816. ORAZIO. Atto II., scena V.

29 Feb

Scena V.

CAMILLA, CURIAZIO.

CAMILLA.

Curiazio, e potrai corrervi, e quest’infesto onore

Puoi preferire al rendere felice il nostro amore?

 

CURIAZIO.

Ahimè! Troppo visibile m’è che, o di questo strazio

Morire è inevitabile, o per mano d’Orazio.

Vado come al patibolo all’obbligo onorato,

Le mille volte abbomino quel ch’è di me è ordinato,

Odio codesto merito ch’ad Alba m’ha coscritto.

Il disperato palpito giunge fino al delitto,

Esso il cielo rimprovera, e l’osa anche accusare;

Me e voi devo compiangere; eppure devo andare.

 

CAMILLA.

No, tu non puoi conoscerti meglio di me; tu vuoi

Che preghi, e con tal tramite ti scusi a tutt’i tuoi.

Famoso assai ti resero tutte le altre imprese;

Quel che ad Alba ora t’obbliga da quelle già discese.

Nessuno fu più valido di te in questa guerra,

O di tanti cadaveri coprì la nostra terra;

Onori inaccrescibili non son di nulla scarsi;

Lascia che altri tentino ora nobilitarsi.

 

CURIAZIO.

Sugli occhj miei ch’io tolleri ricinta un’altra testa

Dei lauri immarcescibili che la gloria m’appresta,

O che la patria unanime sgridi la mia virtù

Che solo un serto a cogliere Curiazio non ci fu,

Sotto amorosi palpiti il dormiente valore

Tante imprese mi laurei con tanto disonore!

No, Alba; coll’incarico che ricevo da te

Né vincer né soccombere potrai tu senza me;

Le sorti tue rimettermi vuoi, conto renderò

D’esse, innocente a vivere, o fiero morirò.

 

CAMILLA.

Come! E non puoi comprendere che in ciò io son tradita?

 

CURIAZIO.

Prima che della coniuge, della patria è la vita.

 

CAMILLA.

Ma un cognato svellere per essa da te stesso,

La sorella dal coniuge!

 

CURIAZIO.

D’ogni pena è l’eccesso:

Alba e Roma scegliendoci la dolcezza han levato

Ai nomi già dolcissimi di sorella e cognato.

 

CAMILLA.

Il capo suo, oh inflessibile, mostrando agli occhj miei,

Le mani mie richiedere potrai per tuoi trofei?

 

CURIAZIO.

Pensarvi oltre è inutile; per come il cuore è scosso

Amarvi e non pretendere è tutto quel che posso.

Camilla, e quelle lacrime?

 

CAMILLA.

Sparse ne vuol la sorte;

Il mio amante insensibile m’ha condannata a morte;

Se imene faci accendere per noi ebbe in sua cura,

Di mano sua vuol spegnerle per trarmi in sepoltura.

A quel cuore inflessibile la mia rovina arride,

Dice che per me spasima sempre, e intanto m’uccide.

 

CURIAZIO.

D’un’amante le lacrime quanto han forti argomenti,

Quanto i begli occhj han fascino grazie a quei muti accenti!

Quanto la malinconica vista il mio ardire smorza!

Va invano il petto armandosi della sua prima forza!

Le pene vostre cessino d’aggredire i miei vanti,

La mia virtù lasciatemi salvare da quei pianti;

La sento incerta, e perdere per la difesa spazio;

Più amante devo esservi, e meno son Curiazio.

Debole, ché a combattere l’amicizia ebbe, il cuore

Potrà ad un tempo vincere e la pietà e l’amore?

Andate, non più amatemi, se non frenate i pianti

L’offesa avrà a difendermi d’armi così prestanti;

Meglio dovrò proteggermi di quell’ira dal dardo,

Ed anzi, a meritarmelo, vi nego anche un mio sguardo:

Del vile vendicatevi; punite l’incostante.

E vi lascia insensibile il detto tracotante!

Per me sguardi vi restano, poi che vi tolsi il mio?

Che altro mi può occorrere? Infido a me sono io.

Oh virtù troppo rigida che vittima mi fai,

Senz’ausilio d’un crimine tu non resisterai?

 

CAMILLA.

Crimini non commettere: gli dèi attesterò

Che in luogo di respingerti più forte t’amerò;

Sì, t’amerò, anche perfida s’è l’anima, & infida;

Cessa d’ambire al titolo, però, di fratricida.

Perché romana essere devo, e tu non romano?

Lauri io voglio intessere per te colla mia mano;

Voglio afforzarti l’animo, non ti voglio sviare;

Con te nel modo identico che col fratello ho a fare.

Ahimè, che nell’esprimere voti oggi cieca fui!

Contro di te essi furono, quand’erano per lui.

Torna. Cosa terribile, se di sposa l’amore

Non può più sul suo animo che il mio sopra il tuo cuore!

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