813. La zia Gerta.

27 Feb

http://image.anobii.com/anobi/image_book.php?item_id=01e0e1b5babdc1a8b7&time=&type=4Ho trovato di recente questo libretto, Psicologia della zia ricca (“Die Psychologie der Tante”, 1905.), che è diventato automaticamente l’ultimo mio libro preferito [il penultimo era The Rock Pool di Connolly], di Erich Muhsam, anarchico e genio. Si tratta di 25. ritratti di altrettante vecchie zie che, secondo la tesi della raccolta, non crepano mai quando dovrebbero lasciare cospicue eredità: o muore prima il nipote, o la zia effettivamente muore ma non lascia nulla di quanto ci si aspettava, o il nipote finisce diseredato, &c.

Tutto questo si presta, sicuramente, ad analisi economicomarxiste quanto mai interessanti circa i mutamenti radicali che, in tempi di mutamenti appunto radicali come furono i primi anni del secolo scorso, portarono a rendere particolarmente tortuoso il procurarsi mezzi di sussistenza — almeno per chi all’epoca era lontano dalla terza età e da una rendita decorosa. Si tratta di problematiche cui l’autore, peraltro, non fu affatto personalmente estraneo.

Questo è certamente il tèma nodale, ma qua e là nella narrazione affiorano anche altre tematiche; tra cui quella dell’omosessualità, cui l’autore (che era bisessuale, peraltro) aveva dedicato un saggio molto radicale nel 1903. Dovrei copiazzare dalla versione – che forse non è l’unica in italiano, ma io non dispongo di altra – che ho tra mano, che è di Luisa Coeta, traduttrice e curatrice del volumetto, e autrice anche di un esauriente ritratto biografico dell’autore, in calce.

Si tratta di una versione che credo sia particolarmente puntuale, e che dunque, come sempre avviene colle versioni puntuali dal tedesco, risente del nervosismo del dettato originale, con qualche effetto d’inceppatura, o qualche opacità – inevitabile. Dal momento che copiazzare paro paro non posso, o almeno credo [la stampa è SugarCo. maggio 1983.], approfitto delle asperità della versione per stravolgerla leggermente.

Credo di non essere l’unico ad aver ravvisato in tutta l’attuale diatriba circa i diritti (coniugali & genitoriali) dei gay come uno degli argomenti forti, e periodicamente riciccianti, quello pecuniario-ereditario [poniamo il caso: se un membro di una coppia gay muore, e l’altro era comproprietario di un ristorante, o una bottega, o un parrucchiere, non dovrebbe essere la metà superstite ad ereditare, invece della famiglia (con tutto che essa famiglia potrebbe aver sfanculato il caro estinto, che magari lascia un bel gruzzolo, fino a cinque minuti prima?)]. Qui il caso è più o meno affine, ma in un’epoca in cui, se il libretto di Muhsam può fare autorità in termini di storia del diritto, era possibile fare a modo proprio. Ristabilendo, a quel che pare, un minimo di giustizia.

Avverta il lettore che il presente raccontìno, dei 25., è forse il più opaco; ma, appunto, nel 1905. era sufficiente immaginare una zia lesbica (e un nipote gayo, peraltro l’unico della raccolta a non essere deluso per non aver ereditato nulla) per raggiungere lo scopo (l’originalità).

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ZIA GERTA.

Verga [1.] io ti chiamai, perché slanciata;

E vuole usarti Dio per mio staffile.

La nostalgia sta nella tua falcata

Come nei pioppi gracili d’aprile [2.].

RICHARD DEHMEL.

Ormai contava ottantatré anni sonati, e inoltre aveva un’incrollabile idiosincrasia per l’uomo, ma ciononostante la zia Gerta non poteva affatto essere definita una vecchia zitella. La strofa dehmeliana che mi sono consentito di porre in esergo al presente capitolo, per la verità, le calzava a pennello. Era segaligna, lunga, con la nostalgia negli occhj (benché si servisse dello stringinaso), e anche nel passo – nonostante lo stacco della falcata. Peraltro non era una donna prude, anzi: in sua presenza era possibile parlare di cose che avrebbero indotto ogni altra signora a infilare la porta con sacrosanto sdegno e pudore.

