797. Stralcio.

2 Mag

«[…] Sempre in proposito degli sdruccioli, lo sventurato STROPPIA ebbe anche a dichiarare:

D’esse voci sdrucciole, parmi, che hauesse di mestieri il verso nell’atticciatura franca, & viuace de’ dialogi: poi che non sol io truouo che le comedie dall’Ariosto intessute su quelle di Plauto usino solamente lo stame di cotest’artifizio, ma i canti de’ Pastori nella bellissim’Arcadia del Sannazaro, e l’Egloghe non meno sublimi di costui vezzosamente se ne veggiono intrecciate, e ‘l Pentimento Amoroso del Cieco d’Adria, che partecipa dell’un, & dell’altro Genere, regolarmente conclude i suoi ingegnosi versi con queste desinenze; ma più ch’ogni altro esempio di men’antica foggia, mi risolue a far conto grande d’esso artifizio il vetusto componimento di quel Siciliano Artefice, che l’Allaccij offerse or non è molto alla marauiglia & all’omaggio congiunto de’ massimi Intendenti, & de’ più lodati Virtuosi dell’intera letteraria Republica. Già tassato dall’Aligero Poeta per quel verso pesantuccio Tragemi d’esto focore se t’este a bolontate, pure il componimento sembrami de’ più indicati a mostrar la via da percorrersi al Dramatico Poeta che non voglia intutto intutto sordo, & cieco rendersi alle trombe d’oro, & ai fulgori di cui fastosiscono le Galliche scene, come non è sordo, o cieco, al concento de’ più classici stormenti, lustro de’ Sinfoneti augustissimi della Greca, & della Romana scena.

Fu naturalmente inutile che l’industrioso STROPPIA recasse qui altre pezze d’appoggio, tra cui

il Baccano del gran Sebezio Olore

ritenuto a sua volta assimilabile alla poesia drammatica in quanto riproducente, come dire, al vivo un canto di parentirse, poiché il momento della vera penetrazione del Classicismo luisiano per noi Italiani è il secolo che seguì quello che lo STROPPIA si ritrovò condannato a vivere, nonostante i limiti cronologici della sua vita sembrassero far di tutto per forzare la natura a concedergli più tempo che non sia alla stragrande maggioranza dei mortali concessa. Di là, però, dal trattamento dell’alessandrino di ascendenza cielina, il poeta diede qualche prova, anche tragica, in endecasillabi sdruccioli, una Catergomena  , tragedia orrorosa, inamena e retrograda già nel titolo al secolo del morbido del vezzoso dell’attrattivo, che ha qualche punto di contatto (ma solo qualcuno) con le Epicari e il tragico neroniano cari all’ultima fase barocca, ed è strabocchevole (12.500 vv. ca. ripartiti in un massiccio Prologo, 5. Atti & 1. Epilogo durante il quale trovano la morte 42. personaggj, compresa l’eroina, il tiranno, la perfida antagonista Pseudossia, un Alto Magistrato, una ventina di donzelle vergini, dignitarj, ministri, plebei traditori, &c.), la pastorale romanzesca L’Ermintrude, sulla falsariga del Pentimento Amoroso del Groto, appunto, e degl’Intrichi d’amore del Tasso, ma curiosamente incentrato sulla figura mostruosa, come marloviana, della perfida noverca, a cui è intitolata – non fosse per la sovrabbondante fioritura di episodj e fin trame secondarie, che portano il dramma a superare i 5.000. vv., e la deliziosa La fatagione, non immemore forse della Illusion comique, rimasta manoscritta e resa purtroppo meno fruibile dell’auspicabile dalla mole sformata, essendo una massa di versi forse superiore a quella della Catergomena, ripartita in 7. giornate per un totale di 35. atti. Questi tre drammi costituiscono un unicum nella produzione dello Stroppia, e per il loro statuto metrico e per l’insistenza, anche nei generi più leggeri, su tèmi patetici, e persino tragici & orrorosi, in linea con la volontà di trovare una via seria al verso sdrucciolato: con quale felicità d’esiti è troppo presto per stabilire. Ma una caratteristica, per ora, più d’altre notevole è appunto il fatto che non solo siano in endecasillabi sdruccioli, ma anche in rima obbligata tra loro secondo lo schema AABB &c., giusta l’antipatia dello Stroppia per il verso sciolto. Così come sono, ossia in distici rimati, queste tre opere, a prescindere dal valore intrinseco, sono da considerarsi un tramite fra la prima maniera, segnata dall’uso classicistico degli sciolti (ma sono due prove, una farraginosa Medea e una caotica Stenebea, rispettivamente 1638. e 1640., due cose complessivamente modestissime), e la seconda maniera, caratterizzata da una certa aderenza agli schemi classicisti francesi (uso del distico d’alessandrini, intervalli di cori su schemi pindarici, lunghezza non superiore ai 1800.-2000. vv.; una trentina di drammi, tra 1645. e 1660.); dunque sarebbero da ascrivere – in che successione, per ora, faute de plus, sarebbe possibile stabilire solamente in base ad un’accurata collazione delle varie economie testuali – al quinquennio/sejennio 1640.-1645. Solo le prime due furono pubblicate, la Catergomena, e ottimamente, dal Combi e La Noù, L’Ermintrude in modo scorrettissimo da Pompeo Tirelli, piccolo e non notevole stampatore in Frosinone 1625.-1657. L’aspetto più curioso è che entrambe le edizioni manchino d’indicazione di data, che almeno nella Catergomena poteva sperarsi di trovare nella dedica (succinta e frettolosa, al momento d’andare in stampa, ad un Savorgnano).

