823. Movimento per l’Emancipazione della Poesia [MEP].

19 Mar

L’ho incontrato per la prima volta a Pisa, sotto forma di foglj A4 appiccicati ovunque potessero stare; è la città in cui sono sparsi più numerosi esemplari, in taluni casi più e più volte, dei parti – talvolta degli aborti – di questa fantomatica associazione. Talvolta li appiccicano su quadri di polistirolo, e li appendono agli alberi, ma reggono meno. Qualcuno, di là d’Arno, ha anche tentato recensioni/correzioni, tipo còmpito scritto delle medie, con notazioni preassuntamente polemiche ma non sempre incondivisibili (una diceva grosso modo: “Emancipazione da che?”). Ma ho trovato anche alcuni sparuti testimonj a Piombino, e persino qui ad Orbetello. Ogni poeta rimane sostanzialmente anonimo, contrassegnato com’è solamente da un codicino alfanumerico, in progressione rispetto agli altri, presumo in ordine di affiliazione. Hanno anche un sito, dove si trovano tutt’i componimenti. Ora, sono pochi quelli che hanno una qualità sostanzialmente lirica, per così dire; forse per via della destinazione – un’idea che finisce coll’essere originale, dato che in certi endroits questo plotone silenzioso opera come vere e proprie invasioni; la sintesi intuitiva delle azioni umane presenti, come cappello preventivo, negli stessi luoghi in cui queste azioni, di fatto sempre identiche e quasi sempre dagli esiti fallimentari, sono compiute – , prevale la nota non dirò oratoria, ma sicuramente epigrafica. Quindi mi sono simpatici. Voglio dire: sono pochi i componimenti che si perdono dietro suggestioni, cosa peraltro necessarjssima, o che s’immergono nella vita dei sensi; perlopiù si tratta di suggestive (nelle intenzioni, è chiaro) modalità di espressione di un parere, di una raggiunta forma di saggezza. Alcune sono estremistiche, senza necessariamente posa. E’ interessante, perché la scrittura è una forma di resa di fronte al reale, nel migliore dei casi possibili, e questo sembra essere stato capìto da tutti. I poeti sono sempre giovani e vecchj nel contempo; impossibile stabilire età, o indirizzo professionale, estrazione sociale (posto abbia senso, adesso come adesso, e non ne ha). Lo stile molto spesso è simile; si può distinguere, in negativo, qualche voce più cruda, non ben fermata d’intonazione, per via di qualche tronca à l’ancienne, o di qualche espressione inconditamente tonitruante, ma perlopiù il linguaggio è spigliato e sciolto. Molto chiaro, anche, e a me piace molto la chiarezza. Anche se nessuna di queste poesie fa levare il cappello, beninteso. Anzi. Ma è proprio quest’idea di comunità, questo complesso reticolo di azioni incrociate che si sovrappongono, si complementano, si ricombinano, che dà una misura estremamente concreta della funzione della poesia: accompagnare l’azione, continuando lo scambio con essa, facendosene permeare e tentando (magari) di permearla, o d’imprimerle un alcunché che, in teoria, potrebbe essere qualunque cosa, ma di fatto finisce sempre, nelle più o meno inconfessate speranze, coll’essere una benefica battuta d’arresto, con impossibile riavvio eventuale, a seguire. Noto, in generale, una grande compattezza ideologica – e piuttosto irenica, anche, direi, anche se non conciliante – , e una certa uniformità di stile. Questo sarà fatale, ma non è bello, per niente. Uno si vede levato il diritto, vedendo biancheggiare i noti rettangoli sotto un passage, di chiedersi Chissà se c’è qualcosa di nuovo di X.03., o magari una madrigalessa di F.21., o un altro retrogrado in ghisisaghese di H.37. Sono tante voci, ma non se ne distingue nemmeno una.

