790. Il basilisco allo specchio. III.

16 Gen

Ma già m’immagino, a quest’oggettivamente personalissimo sfogo, gl’improperj, i rimbrotti, i sacramenti che S.D. rivolgerà, magari non solo mentalmente, al mio indirizzo, appollajata sulla sedia che balla al tavolaccio di fòrmica del nostro – me lo lascj dire: modestissimo – angolo cucina-cesso, inferendo che con la precedente notazione l’indegnissima sua nipote abbia voluto implicitare l’accusa alla mancanza di previdenza, all’incuria, e metticaso anche alla malafede della riverita Parente per le sue attuali condizioni economiche fetuse; perlocché, precisato assai doverosamente che, se tanto alla S.D. è parso veder trasparire dal concetto evocato dalla qui scrivente, ha perfettamente ragione, proseguo col dire che nonostante la buon’accoglienza da parte della BEEKHVIZEN non tanto PELLANDRA quanto in realtà ORSETTA, non fosse assolutamente da mettere nel conto, essa fu tuttavia & nondimeno tale, ed anzi non solamente buona, ma bonissima, fatta eccezione – pur rimanendo ciò esente da qualunque intenzione maligna delle Beekhuizen & una & due – l’impatto col fico fiorone del cancelletto, che induce riverenza grande, quello col sepolcralissimo targone del venerando signor Padre, e quello, di cui ancòra non dissi e di cui ora dirò, con una piccola forma nera, che, emettendo acute e sgradevoli strida, non appena sfiorai il campanello a forma di biscroma, si slanciò, con rapidità indescrivibile, troppa per potersi lasciar identificare, dalla gattajola aprentesi nell’angolo inferiore destro della porta d’ingresso, dipinta di nero e con sopravi apposto per mo’ di battente il mascherone funebre, in scala 2:1 in circa, del signor Padre di beata memoria: insomma, una bestiola, in apparenza, di pelo corvino che, sfuggita probabilmente a qualcuno della casa, si dava adesso a scorrazzare, o imperversare, per il giardino, eradicando in un turbine irresistibile due floride siepi di sarcococca confusa, un pino nano, e un opulento cuscino d’immortelle, che rimase tutto sepolto tra zolle di terra secca, laddove il misterioso animale si dava ora disperatamente a fendere, evidentemente mulinando le zampine anteriori, le glebe, con lo scopo presto chiaro di scavarsi un riparo sotto la superficie: progetto tuttavia frustrato, poiché, dalla porta appena postergata dal mostriciattolo, eruppe, io direi persino, colla massima violenza, una figura di qualche familiarità – una donna d’età indefinibile tra i venticinque e i sessant’anni, dal caschetto color topo, un fiocco color paonazzo sulla coppa del capino, gonna a campana a mezzo polpaccio, zinale trinato immacolatissimo, calzette di seta color Isabella, pantofoline ricamate d’identico colore della gala in testa – , la quale, nell’atto della massima disperazione, si mise a far concorrenza agli strilli incomportabili del per me non precisabile animale, ma articolando in lingua riconoscibilmente aumana un nome proprio, e un’interrogativa: – Elmireno! – berciando quella strana figuretta – Dove vai? – , al che, senza scorger me in attesa dietro il fico fiorone in ferro battuto, senz’aver evidentemente inteso il mio discreto scampanellio, si catapultò verso il punto in cui la bestia faceva volare le zolle in ogn’indove, in un vortice che nulla faceva intravedere, mentre la porta d’ingresso, stando al tonfo evidentemente colla chiusura automatica, sbatteva alle spalle della donnina curiosa, e le fattezze argentee del capostipite & patriarca, assorbendo l’urto, si mettevano tristemente ad ondeggiare in qua e in là come un pendolo, o come appunto fa una campana a morto: dopodiché la donnina così leziosamente accismata, senza evidentemente nulla temenza per lo zinale candido, per le calzette, per le pianelle, con uno slancio di precisione ed energia del tutto sbalorditive si tuffò sull’occhio del ciclone, mettendovi dentro le mani con una sicurezza, un’impavidità che non so se mi suscitasse più ammirazione o più terrore, facendo cessare il mulinio – non tuttavia in tempo per non rimanere inzaccherata da capo a piede, con immortelle rimaste infilate in ogni interstizio, tra corpetto & zinale, tra’ capelli, nelle scarpine – e, finalmente, recando a trofeo uno degli animali più brutti che abbia mai veduto, de rostro o in effigie, e persino nei più impressionanti documentarj, nero come un idropiceo, peloso come un gibbone, irto come un porcospino, rincagnato come un mastino, del tutto simile ad un topo di fogna incredibilmente camuso, grosso e obeso: eppure la vizza damina non ne aveva alcuna revulsione, anzi, trillando nuovamente quello stupido nome ridicolo, “Elmireno”, cinque o sei volte – il nome della sconciatura, è lampante – , se lo iva baciando, & stringendo al pettuzzo piatto, se non incavato, facendogli mille feste e complimenti, che la bestia accoglieva con furibondo disgusto, cercando di sottrarsi in tutt’i modi, anfanando, io credo, ovvero dando fuori certi suoni d’ingolfamento che per l’innanzi avevo solamente udito, signora Zia, dal cesso di casa nostra quando rimase otturato per via di quella testa di scorfano che ci buttò Lei dentro; nonostante meritasse tanto mediocremente tutto quell’amore, l’animale d’inferno non ebbe scampo, e dovette per forza di cose seguire mammina dentro casa; la qual mammina, però, tra un’apostrofe amorosa, un baciuzzo, un solletichino all’aborto, che la fissava con occhietti ineffabilmente pieni d’odio, mentre s’avviava a rientrare, ebbe modo & occasione, senza ch’io, basita a quella scena e timorosa peranco di dare incomodo, o d’esserne – per dirla chiara & intera a S.D. – cacciata a pedate, ne attirassi l’attenzione, di gettar lo sguardo verso il cancello, dove con la coda dell’occhio doveva per necessità di cose aver percepito alcunché; al che, dato un secondo e più lucido sguardo, ed anzi squadrandomi con stupore, come colei che cerca negli erarj della memoria qualche impressione pregressa, qualche sepolto ricordo visivo, si fece innanzi, fino ad avermi ben chiara innanzi, e rendersi chiara a me, e poi mi domandò: “E potrò escludere di trovarmi, putacaso, di fronte la Ferdinanda degli Archilei, vale a dire la sostituta della signora Zia?”; al che la mia risposta poté solamente essere: “Escludere è sempre possibile, ma talora escludendo si fa torto al vero, che se ne vendica con sonore smentite; e io non posso se non dichiarare apertamente che il mio nome è fattivamente quello; che esso corrisponde alla mia persona; che la mia persona sono io, e che quel nome la designa; mentre a me dinnanzi, di necessità, dev’esservi la nipote della Zia”; al che il cancelletto fu aperto da costei, che si preparava ad essermi anfitriona, e seguirono saluti un po’ meglio articolati, e l’Orsetta, dopo essers’infilata sotto il braccio sinistro quel coso terrificante, mi fece entrare, con molta cortesia, nel frattempo spiegandomi quello che in fase liminare era assolutamente indispensabile ch’io non ignorassi; vale a dire che: 1. alla signora Zia – e perdonassi se non la trovavo briosa & frizzante come sempre l’avevo intraveduta (perlopiù di lontano) – era stata diagnosticata la sindrome di Menier, ma sostanzialmente era un altro modo per dire che era rincoglionita; 2. sì, potevo vedere tutto quello che volevo, non che le facesse piacere, ma tanto la VAN BEEKHVIZEN PELLANDRA non era in grado di registrare una mazza, e soprattutto lei in persona, ossia – dico – l’Orsetta, aveva pietà della sottoscritta al pensiero di come l’avrebbe trattata quell’arpia rompipalle [riferisco] di S.D. quando fossi tornata a casa senza le notizie richieste; 3. non era possibile stabilire se e quando la signora Zia sarebbe potuta tornare in quadro, posto – con licenza parlando, io continuo a riferire – ci fosse mai stata per prender parte alla prima assoluta del GIO. DOM. BERTVLESSI, NOVO VLISSE, melodramma serio contemporaneo di Cordelio Stroppia; e, già che c’era, aggiunse che non solo la Zia al momento era fuori uso, ma anche il teatro dell’Opera aveva avuto necessità d’alcuni interventi di manutenzione straordinaria del tutto improcrastinabili, e che gli auspicj della Sovrintendenza, in linea con la volontà del compianto Sovrintendente, era che la Zia si rimettesse al meglio, e che debuttasse nel ruolo, altrimenti, con me come unica sostituta, con l’educazione da straccioni [riferisco] che avevo ricevuto, i metodi delle palle [riferisco] di S.D., la mia conoscenza sicuramente lacunosa [riferisco] della parte, il fatto che quel cencio di voce che mi rirovavo sarebbe andato a farsi benedire, & da quant’ha, grazie alle serque di pugni in gola [qui ci dev’essere un’allusione a S.D. Io, comunque, riferisco], che ormai sono come una piva sfondolata, a parte il fatto che non sono mai riuscita a distinguere un do diesis da un dito nel podice… – ma a questo punto la filatessa s’è interrotta, perché, interloquendo, non ho potuto fare a meno di chiedere: “Perché compianto, il Sovrintendente? Che cos’è successo al dott. Seminacoccole?”, al che l’Orsetta ha risposto, con grave semplicità: “Oh, ma è morto”, soggiungendo sùbito, rivolta al mostro peloso, che non smetteva di emettere certi suoi guajolii rantacosi: “Ormai di Elmireno è rimasto solo lui”; e ha carezzato l’abominio sul dorso irto.

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