Della Catergòmena vedasi uno squarcio dell’Epilogo. Premetto che, del tutto in linea con la rozza inamenità generale del componimento, la cui totalità è temo irremeabile per qualunque lettore,  e in aggiunta alla complicatezza propria e della tragedia implessa e dello Stroppia preso in sé e per sé, chi si accosta a queste faticose pagine può trovare legittimamente scoraggiante l’assenza pressoché totale di qualunque nota deittica. Il curatore, talvolta con formulazione doverosamente ipotetica, ha creduto bene inserirne alcune, sia pure desumibili dal testo e dal contesto, ma almeno – si spera – in grado di sveltirne, se renderne scorrevole è impossibile, la fruizione.

L’antefatto è grosso modo quello che segue. La Pseudossia dà un sontuoso festino, in onore del tiranno Orgonte; venti donzelle danzano per il tiranno, mentre Pseudossia – per motivi suoi – , certa che la Catergomena sia morta durante una spaventosa tortura, avvelena la coppa del tiranno e si appresta, con l’amato prigioniero Medoro, ad ascendere il trono. Nel frattempo Medoro, intenzionato a vendicare la Catergomena riputata morta, ha fratto versare un potentissimo veleno nell’essenza a base di mirra con cui la Pseudossia ama rinfrescarsi. Tuttavia ella, quasi sicura (e ha ragione) che il Primo Ministro, Attuario, attenti ai suoi proprj giorni, ha fatto profumare con quell’essenza le venti danzatrici; le quali, essendo il tossico lentissimo, quando cominciano le danze, stanno morendo e non lo sanno. In compenso, nel cingere il diadema, la punta di uno spillo ferisce forse non troppo fortuitamente l’ìndice destro di Pseudossia, avvelenandola – e questa, e non l’avvelenamento della mirra, è la trovata d’Attuario. Il quale è preso di mira da Polemone, Capo delle Guardie, che meditando un colpo di Stato militare, ha fatto pervenire al Ministro una missiva sparsa di carbonchio, nel frattempo tenendo pronte le Guardie ad irrompere per un massacro generale – il segnale convenuto sarà la parola VENDETTA!!!, gridata dalla terrazza del salone, da una donna incaricata all’uopo dal Capo delle Guardie. La Catergomena, che non solo non è morta ma ha potuto per giunta udire di sfroso un allarmante dialogo durante il quale Orgonte ed Attuario si accordavano per uccidere Medoro con un crotalo nascosto nello scrigno di platino in cui la Pseudossia ha riposto l’anello ch’ella vuole infilare al dito dell’amato sopra il cadavere del tiranno, si presenta, inguardabile come un resurgente di Valacchia, al festino, quando la Pseudossia, Orgonte, Attuario, e anche Polemone, le cui pietanze sono state abbondantemente cosparse di cantaridi da un altro personaggio di cui non è minimamente il caso di parlare, sono stati tutti avvelenati; epperò la donna incaricata di gridare VENDETTA!!! dal balcone, essendo vestita da uomo, e in modo identico ad un oppositore di Polemone, è stata da questi uccisa con una pugnalata tra le scapole; e Medoro, intenzionato a vendicare la morte della Catergomena dopo la morte del tiranno, s’è imbottito numerose tasche interne con polvere da sparo e varj materiali infiammabili, deciso a farsi saltare in aria non appena l’odiata Pseudossia gli avrà porto l’anello.

