775. Spinoza.

20 Giu

Mentre tentavo di decidermi a capire che cosa volessi dalla scrittura (il tutto, ovviamente – ma si sarà capìto, finalmente? – senz’ancòra aver deciso di, o se, essere, in tutto e per tutto, uno scrittore), m’è venuto il quasi inspiegabile desiderio di lèggere qualcosa di Spinoza – non un qualcosa qualunque, ma quella succinta, ideologica, grammatichetta ebraica che scrisse a supporto dei suoi trattàti, compreso il Teologico-politico, dal momento che una deficiente conoscenza della lingua biblica era, come è a tutt’oggi, la causa preponderante di tante incomprensioni, e di tante false c0nclusioni.

Alla fine ho scorso solo superficialmente il dotto testo, e mi sono incantato a considerare le notazioni che il controverso autore fa, autobiografandosi intellettualmente, circa i motivi da cui nasce la sua filosofia. Il primo è la paura, o meglio il desiderio – che per un Ebreo del suo tempo, e non solo, dev’essere stato davvero ardente – di superarla, con tutte le sue paralisi; dopodiché viene la distinzione fondamentale da quello che è buono (o cattivo) per sé e quello che è buono in assoluto. Benché qui sia facile fraintendere, anzi facilissimo, Spinoza non sceglie affatto il bene per sé, ma proprio quel bene assoluto che gl’illuministi, i philosophes, avrebbero giurato non esistere proprio (Il faut cultiver son champ), &c. Il fine è quello di godere di un bene supremo, anzi DEL bene supremo, che consiste nella conoscenza. (E, quanto a questa, c’è da sapere, contro le apparenze, che chi più conosce meglio conosce, &c.).

Poi ci sono infinite cose, delle quali, a non studiarle approfonditamente, ma solamente a scorrerle non senz’attenzione, rimane solo un senso, anch’esso infinito, di dolcezza; ma il punto di partenza, che è proprio quel sottrarsi alla paura, quella risposta alla violenza, quella rinuncia alla condanna, ma in fondo anche alla comprensione, delle più negative tra le azioni umane, e in sintesi la chiusura nel sacerdozio laico della propria felicità, sicuramente valgono, quantomeno se non più, tutto quello che da questi aurei principj potrà mai discendere.

A questo punto m’è bastato, ho chiuso il poderoso volume (poco meno di tremila pagine) e l’ho riconsegnato, riservandomi di riprenderlo in mano quando i tempi saranno maturi per costruire qualcosa su questa semplice, ma così solida, base.

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