810. ORAZIO. Atto II., Scena I.

18 Feb

ATTO SECONDO.

Scena I.

CURIAZIO, ORAZIO.

CURIAZIO.

Roma non vuol distinguere tra campione e campione;

Le parrebbe illegittima ciascun’altra elezione;

Questa città indomabile voi e i fratelli chiama,

E i tre migliori militi tra tutti ergo proclama;

E la sua brama nobile d’osar cose mai fatte

Sfida con la sua unica tutte le nostre schiatte:

Crederemmo che, standovi intera adesso in mano,

Da Orazio chi ebbe nascita, non altri, sia Romano.

Scelta che può ben compiere di tre stirpi la gloria,

Consacrare gli altissimi suoi nomi alla memoria:

Sì, l’onore che al cespite vostro può derivarne

Tre poteva a buon titolo non meno immortalarne;

Se presso voi i miei prospero fato, e fiamma amorosa

La mia sorella accasano, mi scelgono una sposa,

Quel che per voi posso essere e mi farò vedere

Fanno che vi partecipi, per quanto è in mio potere;

Ma per altra inquietudine la mia letizia scema,

E tra i suoi gaudj mescola frattanto grave téma:

La guerra tanto esplicito rese il vostro valore

Che per Alba già palpito, ne antivedo l’orrore:

Se voi siete a combatterla, la rovina è accertata;

E solo nominandovi l’ha il destino giurata.

Il suo tetro proposito in questa scelta è chiaro,

E ad esser vostro suddito diggià io mi preparo.

 

ORAZIO.

Timori Alba non merita; semmai compianga Roma

Chi vede chi dimentica essa, ed i tre che noma.

E’ un non saper ben scorgere per lei tutto fatale,

Aver tanti da scegliere, e sceglier tanto male.

Mille tra quanti nascita ebbero in lei più degni

Meglio di noi potrebbero eseguirne i disegni;

Eppure, anche se l’esito morte per me comporta,

Non meno questo scegliermi d’orgoglio mi trasporta,

Ne nasce nel mio animo una maschia certezza,

Molto mi dà da attendere la pur scarsa fortezza;

E della sorte invida ad onta dei progetti

Non mi figuro al novero di quelli a voi soggetti.

Mi si dà troppo credito; ma l’anima mia ardita

Deve i suoi voti adempiere, o lascerà la vita.

Chi vuol morire, o vincere, è vinto raramente;

E’ disperanza nobile, non muore facilmente.

Roma, comunque siasi, non sia in catene tratta;

Non segnino i miei ultimi sospiri la disfatta.

 

CURIAZIO.

Ahimè! Ché devo essere compianto proprio in questo.

Quel che Alba desidera m’è, come amico, infesto.

Estremi incomportabili, vedere Alba asservita,

O vittrice, comprandosi con così cara vita,

E che quel bene unico verso cui tutto aspiro

Voi pagherete, l’unico, coll’ultimo respiro!

Che voti formo, o attendermi che devo lieti istanti?

Ovunque abbia da volgermi, solo ho a versare pianti;

Ovunque abbia da volgermi, il voto mio è distrutto.

 

ORAZIO.

Alla patria immolandomi per voi causa di lutto?

Questa, per un grandanime, è una morte auspicabile;

Per la gloria che séguita, è il pianto intollerabile,

E incontro vorrei correrle ringraziando la sorte

Se Roma e i suoi perdessero meno con la mia morte.

 

CURIAZIO.

Ma vogliate concedere agli amici il timore;

Sono i soli a compiangere chi così bene muore:

La gloria a voi serbandosi, la perdita hanno essi;

Immortale col rendervi, fa in uno loro oppressi:

Tutto si viene a perdere, con sincera amicizia.

Ma Flaviano ecco giungere con qualche altra notizia.

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