Mentre le venti danzatrici s’afflosciano a pavimento una dopo l’altra, la Catergomena avverte l’amante del contenuto dello scrigno. Mentre la Pseudossia, barcollante, tenta di uccidere contemporaneamente Attuario e  la Catergomena, Orgonte, vacillante, riesce a tagliare in extremis la gola a Polemone. L’oppositore di questi, avendo saputo che le sue vivande sono state intossicate (si chiama Gernando, questo personaggio), s’è cambiato le vesti con Ermodoro, fedelissimo di Polemone, contrabbandando l’atroce scambio per uno scherzo a sfondo galante. Da questo punto di vista, nulla cambia, perché visto uccidere Polemone, Ermodoro trafigge Gernando, e si getta alla finestra gridando VENDETTA!!!, poco prima che, troppo tardi ahilei, la Pseudossia gli tronchi il capo con un colpo d’alabarda. Aprendo la botola d’un passaggio segreto, la Pseudossia lancia una torcia accesa, a far lume, a Medoro, che esplode, ossia deflagra, rimanendo ucciso sul colpo insieme colla Catergomena e tutt’una serie d’altri. Immediatamente dopo irrompe la Guardia, che massacra superstiti e moribondi, non prima che la Pseudossia, completamente impazzita, ridendo satanicamente, si sottragga al massacro lanciandosi dalla finestra, avendo appiccato poco prima un  poderoso incendio. In sul causar la morte dell’amante, la principessa geme:

LA PSEVDOSSIA.

Oh quante morti i miei tappeti bruttano!

Questi gemono, e l’anima altri eruttano,

Mista col vino, & le viuande tossiche;

Ma non mi pento, certa pure fossi che

Solo gl’Inferi il nostro abbraccio attendono:

Ma a che mai nostre gran passion non scendono?

Mi vedo micidiale; & del medesimo

Mio padre: a tanto trono non ascesimo

Per minor prezzo, ma più d’altro fomite

Agì su me l’hauer te per mio comite:

Sappi, cuor mio, mie viscere, mia anima,

Pseudossia sol per te spira, & s’esanima;

Per te che il cuore sei del cuore intimo

Del cuore del mio cuore; & pietà t’ìntimo!

Per te soltanto su massacro horribile

M’ergo Regina, & d’Ade son passibile!

Ma al Trono pensiam poi, quando si calmino

L’acque, & le nostre Prode si rispalmino

Per questi lidi; la versiera ignobile

Che accanto t’è, orsù lascia, & col più mobile

Passo fuggiam da queste soglie, e il transito

Facciamone da noi, con fretta & ansito.

A te, oh cor mio!

[Qui la Pseudossia evidentemente lancia la torcia, utile ai due a far lume nel passaggio segreto, verso Medoro, affinché la prenda. Ovviamente Medoro, imbottito d’esplosìvi, deflagra].

Oh, che mai fu? Sfauillano

L’aure, la reggia, il cielo, il suol ne brillano;

Con tuono poderoso e incomportabile

Tutta è riscossa questa reggia stabile!

Fumi densi dov’è colui s’addensano:

Ma di celarlo a me male si pensano!

Amato mio, l’indugio fatalissimo

Rompiamo: guaj se d’iui non partissimo.

Ma che vedo? L’a me celeste imagine

Lasciò campo pur ora a una voragine;

Ohimè, vista per me la più esecrabile,

Mira lì uno, e altro resto miserabile;

La man sua, di cui tanto fui tenera,

L’orecchio, e ‘l piede che il mio cuore venera,

E, oh dio, la testa, e la sua incomparabile

Chioma; & il resto. Oh fato mio implacabile,

Dei miei reati i fii tutt’in me piombano!

V’è alcun tra voi, tra quanti non soccombano,

Che assenta me di tanta pen’a togliere,

E i cari suoi lacerti, ohimè, a raccogliere?