La zia Gerta era una cosiddetta “donna moderna”. Era suffragista, scriveva poesie, leggeva romanzi dei più spinti – nemmeno dei peggiori, tra l’altro – e per indole preferiva, in arte e in letteratura, i lavori più grotteschi e originali. Nutriva una spiccata predilezione per quadri e statue di nudi femminili, e sulla scrivania teneva un calco della Venere di Milo, oltre a riproduzioni delle più svariate sculture classiche. Ai muri di casa teneva appesi disegni di Beardsley, ma anche fotografie di belle donne, sempre nude. I libri che leggeva con maggior entusiasmo erano quelli di Oscar Wilde, di Platen e di Scheerbart [3.]; ma leggeva anche classici come l’Apologia di Socrate e via di questo passo.

Vestiva con semplicità e buon gusto. Non portava il busto, ma camicie candide, colletto alto e polsini. La sua grafia era vigorosa di tratto, e non si distingueva da una comune scrittura maschile. Aveva anche una collezione di armi, e teneva sempre una pistola sul suo comodino.

Zia Gerta era ricca, e non badava a spese: se le capitava di incontrare un libro valido, un bel quadro che la interessavano, li comprava.

Nella frequentazione coi parenti non si discostava da quanto dettano le convenzioni; era più cordiale solamente con un nipote un po’ più giovane di lei, Ludovico, con cui aveva interessi in comune, anche se egli mostrava una sensibilità più aperta per il versante maschile della cultura — nonostanteché (o proprio avvegnaché) avesse un volto assai dolce, e atteggiamenti spiccatamente femminei. Ludovico era assai di frequente ospite della zia Gerta e della di lei dama di compagnia, la signorina Hagedorn.

La signorina Hagedorn era l’unica amica della zia Gerta. Le stava sempre alle calcagna, piccola, piacente, robusta, coi capelli neri corti e riccj e gl’intelligenti occhj grandi e bruni; la bocca aveva un taglio deciso. Vestiva rigorosamente nell’identica foggia della zia Gerta, tanto che gli estranei spesso le scambiavano per sorelle.

Un giorno tutta la città fu percorsa da una grande agitazione: durante un’assenza della signorina Hagedorn, in viaggio per qualche giorno, dalla casa di zia Gerta s’era sentita echeggiare una detonazione. Forzata la porta, si trovò la zia a terra, priva di vita, con in mano la pistola fumante. Fu rinvenuta solo una lettera, indirizzata “Ai Signori Giornalisti”, e contenente la laconica frase: “Che scrìvano solamente: Un amore infelice!”.

Ah!, disse la gente, quel nipote Ludovico. Che tra i due ci fosse qualcosa i buoni vicini era da mo che l’avevano capìto.

All’apertura del testamento il prefato nipote Ludovico non si fece vedere. Eh certo, pensò la gente, quando uno è già sicuro…

Il testamento designava erede universale dell’intero lascito la signorina Hagedorn.

La signorina Hagedorn, raggiunta dalla notizia, crollò singhiozzando su una poltrona e gridò: “Oh, il mio caro, caro Gert!”.

Al che la gente trasecolò.

Il nipote Ludovico, invece, quando gli furono riferite le ultime volontà della zia Gerta, rimase imperturbabile, con grande stupore della gente, e si limitò ad osservare: “In principio il sesso non era nulla al difuori di lui, tutto era in lui, dice Prybyczewski [4.]”.

La gente scosse il capo nel trovare, nel caso della zia Gerta, qualcosa di completamente contrario alle apparenze; per converso, del tutto comprensibile parve l’alienazione mentale in cui era sprofondato il nipote Ludovico, diseredato da una zia ricca.

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[1.] Verga: “Gert”, in tedesco, con ovvio gioco di rispondenza fonica col nome della zia.

[2.] E’ scontato che l’esergo sia totalmente delirante.

[3.] Mentre i primi due sono due celeberrimi omosessuali (come anche il quarto, che segue, Socrate), il terzo è un contemporaneo ed amico di Muhsam, anch’egli antimilitarista ed antirazzista. Secondo Muhsam  (in una lettera a Julius Bab del xviii.viii.mcmiv.) era “una natura di bohémien della migliore qualità” (Op. cit., pp. 27.n-28.n). Scheerbart è citato diverse altre volte nella presente raccolta.

[4.] Poeta polacco che, avverte la Luisa Coeta (Op. cit. 29.n), fu molto noto nei paesi di lingua germanica nei primi del ‘900. Evidente qui la parafrasi blasfema del Genesi, o all’incirca (Przybyszewski era un poeta decadente).

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