774. Blocchi.

27 Apr

Non è esattamente un nuovo bearwithus, per quanto sotto taluni aspetti si possa considerare tale, &ccome; ma era per dire che, beh, grazie ad un’anima gentile, anzi gentilissima, anzi dippiù, il qui presente scassatissimo ritiene di poter riprendere con la pienissima attività non solo e non tanto blogghica – ma anche, ovviamente, perché no? – ma generalmente scrittoria grazie all’arrivo, che si spera fulmineo, di una macchina atta all’uopo – quello di scrivere e inoltrare testi, ovverossia, e, parallelamente, di far abbandonare al suddetto sottoscritto, in parte, la carta & la penna che tanto intensa compagnia gli hanno fatto in tutto questo periodo.

Ribadisco volentieri che tutti gl’impegni presi nel post precedente (n° 773.) saranno pertanto onorati; con l’aggiunta, o l’aggravante, che nel frattempo, a causa di uno squallidissimo [in realtà immancabile e più che scontato, l’intervento era urtantissimo, ma ci tengo a fare la parte lesa – come sempre (1) ] episodio di censura, chi scrive è tornato a dedicarsi ad uno dei suoi passatempi preferiti, vale a dire il bloccaggio; sicché Silvia Bortoli, autrice di uno dei libri recensendi, insieme colla figlia, un’amica sua di Milazzo che si fa chiamare Scecco, quell’orrida archiciapp parolaja di Anna Untitla [una che in vent’anni di rete ancòra non ha deciso di farci sapere come si chiama] e la dislessica spagnola Maria Carrazoni, oltreché tutte le amicizie intermedie – tra cui anche Lara Manni, peraltro – hanno fatto la stessa fine di tutt’i miei compagni delle elementari, delle medie, delle superiori, di tutti i miei superstiti – almeno in facebook – familiari, di tutti gli amici della Biblioteca Universitaria Nazionale di Torino, di un certo numero di pervertiti, affaristi, neonazisti e poco altro, senza eccettuare naturalmente Mario Bianco e Remo Bassini (2): e cioè è finita nella lista nera – una soddisfazione della madonna. Il 25 mi sono segnato a parte gambe di John, allusioni incomprensibili, anacoluti di varia specie, e cercherò di rendere la recensione il più divertentemente umiliante – ma non è questo il punto. La cosa che più mi aveva colpito, rileggendolo a scopo recensorio, era la somiglianza, come impostazione, tematiche, tendenze (all’inventario, ad un certo tipo di understatement molto sputtanato, a certi vezzi) all’ultima fatìca di Serena Dandini (3), che ho particolarmente odiato – ciò che non è stato per il libro della Bortoli, ma mi spiegherò (in realtà sono io che non sopporto la scrittura femminile, come non sopporto, delle donne, tutta una serie di cose [o dell’esser donna?] – benché non siano tipiche di tutte le donne (solo di quelle insopportabili).

Chiaramente tutte queste sono cazzate; rispetto, dico, alla montagna di erudizione e reminiscenze che m’ha gravato sulle spalle per tutti questi mesi e che adesso potrò finalmente sistemare e conferire al mondo; e, tra l’altro, al dotto commentario, a cui tengo veramente moltissimo, alle poesiuole di Elia Spallanzani – che mai e poi mai sarà pubblicato, nemmeno in un’edizioncina amicale da tipografia, ma francamente, cari, me ne infischio.

—————————————————– 

(1) Tralascio la rivoltante ipocrisia con cui la Bortoli ultimamente, ai miei interventi, rispondeva da una parte con acidissime notazioni generiche (mi è in ogni occasione tornata alla mente Irina Skassalkatzaja, non so perché), confinate negli ‘stati’ soliti di fb, pur insorgendo alla mia pacifica & oggettiva notazione che tra noi i rapporti erano allentati ribadendo la purezza del suo affetto per il sottoscritto. Se è quella che c’era anche cinque anni fa, posso essere d’accordo. (Naturalmente in tutto questo ha ragione lei [lo dico anche perché non so che cos’abbia propalato sul mio conto per tutto questo tempo], ma io, mi ripeto, tengo ad essere la vittima anche in questa circostanza).

(3) Lapsus impressionante, mi sono dimenticato di Francesco Pecoraro, of course, causa & concausa, anche, di parecchj mali.

(3) E il messaggio pubblico che ha provocato la censura riguardava proprio un passo del libretto della Dandini stessa, riguardante un’antica sua maestra di danza (dio che sgrisoli), a cui puzzava il fiato (descrive anche di cosa, io ho rimosso), e si chiamava Mademoiselle Ramazzini.

A parte tutte le altre vaccate che ovviamente si trovano catervatim nel libro, avrò o no il diritto di imbufalirmi?

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: