
Quel ch’al capriccio è debito, l’osate con ragione;
S’ha il vostro sangue a escludersi dalla comparazione:
E’ reo il far combattere legàmi volontarj
Con quelli che la nascita ha reso necessarj.
Perciò, se i cieli seguono su noi a imperversare,
Io ho sola ho solo a fremere, e nulla in cui sperare;
E’ a voi, semmai, che l’obbligo concede il dare al cuore
Vostro agli auspicj un termine, e un confine al timore.
CAMILLA.
Sorella, è assai sensibile, amore non provaste;
Né i suoi dardi né il palpito che dà, mai non saggiaste;
E’ dato di resistergli quand’egli è appena acceso,
Ma è tardi per proscriverlo se padrone s’è reso,
E, la fede impegnandoci, con quello che ha giurato,
Un padre ha reso il despota un re legittimato:
Con la dolcezza penetra, regna con tirannia;
Una volta che l’anima ne saggiò la malia,
D’amare voler smettere, questo non le è concesso,
Ché voler le è possibile sol quel che vuol lui stesso:
Sono catene solide per noi quanto son belle.

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