791. Il basilisco allo specchio. IV.

17 Gen

Quanto mi mancava di sapere, l’ORSETTA VAN BEEKHVIZEN me l’ha detto di fronte ad un sontuoso high tea nel salotto verde, o così denominato nonostante di verde ci fosse ben poco, che passa per essere, nella casa, per il salotto buono (col che non intendo indurla nel marchiano errore di pensare che gli altri siano o men buoni o cattivi addirittura), dove davanti ad un Samovar appartenuto a Cui e ad un chilo e mezzo di diplomatico per converso freschissimo (col grammarniè), m’ha ragguagliato sugli ultimi sviluppi (mentre dal piano superiore riverberavano strani cavernosi mugolii, tra’ quali non era tuttavia affatto insensibile proprio la qualità timbrica singolare di quella famosa Voce, che si sovrapponeva così disarticolatamente a quello che mi sonava come un timbro un po’ sgranatino anzichenò, un soprano non fors’a me incognito, in una registrazione della Traviata [né avrei mancato a suo tempo di reminiscere in effetti in quella voce Mariella Devia]: un contrappunto, o per meglio dire ensalada, un po’ perplettente intercalato qua e là da un rumore vago, come di uova spiaccicate sopra uno schermo televisivo, e ad ogni spiaccichio pareva a me di orecchiare alcune espressioni che ‘l tacere è bello, inframezzate a taluni franchi porcoddii, e forse più circostanziate accuse alla cantante da me testè nominata), che sono stati drammatici, per non dire tragici, e che qui riassumo alla meglio: durante la generale di fronte ai familiari & eredi del compositore, & ai committenti, la Zia s’era intesa poco bene, e il Teatro era stato sfasciato [parole testuali dell’Orsetta; poi dirò a S.D. che relazione vi sia tra il malessere accusato dalla cantatrice e la genuina devastazione della vetusta sala], e il dott. Seminacoccole, contestualmente, era purtroppo venuto a mancare: “Ora, come dicevo, questo delizioso incrocio di porcellino nero angolano e diavolo della Tasmania”, proseguì quindi l’anfitriona, e mi pregio farLe notare che si riferiva al topastro che aveva causato quel vivamaria poc’anzi, “porta il nome d’una gloria d’antan, come Spontini”, e qui m’indicò un povero primate, credo uno scimpanzè, vetusto e spelato, semiaddormentato contro lo spigolo dell’uscio, “e Weber”, e qui fe’ segno verso un miserando psittaco, credo un ara, tanto macilento da parer dover cadere in pezzi da un momento all’altro, mezzo cieco, malcerto su un trespolo tutto sconcacato, ed impegnato perlopiù a tirar sù col naso; mentre l’animale, vedendosi osservato, dando prova della congenita tendenza di sua razza all’esibizione d’abilità singolari, sciorinava con molta esattezza la composizione dell’Efferalgan, l’ORSETTA concluse il suo discorso, inghiottendo l’ultimo pezzo di diplomatico: “Vieni, tesoro, ti faccio vedere in quali condizioni del signore versa oramai la povera zia Pellandra”, e presami per mano mi condusse nel più perfetto silenzio – salvo i rantoli che venivano dal piano superiore – dalla Zia, aprendomi d’innanzi gli occhj un teterrimo, pietosissimo spettacolo: la VAN BEEKHVIZEN PELLANDRA, seduta, o apparentemente inserita, incastrata, nell’interno d’una carrozzella VertigoWheel 668H (quattro marce, cinque velocità, 100 km con un pieno, autonomia di 15 min. per brevi voli entro i 5 m d’altitudine, cambio automatico, risparmio energetico, diesel, con ciambellone regolabile, cesso chimico incorporato a tenuta stagna e frigobar), scarmigliata Tisifone, non più ministra delle Muse, ma sinistra evizione di sé stessa, od orrida befana, con una crocchia raccogliticcia sistemata inconditamente a destra dell’occipite, con un ferro da calza infilato dentro [nella crocchia, non nell’occipite], gli occhj iniettati di sangue, un rictus d’ebete ferocia, di torva demenza a distorcere le fattezze da doccione, o d’antefissa, pretendeva pettinarsi i cernecchi rigidi che penzolavano liberi a sinistra del capo per tramite d’un bicchiere d’aperitivo, mentre coll’altra mano raccoglieva ad intervalli regolari uova scadute da una pila di cartoni, gettandole contro lo schermo al plasma da 118 pollici, laddove, attraverso lo spesso, sempre più spesso, sbarramento di di albume e tuorlo attaccaticcio era distinguibile la prelodata Devia Mariella, impegnata nel duetto con Germont; e mentre la cantatrice deversava da tutti gli altoparlanti tutt’i tesori dell’arte sua, la VAN BEEKHVIZEN PELLANDRA, con un odio indescrvibile stampato sul mascherone, sensibile persino nell’atto d’afferrare le uova, che talora le si rompevano in mano, colando in lunghe filacce viscide sul pavimento, dove la pozza s’era andata facendo enorme, gettava le malandatezze contro lo schermo, cercando di beccare esattamente la Devia, con più feroce, dispettosa voluttà nei momenti più difficili: le sue intenzioni, imbarazzantemente chiare in mezzo al tanfo fognato esalante dalla pozza piaccicosa sotto lo schermo, erano esplicitate ulteriormente da quello che poteva cogliersi dei suoi bofonchii: “Stronza!… e quello… gghhf… sarebbe un re?”, e giù uova marce, anche due o tre di fila, mentre il lago s’allargava, e il fetore si faceva più insopportabile: talché sbalordita mi volsi verso l’Orsetta, la quale con aria sconsolata aperse le braccia, come a dirmi che sì, la scena era spaventevole, ma non c’era altro modo per tenère tranquilla la signora Zia, che questo era stato fatto per allevio alle sue tormentose condizioni psichiche, e che non implicava alcuna valutazione critica oggettiva sulla cantatrice in questione; e ad ogni buon conto, articolatamente, soggiunse: “Le pareti sono tutte imbottite, e anche lo schermo è di materiale plastico deformabile”, e non aveva finito di dirlo che la porta dond’eravamo entrate si chiuse di scatto, e da appositi bocchettoni fuoruscì acqua saponata, che si sparse su tutto il pavimento, mentre lo schermo a sua volta era irrorato; dopodiché l’acqua saponata a terra fu parzialmente assorbita dagli stessi bocchettoni, donde uscì altra acqua, fredda, per il riasciacquo, e poi un dolce teporino, che rasciugò perfettamente le nostre scarpe  e il pavimento; dopodiché si ripartì daccapo, lo schermo si oscurò e riprese a restituire immagini, mentre la VAN BEEKHVIZEN PELLANDRA, pregustando la prossima scena, batteva le mani, con allegria maligna; e dinanzi a noi furono sciorinate parecchie immagini, dalla Fille du régiment con la Dessay (quattro vassoj quattro spettarono alla scena in cui la cantante dava una culata per terra durante la scena della lezione),  Armida con Renée Fleming (ogni nota dei lunghi vocalizzi di “D’Amore al dolce impero”, con virtuosismo sorprendente – della Pellandra – , fu gratificata con un proprio uovo, una mitraglia che sparò schizzi putridi in tutte le direzioni, costringendoci a riparare dietro un sofà, che costituiva l’unico altro oggetto d’arredo della stanza), I Puritani con Anna Netrebko (qui la Pellandra van Beekhuizen si limitò ad un lancio regolare e costante, fino a totale copertura dello schermo), Cenerentola con Joyce DiDonato (vassojo intero ad ogni acuto, con tanto di risatazza gorgogliante e applauso), ma la cosa più sconvolgente avvenne quando lo schermo cominciò a restituire le immagini, e gli altoparlanti i suoni, di un sapiente medley dei momenti più opinabili di Cecilia Bartoli, da Sacrificium alle arie rossiniane, a Clari, da Sonnambula al Barbiere: una kalì ipercinetica si sostituì alla demente vecchiarda, catapultando uova fetenti in tutte le direzioni, imbrattando interamente le pareti, le due innocenti disgraziate presenti, il sofà, il televisore, il soffitto, la Pellandra medesima: la quale, terminate finalmente le uova, azionò non so più che pistolino sul bracciolo, e come un ariete contro il vallo d’Adriano prese a dare testate da orbi allo schermo, il quale, infrangibile e gommoso, si deformava ad ogni colpo, allargandosi ed allungandosi mentre l’ignara Bartoli assumeva gli aspetti più incònditi, come in un’anamorfosi continua, o in una di quelle case degli specchj dei lunapark  – mentre gli altoparlanti, senz’alcuna deformazione, continuavano impassibili a testimoniare con grande fedeltà ogni colpo di glottide, ogni emissione fuori maschera, ogni sforzando, ogni acuto vetroso; e mentre i colpi, impressionanti, si succedevano ai colpi, l’Orsetta mi disse: “Non ti muovere. Non dire niente. Smette da sola”, e infatti, gradualmente, la VAN BEEKHVIZEN PELLANDRA andava, evidentemente, fiaccandosi, rallentando i movimenti ossessìvi in avanti e all’indietro, e l’intensità delle capate, finché il movimento alternato si fece regolare e lento, a cadenzare una lugubre nenia ad occhj e bocca chiusi, che lei stessa si cantava, – finché una pioggerellina profumata cadde sui giusti e sugl’ingiusti, una doccia calda ed un favonio quasi impetuoso completarono la teletta delle astanti e della stanza, lo schermo si rifiutò di trasmettere altre immagin e l’Orsetta disse: “Adesso basta, Zia. Andiamo in tavola”.

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