808. ORAZIO, Atto I., scena II.

17 Feb

Scena II. CAMILLA, GIULIA.

CAMILLA.

Quanto a torto desidera che resti qui con voi!

Ch’ella creda i miei spasimi meno forti dei suoi,

E ch’io, meno sensibile a tali guaj, & tanti,

Ai detti melanconici unisca meno pianti?

Da terrori consimili ho l’anima angosciata;

Del pari avrò da perdere con l’una o l’altra armata:

L’amante dovrò scorgere, colui che per me è tutto,

La mia patria distruggere, o per la sua distrutto,

E quest’oggetto amabile farsi per mia afflizione

Degno delle mie lacrime, o della mia avversione.

Ahimè!

GIULIA.

Pure è da credere suo il caso più penoso;

Un altro amante scegliere si può, non altro sposo.

Di Curiazio  scordandovi, se Valerio accettate,

Manca ogni sfavorevole partito onde tremiate;

Tutta nostra facendovi, il rinfrancato cuore

Nulla avrà più da perdere da alcun oppositore.

CAMILLA.

No, consiglj elargitemi che siano più onesti,

Compatite ispirandomi atti meno funesti.

Benché siano difficili i mali a sopportarli,

Soffrirli m’è possibile, ma non il meritarli.

GIULIA.

Come? Chiamate crimine un cambio ragionevole?

CAMILLA.

Come? Ed il farmi perfida sarebbe mai lodevole?

GIULIA.

Contro un nemico, valido scrupolo chi trattenne?

CAMILLA.

Chi libera dall’obbligo di promessa solenne?

GIULIA.

Mostrate invano in maschera cose fin troppo chiare;

Jeri potei sorprendervi con Valerio parlare;

E l’accoglienza amabile che da voi ricevette

Speranze fece sorgere in lui le più dilette.

CAMILLA.

Se jeri ebbi ad accoglierne con letizia l’omaggio,

Nulla se ne fantastichi se non a suo svantaggio:

Del mio felice animo un altro era il pensiero.

Ma dall’errore a togliervi sappiate il fatto vero;

Per Curiazio ho nell’anima troppo pura amicizia

Perché sia tollerabile si pensi a mia nequizia.

Di sua sorella un attimo dopo che mano e cuore

Venne il fratello ad essere felice possessore,

Da mio padre ricevere si vide, gioja immensa!,

Me del suo ardore vergine per tutta ricompensa.

Quel giorno in un medesimo fausto e infausto si vide;

Di nostre case il vincolo i nostri re divide;

Un solo istante stipula fu d’imene e di guerra,

Le speranze in noi nascere fece, e le pose a terra,

Tutto ci tolse, all’attimo che tutto prometteva,

E insieme fidanzandoci nemici ci rendeva.

Quanto ogni nostra lacrima ci parve allora estrema!

Quanto di contro ai superi egli portò blasfema!

E quanti per me scorsero dagli occhj tristi rii!

Io non voglio ripeterlo, vedeste i nostri addii;

V’è noto poi dell’anima mia quale fu il tormento;

Per la pace quale auspice mai fu il mio sentimento,

E quali e quante lacrime versai in ogni istante

Per la mia patria supplice, supplice per l’amante.

Finché questo mio spasimo, tra questi antichi ostacoli,

Non m’indusse a ricorrere al detto degli oracoli.

Udite adesso, e ditemi se a quello riferito

Jeri poté riprendersi il cuore mio smarrito.

Quel Greco famosissimo, che da anni alla pendice

D’Aventino a chi interroga il futuro predice,

E che, Apollo ispirandolo, mai ha commesso sbaglj,

Con questi versi il termine segnò dei miei travaglj:

“Per Alba e Roma ha termine domani il lungo strazio;

Avrai quel che desideri, esse avranno la pace,

Ed unirà un sol vincolo e te & il tuo Curiazio

Senza che possa scinderlo mai sorte a voi rapace”.

Ebbi da quest’oracolo sicurtà pienamente;

Poich’è più favorevole che non avessi in mente,

Lasciai libera l’anima ai suoi più dolci incanti,

Che superavan l’impeto dei più felici amanti.

Pensate a dove giunsero: Valerio reincontrai,

E contro l’uso solito io non me ne crucciai.

Dei suoi detti amorevoli in nulla m’adontavo,

Parlavo, inconsapevole, pure, che a lui parlavo;

Io non potei trasmettergli o sprezzo o indifferenza,

Di Curiazio ogni immagine avendo a me apparenza;

Ogni parola dettami diceva del suo ardore;

Ogni parola dettagli, del mio costante cuore.

Oggi la sorte arrischiano, oggi è la gran giornata;

Jeri me lo ridissero, ma io ero sviata.

Respingeva il mio spirito quest’idea che dispiace,

Sedotto dalle immagini dolci di nozze, & pace.

La notte giunse a sperdere questi fallaci incanti:

Mille sogni terribili, e viste sanguinanti,

O meglio mille cumuli di carnajo e d’orrore,

La gioja mi strapparono, mi resero il terrore.

Vidi sangue, cadaveri, nulla forma acquisiva;

Uno spettro, apparendomi, sùbito via fuggiva;

L’un l’altro si scacciavano, e ciascun’illusione

Raddoppiava i miei palpiti con la sua confusione.

GIULIA.

Se al contrario s’interpreta un sogno dice il vero.

CAMILLA.

Così io devo credere, poiché questo io spero.

Ma mi ritrovo al termine, della speranza a danno

Che una battaglia apprestano, e non che pace fanno.

GIULIA.

Così la guerra termina, e la pace consegue.

CAMILLA.

Se il rimedio è consimile, sia il male senza tregue!

Che Roma abbia da perdervi, ch’Alba riceva scorno,

Dispera, o amante, d’essere mai più mio sposo un giorno;

Mai, mai non dovrà essere; quel nome io non conservo

Per chi di Roma ha titolo di vincitore o servo.

Ma che in attesa visita ricevo in questa, oh Dei?

Curiazio, tu? E credere posso a quest’occhj miei?

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