814. ORAZIO, Atto II., Scena III.

29 Feb

Scena III.

ORAZIO,  CURIAZIO.

CURIAZIO.

Che d’ora innanzi gl’inferi, ed il cielo e la terra
Le loro furie uniscano per muovere a noi guerra;
E che gli Dèi, e gli uomini, e i demoni, e la sorte
Insieme si preparino tutti per darci morte!
E sfido acché infieriscano, nei nostri casi attuali,
Il destino, & i demoni, e i Superi, e i mortali.
Quanto hanno di più barbaro, che più desti odio, orrore,
Lo è meno del concedere ad ambo un tanto onore.

 

ORAZIO.
La sorte che schiudendoci va il nobile steccato
Ai nostri forti animi gran prova ha destinato;
Dà fondo a tutti gl’impeti formando un disfavore
Con cui meglio si giudichi del nostro gran valore;
Poiché una sorta d’anime vede in noi non comune,
Fuor del consueto ordine ci ordisce le fortune.
Il nemico combattere per il comune ajuto,
Da solo ai colpi correre di qualche sconosciuto,
Di virtù non insolita l’effetto può mostrare:
In mille già lo fecero, mille lo potran fare;
Per la patria esso è un perdersi ch’è così grande sorte
Che folle brigherebbero per aver tanta morte;
Però volere al pubblico immolar quel che s’ama
Procedere a combattere chi un altro sé si chiama,
Contro un partito correre che è d’esso difensore,
Fratello della coniuge, della sorella il cuore,
E rompendo quei vincoli, tutto alla patria armarsi
Contro un sangue cui nobile sarebbe, e bello, darsi,
D’una virtù consimile siam solo noi virtuosi;
S’è lampo di gran titolo, pochi ne fa gelosi,
E in cuore pochi uomini l’hanno impressa abbastanza
Per osar mai attingere a tanta rinomanza.

 

CURIAZIO.
I nostri nomi avrebbero, è vero, a mai perire.
E’ l’occasione splendida, e la dobbiamo ambire.
Specchj d’una rarissima virtù esser ci è dato;
Ma il vostro forte animo ha troppo di spietato:
Poco, anche tra i più nobili animi, ha voluttà
Per questa strada il correre all’immortalità.
Qualunque prezzo implichi quel vanto nebuloso,
Sono meglio le tenebre d’un nome così odioso.
Per me, io voglio dirvelo, e l’aveste a vedere,
Non ristetti a riflettere se seguire il dovere;
L’amicizia durevole, l’amore, l’alleanza
Non insinuò anche un attimo in me la titubanza;
E s’Alba fa conoscere, con quel che ha palesato,
Che ha stima di me simile che Roma a voi ha dato,
Pari alla vostra un’opera compier non spero invano;
Ho cuore certo valido, ma, infine, sono umano:
L’onore a voi far scorrere tutto il mio sangue ha detto;
E il mio, lo so che m’ordina di trapassarvi il petto,
Che, alla sorella unitomi quasi, il fratello uccida,
E ch’è alla patria debito se ho sorte così infida.
Benché io corra all’obbligo mio senz’alcun terrore,
Mi va il cuore indurendosi, e ciò m’empie d’orrore;
Mi sembro miserevole, prospera mi si mostra
La sorte di chi abbattere poté la guerra nostra,
Senza che sia possibile, peraltro, indietreggiare.
Triste, atro onore, fremere mi fa, non vacillare:
Quel che mi dà m’è amabile, piango quel che mi prende;
E se virtù più nobile Roma per sé pretende,
Grazie ne rendo ai superi di non esser romano,
Se conservar significa qualcosa in sé d’umano.

 

ORAZIO.
Siate, pur non essendolo, però d’esserlo degno;
Se mi valete, datene quindi più chiaro segno.
Quella virtù incrollabile di cui mostrai fierezza
Nulla vuole di debole presso la sua fermezza;
E l’onore mortifica, quando c’è da scontrarsi,
Chi al primo passo volgersi può indietro a riguardarsi.
Il nostro è un grandissimo male; anzi, è all’estremo,
Tutto lo posso scorgere, eppure non ne fremo:
Contro chiunque siasi m’invii la patria, in modo
Cieco di questo merito m’incarico, e ne godo;
Tale in un tale ordine è il riconoscimento
Che in noi forz’ha d’estinguere ogni altro sentimento.
Chi ha spazio, nell’assumerlo, per altra osservazione
A compiere i suoi obblighi vilmente si dispone;
Spezza ogn’altro mio vincolo diritto sacro e santo;
Roma di me necessita, non penso ad altro, intanto:
E col sincero animo, franco, cui parve bello
Far la sorella coniuge, combatterò il fratello;
E a porre al dire un termine, vano se mai vi fu,
Alba per sé vi nomina; non vi conosco più.

 

CURIAZIO.
Io continuo a conoscervi, invece, e ciò m’uccide;
Mai questa virtù rigida in voi da me si vide;
Come questa catastrofe, l’estremo suo toccò:
Soffrite ch’io la veneri, ma non l’imiterò.

 

ORAZIO.
No, non vogliate volgervi per forza alla virtù;
E dato che a voi il piangere piace tanto di più,
Gustate pure libero tutt’i piaceri suoi.
V’è mia sorella: piangere ora potrà con voi.
Che io la vostra visiti; e sappia fermamente
Ch’ella mia sposa d’essere non cessi avere a mente;
Che, pure aveste a uccidermi, ad amarvi perduri,
E con romano animo affronti i tempi duri.

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: