771. 29 & 30 III.

30 Mar

1. Devo premettere che non sento, stranamente, nessuna mancanza del diario – inteso come compilazione quotidiana, non ho praticamente fallito un giorno dal 1993, benché poi quasi nulla di tutta quella carta sia rimasto, fisicamente, con me (ciò che vuol dire che è finito distrutto, macinato, disperso, macerato, riciclato, fatto strame) – , ma sento di dover tener fede a quello che m’ero ripromesso, ossia di tenerlo direttamente in rete [un blog non serve a questo, essenzialmente?]: ciò che faccio più a cuor leggero adesso che mi sono accordato con la Fondazione Spallanzani per fornire il mio contributo manoscritto, e non più dattiloscritto dal momento che il file che andavo faticosamente, un pezzetto per volta, completando – sono molto molto lontano dalla completezza, per la verità – e che salvavo tutte le volte come allegato d’una bozza adesso non si riesce nemmeno più ad aprire – esce un messaggio d’errore, l’applicazione è chiusa d’ufficio, e io rimango lì, come uno stronzonaccio, davanti alla schermata della posta elettronica, con tutti quei messaggj di gente che non conosco, di facebook, e di quel social network da cui di tanto in tanto mi arrivano notizie di altri perfetti sconosciuti che vorrebbero entrare nel novero delle relazioni professionali di Elmireno Seminacoccole (ma si potrà, perdiana?).

2. Nel frattempo, salvo eccezioni patetiche alle quali sento sempre più di somigliare – non vuol dire che non ci fossero somiglianze di sorta, prima, vuol dire solo che me ne rendo conto praticamente solo adesso – , la Civica pullula di straccioni (che strano posto, la Civica) forniti di laptop, netbook, e persino (uno, particolarmente mentecatto ma evidentemente con buone disponibilità economiche, contr’ogni apparenza) ipad: so che sarebbe molto più virile imbufalirsi, aprire la finestra e fiondare tutta quella tecnologia di sotto, ma, complice la stanchezza, quella stretta d’ano ormai emiparesica che ci ho, dovuta alla quasi atavica coscienza che tutto il malfatto si paga, in specie se è malfatto dal sottoscritto (per gli altri no, vigono altre regole), sarà che comunque (ecco, quello) non risolverebbe assolutamente niente, sarà che sono diventato totalmente abitudinario e non voglio perdere la possibilità di frequentare questa biblioteca [dopo che alla Nazionale non sono più tornato – azz, dovrò dedicare un postone monografico, mi sa, a tanti gustosi arretrati; ne sento proprio la necessità morale], sarà per questi & per cent’altri motivi, ma non m’imbufalisco, non m’inalbero, non m’imminchio – e quanto meno m’adiro, mi formalizzo, mi piglio d’aceto, tanto più mi sento una merdaccia (u.s.: non vuol dire che prima non fossi; vuol dire che mi ci sento, ora, come non mai).

3. Contribuisce alla mia sconsolata calma prima di tutto la lenta e inesorabile compilazione delle note esegetiche – un’enormità, e vorrei (davvero) convincere il mondo che non è brama d’immortalità, è solo un metodo da ultimo della classe che è diventato per me connaturale – ad uno sparuto mazzetto di versi, che mi piacciono anche parecchio, di Elia Spallanzani, R.I.P., e la stesura di versi, e l’accumulo, mentre vado via via selezionando quello che mi serve per tutt’altre faccende, di erudizione varia: tutte cose assolutamente inutili – anche se quest’inutilità comincia tremendamente a pesarmi (so che pesa solo a me, ma perché non dovrei dirlo), o meglio mi pesa sempre più il non concludere mai nulla, tutto diventa spirale psicoastenica, anche se non sento di essere particolarmente felice nell’intorcinarmi crescentemente nel viluppo dei rimandi, delle rispondenze, delle piccole verità scientifiche – continuo a sentire il tutto come un gradus ad Parnassum, ma quant’è lontana quella cima maledetta?

4. Altro contributo fondamentale alla mia paciosa arrendevolezza, in particolare di oggi, è dovuto alla nottata putrida passata, metà in c.so Siccardi, e metà ai G.dini LaMarmora: già qualche giorno fa m’ero reso conto che Siccardi mai era stato – complice il freddo – così veramente pieno: quattro o cinque panchine sparse di corpi arravogliati nelle trapunte e nelle coperte, tutti marocchini, tutti a questo giro parecchio giovani, e dunque anche turbolenti; finché, l’altrojersera, la mattina, seduto a leggere un romanzo dal titolo Gli emigranti, garbata confezione realistico-americana di qualche decennio fa, ho visto in mezzo al vialetto una coperta marrone, che ho creduto scivolata via a un dormiente, per poi accorgermi che dentro c’era qualcuno: sistemato, a mo di scendiletto, davanti alla panchina occupata da un altro, come il cane, o il gatto di casa, o un servo della gleba: e mi sono chiesto, chissà se è intenzionale (propendevo per il sì, altre panchine erano libere nelle circostanze).

5. Poi jersera sono stato svegliato da uno dei ragazzi che mi ha chiesto Tuttapposto?, sarcastico, e io gli ho risposto Tuttapposto un cazzo, se mi sveglj, e sono tornato a dormire; a quel punto è scoppiata la rissa, un ragazzo robusto, suppongo molto forte, s’è messo a spintonare violentemente il suo camerata, facendogli saltar via gli occhiali da sole: un ragazzino strabico, di rara bruttezza, che ultimamente cercava sempre di ottenere da me un saluto in risposta, voleva da fumare, da me, che mi sono messo a consumare, pensando di andarmene appena un po’ più lucido, l’ultimo mezzo mozzone; gli ho detto: Ma lasciami un po’ in pace, al che mi ha risposto: Ah, lasciami in pace, sei un grande, tu – ma che cazzo dici? -, dopodiché, mentre i due ragazzi un po’ meglio conformati diverbiavano con molto casino, s’è messo industriosamente ad infilare le dita nella tasca posteriore d’un loro connazionale, estraendone un portafoglio – erano tutti ubriachi, il vino se l’erano ricordato, ma si erano dimenticati le sigarette – o meglio, qualcosa doveva essere successo, non avevano messo a segno il colpo, o avevano perso i soldi, o un’occasione, o un appuntamento [io mi chiedo sempre come faccia la gente a prendere con tanta eagerness la mancanza di soldi, io mai ci sono riuscito].

6. Dopo aver preso a calcj un bidone della spazzatura, ripetendo una sillaba sibilante (non zib, era qualcos’altro) nella loro lingua, il ragazzo robusto mi ha fronteggiato mentre mi alzavo a sedere mettendo le scarpe a terra, accingendomi ad infilarmi un calzino: mi ha detto di prendere e di andarmene, ché mi ero comportato male – Di chi è questo zaino?, ha detto, cercando di sfilarmelo – Ma lascia stare!, ho gridato, e poi c’è stato un certo scambio di vaffanculo, e lui mi ha detto più volte che (se non me ne andavo) mi spaccava la faccia – ma io, appunto, da una parte stavo già schinando, dall’altra non credo che avrei fatto nulla di sostanziale – ma nemmeno volendo! – per impedirglielo, e poi, con quella strana apatia che ho sempre addosso, me ne sono andato ai Giardini LaMarmora, che invece erano deserti; erano circa le 2.00; alle 3.00 circa è passata una coppia di ragazzi, mentre stavo addormentandomi, uno dei quali ha cominciato a vomitare con una rumorosità strana, doveva avere lo stomaco come un hangar; alle 4.30, quando stavo nuovamente per addormentarmi, è partita l’irrigazione, e io mi sono reso conto di aver sbagliato panchina (ce n’è una che non è raggiunta dai getti, violentissimi, dell’acqua), e ho dovuto fare una specie di corsa nel sacco da una panchina all’altra, lanciando la poca masserizia da una parte all’altra.

8. Poi la giornata, a parte la scrittura, è stata talmente vuota, di tutto, che null’altro potrebbe esserne detto, né in privato né in pubblico (ma forse è tutta una scusa per una chiusa d’effetto, perché, molto più prosaicamente, il tempo di navigazione è finito).

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