817. ORAZIO, Atto II., Scena VI.

29 Feb

Atto II. Scena VI.

CURIAZIO, ORAZIO, SABINA.

CURIAZIO.

Dèi, Sabina al suo sèguito! Del cuore alla procella

Non bastava la coniuge? S’aggiunge la sorella?

Poi che i suoi pianti vinsero questo grande coraggio

Qui la portate a prendervi ancor maggior vantaggio?

 

SABINA.

No, no, se venni, l’unico scopo, fratello mio,

E’ in un abbraccio stringervi, e solo dirvi addio.

Da quel buon sangue attendersi non deve il disonore

Di quelli che fan fremere un valoroso cuore:

Se dall’alma catastrofe foss’un di voi pauroso

Negherei di conoscervi più per fratello e sposo.

Pure, sarà possibile per me a voi fare appello

Per cosa condecevole allo sposo, al fratello?

Voglio con l’atto nobile lavare l’empietà,

All’onore che merita render la purità,

Ridarle il lume splendido senz’ombra di peccato,

Di nemici legittimi darvi, infine, lo stato.

Del sacro che vi vincola legame io sono il nodo;

Non durerà, se vivere io cessi, in alcun modo.

Tra voi i patti s’infrangano, si spezzino i legami;

Se onore è dato a un’opera d’odio ambedue richiami

Me morta, sia possibile ad ambo l’altro odiare:

Alba, Roma lo vogliono; così si deve fare.

All’un dei due l’uccidermi, all’altro vendicarmi:

Così sia ragionevole per voi il venire all’armi;

Sia almeno all’uno lecita l’azione bellicosa,

Che la sorella vendichi, che vendichi la sposa.

Avreste a compromettere gloria tanto splendente

Avendo un altro fomite per astio contendente:

Della patria il grand’obbligo v’è in tale senso freno;

Scarsa sarebbe ogni opera, foste uno all’altro meno;

Senz’odio è indispensabile immolarle un cognato.

Non esitate a compiere, dunque, ciò ch’è ordinato.

Da sua sorella a spargerne il sangue cominciate,

Da sua moglie a trafiggerne il petto ormai iniziate,

Da Sabina del vivere vostro a far principiate

Un sacrificio nobile a quelle patrie amate:

Alba alla pugna celebre ha le minacce sue

In voi, in voi Roma, e a offenderle poi resto io ambedue.

Come? E potrei superstite spettare a una vittoria

Dove per pompa fulgida d’una superba gloria

I lauri avrei a scorgere d’un fratello o uno sposo

Del sangue ancòra fumidi per me tanto amoroso?

Bilancia di quest’anima potrei fare armoniosa,

E soddisfare agli obblighi e di sorella e sposa,

In braccio all’eroe correre, piangere l’abbattuto?

No, prima di quell’attimo, Sabina avrà vissuto:

La mia morte l’anticipi, venga da chicchessia;

Quelle mani, negandolo, vi dannano la mia.

Sù dunque, e chi v’ostacola? Sù sù cuori inumani,

Che mezzi a me non mancano di forzar quelle mani.

L’una e l’altra è impossibile che sull’altro ricada,

Senza il mio corpo a opporvisi, fermar d’ambo la spada;

A gara rifiutatevi, uopo è che i colpi suoi

Qui qui strada si facciano per giunger fino a voi.

 

ORAZIO.

Sposa!

 

CURIAZIO.

Sorella!

 

CAMILLA.

Animo! Ecco s’inteneriscono.

 

SABINA.

Sospiri ecco vi sfuggono; i volti impallidiscono!

Quale v’assale tremito? Son questi i forti cuori,

Ch’Alba e Roma indicarono eroici difensori?

 

ORAZIO.

In cosa t’ebbi a offendere, Sabina? Che onta aspetta

Riparazione simile da una tale vendetta?

L’onor mio è responsabile? Con che dritto puoi tu

Insultar con tant’impeto così la mia virtù?

Perlomeno accontentati d’averla frastornata,

Lascia a me ora compiere codesta gran giornata.

Tu m’hai tratto or è un attimo ad un punto rischioso;

Per non voler eccedere, assai ama il tuo sposo.

Vattene, e più non rendere dubbiosa la vittoria;

Diggià fu questa disputa per me priva di gloria:

Lascia che i giorni termini senz’ontosi trascorsi.

 

SABINA.

Di temermi puoi smettere; arrivano i soccorsi.

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