796. Questo sì che è un libro.

29 Apr

Mentre aspetto di ritornare a lavorare, contro ogni speranza [ma anche contro ogni mio principio – non perché i miei principj mi vietino di lavorare, tutt’altro, ma per le condizioni in cui dovrei continuare a lavorare], rileggo & rileggo un libro straordinario, Il lungo viaggio attraverso il fascismo del più grande storiografo del ‘900 italiano, prodotto, testimone e fors’anche martire del subumano padronato italiano, Ruggero Zangrandi (1915-1970).

Il sottotitolo vorrebbe questo volume (lo leggo non certo nell’ormai rarissima edizione, poi completamente rivista, del 1946, e nemmeno in una delle 4. edizioni del 1962, ma nella prima ristampa in tascabile del marzo ’63, che ha il – lieve, spero – svantaggio di mancare di una parte della documentazione presente nella seconda edizione riveduta) un “contributo alla storia di una generazione“, ciò ch’è o miopia – ma non credo proprio, dato che proprio alla generazione seguente alla propria Zangrandi si rivolgeva esplicitamente – oppure understatement, ed è ben più probabile.

Infatti, a mano a mano che procedo in quest’ennesima rilettura del capolavoro, su cui mi sarà d’obbligo tornare più estesa- & partitamente, tanto più mi vado convincendo di star leggendo, mal dissimulata sotto la crosta incredibilmente sottile di quello che (orbaci, camicie nere, scarpe di cartone, littoriali) mi appare a questo punto mero trovarobato d’epoca per una storia, o somma di storie, buona per tutte le età, la storia di questo tempo [stavo per scrivere del mio tempo, ma mi sembra francamente disonesto].

Senza che sia dichiarato tutto quanto, ciò che sarebbe stato ovviamente impossibile, il Lungo viaggio mostra, con un taglio narrativo della massima agilità e funzionalità [sbagliava Fortini a contestare che si cadesse un po’ nell’aneddotico; di fatto, se difetto c’è, è proprio nel fatto che Zangrandi è forse un po’ avaro di aneddoti], ora le cause e le concause, ora gli effetti (straordinariamente ripetitivi) dei difetti di quel popolo di zoccole che si chiamano gl’Italiani. Di cui mi sono sforzato di enumerare, se non tutti, almeno i principali vizj caratteristici.

Doppiezza; ignoranza del meglio; selvaggia diffidenza; ipocrisia; attaccamento morboso alle proprie esigenze (anche indotte); arretratezza fattiva rispetto i valori in cui si dichiara di credere; incapacità di collaborazione; disprezzo dell’onestà ne’ traffici; tendenza alla repressione preventiva di tutto quello di ‘diverso’ da cui si teme di rimanere esclusi; la credenza incrollabile nell’essere padroni di un “territorio”; fede in un quieto vivere che è fattivamente disgusto della vita – conseguente odio & timore di qualunque forma di vitalità; avversione per qualunque forma di sincerità; identificazione automatica del valore umano con l’oggetto da distruggere (con tanto maggior vanto quanto maggiore si suppone sia esso valore umano); attaccamento inescutibile ai proprj pregiudizj contro ogni evidenza; intransigenza in nulla salvo che nel lassismo; gusto insaziabile nel vedere sporco in tutto e tutti (o nello sporcare quello che con tutta evidenza non è sporco abbastanza); vecchiezza di mente; inutile cinismo; ottusità; incapacità di bellezza; presunzione d’intelligenza (come avviene, peraltro, con tutte le teste di minchia di tutte le latitudini; ma da noi di più); preferenza accordata al dolore piuttosto che alla fatìca; preferenza accordata alla fatìca altrui piuttosto che alla propria; disprezzo per la fatìca; presunzione di star vivendo da martiri, anche seduti su una tonnellata di milioni; presunzione delle proprie forze specialmente rispetto chi si trova in difficoltà; presunzione massima delle proprie forze specialmente rispetto chi si trova in difficoltà per causa propria, nel 100% dei casi grazie a qualche schifoso sotterfugio che manco li cani; marcata tendenza all’oblio specialmente dei proprj errori e delle proprie malefatte; memoria tenacissima degli errori e delle disfatte altrui; tendenza a considerare con simpatia i crimini e come crimini le sconfitte; crudeltà travestita da giustizia, ergo fiducia nello jugement de dieu e nella ragione del violento; tendenza a considerare i proprj raggiri come astuzie e le astuzie altrui come tradimenti; disprezzo & irrisione per l’iniziativa personale (salvo si tratti di attività prettamente delinquenziali); servilismo nei confronti dell’autorità e odio per l’autorevolezza; ripugnanza nei confronti delle istituzioni; avversione per qualunque profondità d’analisi; allergia al dubbio; tendenza a scambiare per popolare (anche perché in Italia di popolare non esiste nulla) quello che è commerciale (e soddisfa unicamente l’avidità di un mazzetto di padroni, dalla cui gratitudine si può sperare sempre qualche briciola); verticismo inguaribile; tendenza a considerare chiunque abbia passato i trent’anni come un sacco di putredine, salvo rivalutare praticamente qualunque cazzone abbia superato la soglia degli ottanta; acquiescenza assoluta nei confronti delle convenzioni pur nella totale (e volontaria) ignoranza del significato ch’esse implicitano; tendenza spiccata all’imitazione scimmiesca di talune esteriorit, in specie se mutuate dagli usi & costumi di qualche paese straniero, pur nella totale (e volontaria) ignoranza dell’evoluzione storica di cui sono risultato.

Questo m’è venuto in mente fino adesso; ma mi sa che dimentico qualcosa. Suggerimenti?

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