821. ORAZIO, Atto III., Scena II.

17 Mar

Scena II.

SABINA, GIULIA.

 

SABINA.

Giulia, che nuove? L’attimo giunse a noi paventoso?

E’ il fratello cadavere? Morì forse lo sposo?

Di quell’armi sacrileghe il successo dannato

Ha forse tutt’i militi quanti erano immolato,

E l’orrore invidiandomi che ora avrei dei vincenti

Per tutti quanti v’erano esige i miei lamenti?

 

GIULIA.

Quanti fatti seguirono, come?, al tutto ignorate?

 

SABINA.

Delle nuove non giuntemi così trasecolate;

Ma abbiate più a sorprendervi: di quest’abitazione

Per me e Camilla fecero adesso una prigione.

Giulia, qui ci rinchiudono; questo pianto si teme;

O saremmo in quest’attimo là dove guerra freme,

E il disperato émpito d’una casta passione

Sarebbe giunto a cogliere da ambo compassione.

 

GIULIA.

Sarebbe stato inutile quel tenero spettacolo;

I loro occhj formarono alla guerra un ostacolo.

Appena si schierarono l’un l’altro a fronteggiare,

Nei due campi s’udirono parecchj mormorare:

Quegli amici vedendosi davanti, e quei sodali,

Per la patria dispostisi agli attacchi mortali,

Gli uni pietà ne provano, fremon gli altri d’orrore,

Altri dell’incrollabile zelo ammira il furore;

L’uno ai cieli magnifica virtù che non ha uguale,

L’altro audace lo ìndica sacrilego e brutale.

Sensi che si smentiscono, ma a una voce protestano;

Ché i capi tutti accusano, la scelta ne contestano;

Poiché allo scontro barbaro essi non si preparano,

Si grida, e vuol procedere, ma infine si separano.

 

SABINA.

Quanto incenso ho da ardervi, o dèi, che m’ascoltate!

 

GIULIA.

Sabina, tanto spingervi lontano non pensate:

La speranza v’è lecita, meno v’è a temersi;

Ma cause non vi mancano ancòra di dolersi.

Male dal fato misero li si vuol garantire;

Quei feroci grandanimi non voglion consentire:

Di quella scelta il merito troppo è loro prezioso,

E a tal punto ne affascina quell’animo ambizioso,

Che se li si vuol piangere si chiamano beati,

E se li si commisera si sentono oltraggiati.

Dai campi ribellatisi la fama n’è insozzata;

Vorran prima combattere e l’una e l’altra armata,

Da quelli che altro impongano aver la vita svelta

Prima che il vanto perdere dell’operata scelta.

 

SABINA.

Come, e quegli adamantini cuori più e più induriscono!

 

GIULIA.

Sì; tuttavia i due eserciti di ribellarsi ardiscono,

E d’ambo i lati unisoni si levan forti accenti

Che la battaglia chiedono, od altri combattenti.

I duci che presenziano poco son rispettati,

N’è il potere in  pericolo, i detti inascoltati;

Stupisce il re medesimo; grida, con aria accesa:

“Poiché ciascuno s’àgita tanto in questa contesa,

Consultiamo dei superi la sacra maestà,

E il cambio si verifichi se piaccia a lor bontà.

Qual empio sia che confuti audace quel volere,

Quando dinnanzi agli àuspici l’avran fatto vedere?”

Tace; i detti producono come una ligatura,

E persino ai sei militi strappano l’armatura;

E quel d’onore anelito che gli occhj loro acceca,

Pur la vista togliendogli, rispetto agli dèi reca.

L’ardimento più fervido cede di Tullo al dire;

Sia deferenza o scrupolo, quel che stanno a sentire

E l’uno e l’altro esercito dà come legge a sé,

Come se lo vedessero entrambi proprio re.

Come l’ostie si svenino, ci sarà noto il resto.

 

SABINA.

Gli dèi dovran respingere scontro così funesto;

Speranza m’empie l’animo, poiché fu rimandato,

E già comincio a scorgere quel che ho desiderato.

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