820. ORAZIO, Atto III., Scena I.

1 Mar

ATTO TERZO.

Scena I.  SABINA.

SABINA.

Anima, decidiamoci in mezzo a tanto strazio;

D’Orazio siamo coniuge, o sorella a Curiazio;

Cessiamo di dividere le nostre vane cure,

Alcunché auguriamoci, diam bando alle paure.

Ma che partito, ahi!, prendere in fato così ontoso?

Che nemico trascegliere, il fratello o lo sposo?

Natura e amore giudica d’ambo con voci sue,

Mentre il mio giusto obbligo mi lega ad ambedue.

I loro sensi nobili sian norma ai sensi nostri;

Sorella all’uno e coniuge dell’altro ci si mostri;

Il loro onore massimo bene ci sia presente;

La costanza se n’imiti, non si téma più niente.

La morte ch’essi arrischiano è morte così bella

Che devo senza fremere attenderne novella.

I fati non si chiamino più, allora, disumani;

Conti con che proposito, e non per quali mani;

A chi vince accostiamoci, con sola idea la gloria

Che la casata illumina tutta con la vittoria;

Senza che si consideri, poi, di che sangue a spesa

La virtù loro al nobile rango è in tal modo ascesa;

Nostri interessi siano l’una e l’altra famiglia:

Nell’una sono coniuge, nell’altra sono figlia,

Ad ambe uniscon vincoli me tanto resistenti

Che gloria non può esservi che per i miei parenti.

Sorte, qualunque folgore scaglj in me il tuo rigore,

Ho escogitato il tramite di trarne gioja al cuore,

E posso al cozzo assistere dell’armi senza téma,

E i trionfi, e i cadaveri veder senza che frema.

Tu lusinghiera immagine, dolce errore & ingenuo,

Luce che non illumina, tu vano senso, e strenuo,

Il cui brillio ingannevole me ardisce abbacinare,

Quanto sai poco splendere, e presto dileguare!

Tu simile a quel folgore che nel fitto dell’ombra

Figlia un dì che di tenebre la notte ancor più ingombra,

Gli occhj allucinandomi d’effimero chiarore

L’inabissasti un attimo dopo in più fondo orrore.

Le pene m’accecavano; e il cielo, che s’infuria,

Mi vende ormai carissimo quell’attimo d’incuria.

Sento che al cuore misero diggià ogni colpo arriva

Che di sposo in quest’attimo mi fa, o fratello, priva.

Se a quelle morti medito, a checche sia io incline,

Penso a che braccio operi, e non con quale fine;

Prevedo alcuno vincere, e porsi in alto scranno,

Solo perch’io consideri di quale sangue è a danno.

La stirpe delle vittime, non altro il cuore accoglie;

Figlia nell’una, ad essere mi trovo all’altra moglie,

Ad ambe uniscon vincoli me tanto resistenti

Che morte non può esservi che per i miei parenti.

Questa dunque dev’essere la pace sospirata!

Dèi troppo favorevoli, m’avete accontentata!

Quali spettano folgori, dunque, ai vostri furori,

Se sono tanto barbari anche i vostri favori?

E con che mezzo e tramite punite l’insolenza,

Se i voti si maltrattano così dell’innocenza?

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