Stamane qui ad Orbetello, in una via centrale – ecco, non ricordo nemmeno quale, ce ne sono due o tre (e questo perché questa parte di Orbetello ha solo vie centrali, salvo le traverse, per motivi che non mi dilungo a spiegare) ho trovato una di queste poesie-dichiarazione, che mi riguardava strettamente. Non sapendo se l’avrei ritrovata in rete, l’ho anche trascritta, accosciato, tra i commenti di un pajo di ciamporgne di passaggio (il paese è piccolo), con brutta grafia. Fortunatamente, sul sito c’è tutto, quindi non la devo controcopiare – anche perché in un punto il foglio era semistrappato, e soprattutto sulla “zona coltel[?]” avevo dubbj. Eccola qui:

Come dicevo,

vorrei costruirti un orto in città

lontano dai locali dei froci in zona coltelli

ti meriteresti di essere interrato in un giardino di sguardi gentili

di negare al mondo i tuoi occhi da pazzo

che la gente pagasse il biglietto per venirli a vedere,

anche le scolaresche di bambini,

quelli che sanno cosa li aspetta,

che prendessero appunti su come essere indifesi.

Ma se tu vivessi tra l’insalata Ray,

se tu smettessi di sanguinare,

se per farti felice il pane rinunciasse al sale,

io non saprei come giustificare alla città

di averti perso.

La metropolitana sarebbe ripulita, i suoi ratti dimenticati

le strade si disferebbero agli angoli come i quadernoni trattati male

perchè il tuo giardino, come il mio, è un’Arena

e Milano langue senza il tuo sangue.

Quella preghiera che mi chiedevi per te, io l’ho detta;

la sera ho scritto sull’agenda:

“Che tu possa arrenderti e sanguinare”. Per la città,

per noi, per sempre.

“Ray”, a quel che ho scorto, cursoriarissimamente, è una specie di σφραγίς dell’autore, con reconditi e suppongo profondi significati.

Una volta avrei voluto chiarire tutto quanto (sto leggendo il detestabilissimo La cresta dell’onda di Pynchon, quant’è inteliggente quell’uomo!, dello stesso che avrebbe voluto, in gioventù, adattare la fantascienza al palco dell’opera – naturalmente è un campione dell’obliquo & dell’allusivo, ma le intenzioni sono intenzioni), adattare, sì, anche le materie più scivolose al palco dell’opera, senza perdermi in cieli da sonettieri. E mi piacerebbe ancòra, di fronte a quest’ingenuità cristologica così ben espressa, rifarci, sollevare ogni questione inerente, spingermi ovviamente non tanto laddove l’autore non ha capìto un cazzo di quello di cui parla, ma semmai in quei meandri in cui l’ha capìto benissimo, ma non si rende affatto conto della gravità. Trovo comunque commovente quel “come il mio”. Trovo commovente la preoccupazione per Milano, che langue senza il mio sangue (e io che avrei detto Ma languisca pure, e sprofondi, chemmefre’?). Trovo commovente la preghiera (anche se non ricordo di averla chiesta a nessuno. Chi avrebbe dovuto pregare?). Trovo commovente quel cortocircuito: Che tu possa arrenderti e sanguinare – ma non sanguinavo già? Ah, è vero, poi – nonostante quell’ingannevole punto fermo – si capisce che è un sanguinare per la città, per voi, per sempre.

Ho detto che mi sarebbe piaciuto, una volta, che avrei voluto – adesso no, almeno non al momento (anche se da qualche giorno avverto confusamente che ci sto lavorando, e anche sodo) – mettere tutto in chiaro. In questo preciso momento, per quanto riguarda queste precise parole, non lo farò. Non mi occuperò della contrapposizione orto / città; di quella specie di zoo riparatore (!) in cui si paga (quanto? Ci comprerei un laptop? O almeno un ipad?) per vedermi; della funzione di giustificatore assunta dal poeta B.03. nei confronti della città (dunque è come me, ma un po’ non è come me. E’ un po’ come una specie di sindacalista dell’indifensione). Non mi occuperò del pane, che a me piace salato (qui in Toscana, per molti aspetti, è una vera tortura. Sembra cartone pressato, imbibito di acqua piovana e lasciato ad asciugare al sole della primavera per un pajo di settimane). Non mi occuperò di quel prendere appunti su “come essere” indifesi – dall’altra parte delle sbarre si suppone che ci siano quelli che si difendono benissimo, a che cosa dovrebbe occorrer loro [lo so, c’è anche l’emulazione di singoli atti & comportamenti, l’etica – etimologicamente – parassitaria lumpenborghese, l’assorbimento dello scandalo – ma proprio imparare ad essere indifesi, questo poi no, ma nemmeno con quindici milioni in banca e due centri storici come proprietà!). &cetera. Non me ne occuperò.

Solo una cosa: ma è proprio necessario che io mi arrenda?

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