809. ORAZIO. Atto I., scena III.

18 Feb

ATTO PRIMO,  Scena III.

CURIAZIO, CAMILLA, GIULIA.

CURIAZIO.

Sì, Camilla, credeteci; quale a voi mi conservo

Di Roma non poss’essere né vittore né servo;

Non temete che arrossino mai codeste mie mani

O i ceppi o il sangue, orribile gravame, dei Romani.

Pensai per voi stimabili troppo Roma e la gloria

Per sprezzare i miei vincoli, e odiar la mia vittoria;

E poiché in modo identico in quest’angustia mia

M’era il vincer temibile, quanto la prigionia…

 

CAMILLA.

Curiazio, m’è bastevole, immagino già il resto:

Parte tu non vuoi prendere a un conflitto funesto,

E il tuo cuore, a me dandosi tutto, per non mancarmi,

Vuole alla patria togliere l’ausilio delle armi.

Altri, altri consideri la tua reputazione,

E, se lo vuole, biasimi per me troppa passione;

Non a Camilla è lecito meno per ciò stimarti;

Più il tuo amore è visibile, più ella deve amarti;

E se grande è il tuo debito ai luoghi ove nascesti,

Più tu per me sacrifichi, e più lo manifesti.

Ma al padre mio già visita rendesti? Tollerare

Può che i tuoi passi avanzino dentro il suo focolare?

Non fors’egli posticipa a Roma la famiglia?

Non forse ha più stimabile lo Stato che la figlia?

E’, infine, indubitabile che il fato a noi sia amico?

T’ha visto come genero, ossia come nemico?

 

CURIAZIO.

Mi vide come genero, con tale tenerezza

Ch’era bastante ìndice d’assoluta allegrezza;

Ma non mi vide, tramite qualche infido disegno,

Mai fino ad ora rendermi della sua casa indegno.

Della città d’origine sempre al bene operando,

L’onore m’è carissimo, sempre Camilla amando.

Finché l’armi cozzarono, mi videro a ogni istante

Cittadino lodevole, quanto sincero amante.

Conciliava quest’animo Alba con il mio amore:

A voi davo i miei palpiti, ad essa il mio vigore;

E, fosse ancòra un obbligo tornare alle armi a noi,

Vorrei per lei combattere, sospirando per voi.

Sì, malgrado gli aneliti dell’anima incantata,

Di guerra nel procedere, io sarei nell’armata.

La pace è responsabile s’ho a voi libero accesso,

Cui i nostri ardori debbono questo grato successo.

 

CAMILLA.

La pace! e come credere posso a un tale miracolo?

 

GIULIA.

Camilla, v’è da credere almeno al vostr’oracolo;

Ora stiamo ad intendere per quale evento grato,

Se un’ora combatterono,  la pace è il risultato.

 

CURIAZIO.

Chi ciò potrebbe credere? Ambe di già le armate

Con un ardore identico alla guerra eccitate,

Minaci si guatavano, fieramente marciando,

Intente, per la carica, solamente al comando,

Quando innanzi al nostr’ordine si pone il dittatore,

Chiedendo al vostro principe si cessi ogni rumore;

Dopodiché, ottenendolo: “Che facciamo, Romani?”,

Disse. “Per quale demone veniamo ora alle mani?

Che la ragione illumini l’anime tenebrose:

Noi siamo vostri prossimi, sono le vostre spose

Le nostre figlie, e in vincoli ci ha tanti Imene involti:

Nostri figlj che siano nipoti a voi son molti.

Noi siamo consanguinei, per due città una gente:

Perché voler distruggerci colle guerre civili,

Ove le morte vittime sfibrano i vincitori,

E il trionfo più splendido oscurano i dolori?

Quelli ch’entrambi odiano guardan con allegria

Che chi dovrà soccombere l’altro in preda gli dia,

Stanco, per metà logoro, vincitore, e al postutto

D’un soccorso ormai orfano da lui stesso distrutto.

Lungamente godettero già dei nostri divorzj;

D’adesso in poi unendoci l’uno l’altro rinforzi,

E nell’oblio affondino questi stolti duelli

Che fan di buoni militi dei pessimi fratelli.

Ché se di dare ordini ad altri il forte intento

Muove oggi il nostro esercito e il vostro schieramento,

Posto non faccia scorrere troppo sangue a placarci,

Esso non già dividerci dovrà, ma unificarci.

Che guerrieri si chiamino per la causa comune:

Dai nostri abbiano a pendere d’entrambi le fortune;

Seguendo quello che indichi di loro poi la sorte

Che il partito più debole abbia legge il più forte;

Ma senz’alcun discapito per i guerrieri arditi:

Ch’essi divengan sudditi, non siano asserviti,

Senz’onta, senza debito, con l’unico rigore

Che in ogni luogo l’egida seguan del vincitore.

E i nostri stati formino così un solo impero.”

Pare allora si dissipi l’émpito in noi guerriero:

Ognuno, gli occhj al volgere in un rango nemico

Un cognato può scorgere, un cugino, un amico;

Stupiscono che, avide di sangue, quelle mani

Inconsce già volassero a eccidj così immani,

E dei volti comunica d’ognuno l’espressione

Per la battaglia nausea, gioja per l’elezione.

Quindi l’offerta accettano, e la pace bramata

E’ sotto questi vincoli sùbito stipulata:

Tre per tutti combattano; ma a scelta più calzante

I nostri capi presero di requie un qualche istante:

Andò al Senato il principe vostro, il nostro alla tenda.

 

CAMILLA.

Chi dirà quanto l’anima ciò lieta, oh dèi, mi renda?

 

CURIAZIO.

Due ore, e non più scorrano, per accordo comune;

Poi s’uniran dei militi e le nostre fortune.

E’ intanto il varco libero, finché non li si noma;

Roma nel campo penetra nostro, noi dentro Roma,

Da entrambi i lati essendoci d’entrare e uscire dato,

Va ognuno a render visita a qualche proprio amato.

Mi trasse il grande palpito dietro i vostri fratelli;

E le mie brame ottennero successi così belli

Che chi vi diede nascita mi giurò per domani

Il gaudio incomparabile di stringervi le mani.

Voi potreste al suo ordine forse alcunché eccepire?

 

CAMILLA.

Una figlia ha per obbligo al padre l’obbedire.

 

CURIAZIO.

Con me dunque il bell’ordine da voi udito sia

Che deve al colmo accrescere questa letizia mia.

 

CAMILLA.

Vi seguo, a render visita, però, ai fratelli, a udire

Se questi lunghi spasimi davvero han da finire.

 

GIULIA.

Andate; e intanto postami ai piedi delle are

Per tutti e due i superi io voglio ringraziare.

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