812. Eco.

23 Feb

Invece per Eco morto non mi viene nemmeno un versicolo (giuro che ci ho pensato). Ho letto a Pisa, un mese e mezzo fa, come ultimissima mia lettura echiana, l’ultimissimo suo romanzo, Numero zero. Perché avevo parlato con uno muy lector, a cui provocatoriamente avevo detto che Eco non necessariamente scrive male – per esempio, una grande pagina di prosa è la filza d’insulti del cuoco al povero Salvatore (“scorreggione d’un minorita”, “te e quella troja bogomila che t’inculi la notte, majale” – volevo copiare quella paginetta, ma naturalmente nelle biblioteche tutt’i Nomi della rosa sono in prestito, per ragioni commemorative). E lui m’aveva prestato quella nel complesso modesta cosa. Certo, quel romanzo in particolare non mi è piaciuto, sembrava fatto coi cascami di cose più elaborate & complesse che avrebbe sicuramente potuto fare se non gli si fosse accorciato – per l’età, ovviamente; non solo fisicamente, anche intellettualmente si perde elasticità ben prima della fine (in proporzione, ovvio) – il respiro. Oltre al fatto che non trovo affatto interessante l’idea che Mussolini possa essere sopravvissuto. Anzi, mi fa schifo. Ma mi sono domandato, seriamente, E se fosse stato scritto da qualcun altro? – allora forse mi sarebbe piaciuto di più. Forse. Rimane il fatto che sarebbe stato meglio scriverlo e farlo uscire nel ’95., non nel 2015. – per via di quel Vimercate padrone del giornale, che tuttavia ha l’handicap di essere un Berluschino formato minore, mentre quello vero non ha problemi ad entrare in nessun giro. Insomma, una cosa surretizia, un pochino inutile.

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Eco aveva la capacità di suscitare aspettative enormi, Il nome della rosa gli ha giocato un po’ lo stesso scherzo che aveva giocato ad Orson Welles la radiocronaca dell’invasione dei marziani. Questo perché Eco, con una sua ostinata acribia piemontese, pur non facendo nulla per essere uno stilista, o in qualche misura un poeta, sembrava aver traghettato, con un giallo coltissimo pieno di personaggj vivi & ottime descrizioni (il romanzo non narra, descrive), l’Italia nella civiltà del romanzo. Naturalmente non era stato così, quel romanzo era ed è rimasta un’eccezione, e sarebbe rimasta un’eccezione anche nel catalogo delle opere di Eco (50. opere, credo di aver capìto, di cui 43. saggj e 7. romanzi). Normale che si tenda a dimenticare che Eco è sempre stato piuttosto un alieno [non che fosse un diverso, beninteso!], sia per il buonsenso propinato, vuoi a piccole vuoi a massicce ma sempre efficaci dosi, nella saggistica e nelle sue “Bustine”, sia per la sua idea di romanzo, che era poi un’idea anglosassone, francese, tedesca, cinese, kenyota, venusiana, ma non italiana (in Italia un’idea di romanzo può solo essere raccogliticcia, imitaticcia, ricicciaticcia; ma, appunto, i romanzi bisogna saperli fare – posto che serva a qualcosa, almeno in Italia, e in effetti dubito molto -, ed Eco era stato, veramente, l’unico & il solo).

E proprio per questo è stato un autore contestato, contestatissimo. La contestazione ad Eco – sia nella forma dell’analisi dell’effettiva qualità e solidità della sua erudizione, sia in quella [degenere] della condanna del suo relativismo – ha costituito una sorta di sottogenere critico particolarmente fognato e depressivo. Stranamente, gente che avrebbe preferito in altri casi starsene zitta o avrebbe curato maggiormente la qualità delle proprie asserzioni, a proposito di Eco ha sganciato spesso le peggio stronzate che riuscisse a spremersi dalle meningi muffe. Non ho mai capìto veramente perché. La sua intelligenza dava, evidentemente, ad una serie di persone una fregola insopprimibile di sprofondare all’istante nel rincoglionimento, nella rancida gnagnera delle prese di posizione da sagrestia, nel falso ingenuo da fede-nei-valori (da parte, ovviamente, di fascistoidi buzzurri, baciapile mafiosi e professori dalla laurea comprata, &c.).

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Eco era uno che prendeva in giro, nevvero?, Noi Lettori. Non era abbastanza considerare Il pendolo di Foucault come una farragine, eppure tenorilmente generosa, ma, certo, raffazzonata e dalle eccessive ambizioni, e quindi frustrata. Bisognava incazzarsi. “E’ una presa per il culo nei confronti del lettore!”, ricordo che tuonò all’epoca un mio compagno di liceo noto per l’alitosi e il colorito giallastro. Tomasi di Lampedusa nelle sue letture inglesi ha un rigurgito di odio nei confronti dei giovani teoricamente colti intorno a lui, che parlavano di ‘presa in giro’ a proposito dell’Ulisse di Joyce. A parte il fatto, notava, che è poco sensato pensare che un essere umano passi sedici anni della propria vita a dedicarsi a un manufatto coll’unico scopo di prendere per il culo proprio te, quest’accusa è poi tipica di quelli che devono per forza lèggere le cose serie, serie, di quelli che diffidano dell’umorismo, della leggerezza, dell’esperimento, del gioco, e quindi anche del gioco erudito. E’ un difetto antropologico degl’italiani. Tutt’al più, in molti casi, il fautore di Eco è un detrattore alla rovescia; cioè uno che gode per cose che ad altri spiacciono (fair is foul), come per la sodomia, o il fumo della sigaretta. Il detrattore, per conto suo, potrà essere anche una sorta di Eco formato minore, che riesce, su migliaja, a trovare il lapsus, e non mancherà, con petulante delizia, di farlo notare, e bandirlo in tromba, e ribadirlo, pure.

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Gli articoli commemorativi, tra l’altro, insistono stranamente sulle sue origini “cattoliche”, come se fosse stato l’unico e il solo ad aver deciso, dopo vent’anni passati a farsi guidare, com’è normale, dai condizionamenti anche religiosi (che poi erano i soli ad esercitare un influsso, insieme al fascismo, per un ragazzo del ’32. in Italia), ad aver abbandonato da un giorno all’altro la fede – grazie al conseguimento dei mezzi critici e di quella generale scrimitura che consentono di distinguere il probabilmente vero dal necessariamente falso. E’ stata una parabola identica a quella di moltissimi altri italiani, anche di tanti che sono nati due o tre generazioni dopo di lui. Probabilmente fa stupore scoprirgli, nel curriculum, qualcosa di uguale a tutti gli altri. Si scopre, cioè, che i mezzi messigli a disposizione dalla formazione, personale & diffusa, erano esattamente gli stessi di tutti gli altri. E allora, come mai era così, in definitiva, unico?

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