795. Consumare & pagare.

18 Apr

Ce ne sarebbero, veramente, di cose da raccontare; ma sono le più circoscritte le più facili. Non mi connetto più con regolarità, ormai da una vita. L’unica è scrivere le cose a caldo [i sensi di colpa che mi porto dietro per non aver scritto, né qui né altrove (o, altrove, stenograficamente e in modo superficiale, sempre inutilmente riservandomi di riprendere gli appunti in mano) non si possono esprimere, comunicare, spiegare].

M’è appena successo d’essere invitato al ristorante (“Da Peppino“, via Mercanti), da una conoscenza recente, un tipo come minimo originale a cui do una mano a distribuire i giornali la mattina [un post che avrei dovuto (?) fare poteva in effetti intitolarsi Edicolanti, non lo farò mai].

Arrivati quasi a fine pasto mi fa una proposta del tutto in linea con il carattere del personaggio che è. Mi dice, prendendola appena alla larga, che tempo prima è venuto con un suo amico nello stesso ristorante; che hanno consumato; e che se ne sono andati, insalutati ospiti. Non si sono accorti di niente, mi dice. Facciamolo anche noi, mi dice.

[Altra volta m’è capitato che un altro originale invitasse me e uno stronzo al ristorante, dove però il conto era di 190. euri, e si rifiutasse categoricamente di pagare. Purtroppo alcuni poliziotti in borghese erano presenti, e ci sbarrarono tutte le vie d’uscita; ebbi un bel daffare a careggiarlo molto, & lisciarlo, benché pregassi interiormente che cadesse fulminato lui, i camerieri e i fottuti poliziotti, perché uscisse i soldi. Doveva essere un altro post, forse – perché no? – proprio Insalutato ospite, ma è passato troppo tempo, e chi lo scrive più?]

Gli faccio notare che, veramente, quando si gioca si dev’essere almeno in due; che in due siamo, ma che io non ho assolutamente voglia di giocare a quel gioco. Che è una trombata invitare il sottoscritto al ristorante e poi scapparsene via senza pagare. Non gli faccio notare che lui è buon cliente, e un tipo originale, e che con lui magari hanno deciso di chiudere un occhio, una tantum, ché tanto ci guadagnano lo stesso – a differenza del sottoscritto. Non gli faccio notare il cartello, che avverte della videosorveglianza attiva, proprio davant’il tavolo cui siamo seduti. Non gli faccio notare che è una faccia di genuina merda.

Gli dico solo che la sua iniziativa è una mancanza di rispetto [!] nei miei confronti, che non è comportarsi da amico.

[Anche se non è il primo amico di questo genere in cui inciampo; a questo proposito avrei dovuto deliziarvi, nella tarda estate scorsa, con un post dedicato a Una nuova amica, una rottanculo da urlo che mi ha affamato per 11. giorni, lasciandomi con un cane privo di mascella da imboccare tre volte il dì; e che infine, trovato che avevo mangiato troppo del suo, mi ha portato via una borsata di scritti e una di libri. Ma è roba dell’anno scorso, non sarà il caso di dimenticarsene?].

Io me ne vado, adesso, mi dice; e tu che fai? Rimani, dice, qui come un coglione?

Dico: io non mi sogno nemmeno di andarmene senza pagare. Se non lo fa lui lo faccio io – per la mia parte, bentinteso, anche perché per entrambi non mi basterebbe il valsente, che peraltro mi scarseggia sempre. A parte il fatto che, anche se l’avessi, col cazzo che pagherei il conto di chi m’ha invitato.

E come paghi?, mi chiede.

Produco dieci dei quasi quindici euri che fortunosamente mi ritrovo in tasca. Praticamente, dico, è tutto quello che ho. A sapere della tua bella idea della minchia avrei speso i soldi diversamente, ma pazienza. Mi rifarò.

Intercetto la cameriera e le dico: Dovrei pagare.

Sì, risponde lei, paga dentro. Hai il foglietto?

Sì, sono due menù fissi, dico, accennando a quella cara gioja del mio amico, che ha intascato il foglietto; ma facciamo alla romana. Io pago il mio, lui paga il suo.

Ah, va bene, mi dice la cameriera. Prego, vai pure alla cassa.

Io entro, e l’altro, colla copiacarbone del conto, non può fare altro se non seguirmi all’interno del locale. E produrre il foglietto, col totale implicito, euri 17.

La cassiera mi spiazza, notando che io sono abbronzato, mentre l’ “amico” è bianchiccio. Sì, in effetti io lavoro, all’aria aperta [Il contadino, questo poteva essere il label di una serie di post – chissà se ne scriverò], e prendo sùbito colore. Lui, invece, sta chiuso in un’edicola a rompersi i coglioni per mezza giornata, tutti i giorni o quasi. In compenso ha mamma, papà, conto in banca, paghetta settimanale equivalente a un mese e mezzo di mio compenso, &c. E io pago.

E lui pure.

Dieci euri, gli faccio, ma senza particolare acrimonia, se sapevo della tua bella idea mi compravo un panino e il resto me lo tenevo. Per colpa tua, rilevo semplicemente.

Per colpa mia?!, mi fa, mezzo sdegnato. Per colpa tua, semmai!

[Certo, è scontato che di tanto in tanto uno esca dal ristorante senza pagare. Anzi, se non lo fa è un ciuccio].

Del tutto imprevedibilmente, interviene la cassiera, che mi dice, fa: Beh, almeno hai la pancia piena.

Rimango a bocca aperta. Ma la richiudo. Inutile darle di troja, come per solito sono in minoranza e linciaggj ne ho subìti fin troppo. E troje ne ho conosciute a botontoni.

Me ne vado senza salutare.

“Davide! Davide!” è il richiamo che fa per mezzo minuto eco ai miei passi. Naturalmente faccio finta di niente, e tiro dritto.

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Mi sento leggero.

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