Ah che gl’ingrati, i vili più non m’odono;

E mille serp’il petto già mi rodono,

Ché quella carne, sì che ancor non riescola

A distinguere, alla di lei si mescola:

Inuano vado, ahimè, ricollegendolo;

A chi appartiene & l’uno, & l’altro sbrendolo?

Di dubbio, odioso Amore, in tutto leuami:

Questo braccio di lui, di lui pareuami;

Ma lo solleuo, & noto che ne pendono

Catene, che i miei sensi vilipendono;

In mezzo al materiame sozzo, & fumido

Pensai di lui, e a lei è il labro tumido!,

Che staccato & pendente, pare irridere

A me, che non volendo l’ebbi a uccidere!

Oh reggia maledetta, oh abhorribile

Fame di regno, fasto insostenibile!

Pseudossia infame, altrui facesti gemere,

Tu solamente n’hai, trista, da fremere!

Padre: ti maledico, che già in essere

Ponesti me, acché hauessi trame a tessere;

Empio ministro, i giri ti rinchiudano

Più fondi d’Ade, e i preghi tuoi deludano;

Corte, Sirte d’errore, possa scendere

Su te l’eterno oblio: ché a vilipendere

Il tuo peruerso stato, da conoscere

L’haurebbe il mondo, pace a mai reposcere.

Chi geme là?

 

[Il re Orgonte, come si capisce da quel che segue, imponendosi un ultimo sforzo, è riuscito a colpire mortalmente il  ministro Polemone].

 

POLEMONE.

Non volle vita perdere

Senza me, capital nemico, sperdere.

ORGONTE.

Gode così il mio maluagio animo;

Ormai sì lieto m’abbandono, esanimo.

ERMODORO.

Tiranno maledetto, il solo orrevole

Collo secasti d’un’abominevole

Corte.

LA PSEVDOSSIA.

E’ morto, pertanto, il crudelissimo

Mostro? Sono Regina! Oh fedelissimo,

Ai piedi miei, ti vo’ ministro eleggere;

Lo scettro a me, ch’ho da brandire, & reggere.

[Nei pochi versi che seguono Ermodoro descrive un facile prestituccio dall’Orbecche. I versi o giungono corrotti, o veramente lo Stroppia, messo alle strette dalle rime obbligate, ha perso la bussola; ma non sono molto grammaticali].

ERMODORO.

Empia figliuola, poiché i suoi non schiudono

Sforzi, & scherno le fanno, anzi, & deludono,

Le dita indegne ancor posmorte auide,

Paghe di furto, & di nequizie grauide,

Con un coltello, ohimè, viene spiccandone,

Insanguinate insegne ricauandone.

 

[Le martellanti interiezioni (“Oh oh”) con cui la Pseudossia accompagna quasi ogni sua affermazione seguente dovrebbe indicare l’impazzimento. E’ evidente l’ascendenza polizianea].

 

LA PSEVDOSSIA.

Oh oh, morti miei serui, corteggiatemi;

Oh oh, al soglio d’oro accompagnatemi.

ERMODORO.

Senti se la versiera gode & giubila;

Un giusto Dio a lei li sensi onnubila.

Tutto è finito; andiamo l’aure a rèmpiere

Del grido conuenuto, e il voto adempiere.

[Ermodoro qui si fa al balcone, e svolge il suo còmpito, gridando VENDETTA! e dando così il via alla rivolta militare].

VENDETTA!

LA PSEVDOSSIA.

Oh oh, chi dà qui all’aure il sonito,

Oh oh, d’un grido ch’è funebre monito?

Oh oh, vendette più non si ritardino,

Oh oh, tante superbie s’alabardino!

[E su questo delicato conio, la Pseudossia taglia la testa ad Ermodoro, con un colpo d’alabarda, appunto; il capo troncato cade di sotto, come rilevato dai due versi che seguono, che con ogni verosimiglianza presuppongono il popolo come destinatario].

Oh oh, comincio il regno mio donandoti,

Oh oh, quel capo, & sangue prodigandoti.

[Qui giunge Ircano, capo delle guardie, a capo di uno stuolo di seguaci].

IRCANO.

Non giunse in tempo, donna detestabile,

Il colpo tuo; il tuo fato è miserabile.

[…]».

 

Annunci
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: