770. Un piego.

14 Mar

PER VN PIEGO,

INVIATO ALLA PROPRIA SEPOLTVRA

(DOVVNQVE ESSA SI TROVI).

I.
1. Spinto lo scafo a capo impreveduto,
Franto il timone, e lacere le sarte,
Saluta l’alba proprio in quella parte
Che mai s’illuse avrebbe un dì veduto.
2. Malcerto il piede, tra scabrose rupi
Avanza ancòra, e tremula con mano
S’aggrappa, ma così di sé sovrano
Torna il disperso in flutti, in gorghi cupi.
3. Se scioglie voce, d’Eolo i figlj inquieti
Non trovan tanto a cogliergli sul labbro
Che lo conoscan concentoso fabbro
L’erte brulle, le spiagge, gli antri, i greti.
4. Se incide in pietre, Gea non ne risente,
Ché chi a fatìca si strappò a un avello
Forza non ha a diriger lo scalpello,
Braccio non ha a fissar lampo di mente.
5. Se tocca la testudine, acre suono
Di breve lena trae, ché torna in vita
Contro il marmo spezzatesi le dita,
E molte lune scorse non ne sono.
6. Se apre al concetto, che vuol sede grande,
La mente angusta, questa se ne opprime,
Ché ancòra molta terra lo comprime,
Ché molta notte intorno gli si spande.
7. Se sta e respira, il vivo flutto eterio
Che gli scompiglia i penzolanti straccj
Ne tenta invano il corpo, e coi suoi braccj
Desta memoria, al più, d’un refrigerio.
8. Se cede al sonno, il suo sopore è tale
Che sul richiuso marmo, ove si trovi,
Repono in crepe fonde serpi nuovi,
Donde dell’Orco il fascino risale.
9. Se guarda, adegua una foschia i colori,
Se annusa, gli confondono gli aromi
Imi fortori, e mascherando i nomi
Van del suo cibo i pallidi sapori.
10. Ma avanza il piede, afferra, incide, tocca;
Pensa, respira, espone il corpo, dorme;
Guarda, annusa; e cercando di sé l’orme
All’ésca necessaria apre la bocca.
11. E’ l’alba, sì: e per quanto di rigore
Intirizzite ancòra abbia le membra,
Contento, per quel ch’è, di quel che sembra,
S’appresta a gradi all’estasi; e al dolore.
12. E lo sostiene, tra le sirti molte
Del venturo tragitto, che, se sprezzo
Non merita, ha terrori solo a mezzo
Morte per chi sarà morto due volte.
13. Dell’universo ritornato il centro,
S’ergerà in  breve a indefiniti voli
Teatro e specchio avendo mille Soli;
Finché sia l’ora di tornar là dentro.
14. Per ora lento al palco si conduce
(Intento al mare) di modesta altura;
E il calmo piano immobile misura,
E aspetta il dato tempo. Ecco la luce.
II.
1. Per sé di notte eterna in bujo immerso,
Col diaframma che interpone Gea
Di fonde azzurrità strade si crea
Sicché ne illustra tutto l’universo.
2. Inconscio dei suoi mondi troppo angusti,
Calore, influssi, vita, ogni stagione
Largo deversa dalle sue corone,
Né par che il nulla in cambio lo disgusti.
3. Quando morrà, dall’obbligo rimosso
D’un trono, ingrandirà terribilmente,
E riavrà, per ridonarli al Niente,
Tutt’i suoi doni in un abbraccio rosso.
III.
1. La sfera, idea d’ogni formale vizio,
E d’ogni perfezione vera forma,
Certifica che, o dorma, o imprima un’orma,
Tutto ha una fine quel ch’ha avuto inizio.
2. La sfera, al precipizio sempre incline,
E stabile consimbola alla norma,
Vuole che, imprima un’orma oppure dorma,
Tutto abbia inizio quel ch’ha avuto fine.
IV.
V.
1. Elio la guarda, e guarda Elio Anfitrite:
Così la prima volta in mezzo all’acque
Il Sole, rispecchiatone, rinacque,
Vita in vita; e, di lì, tutte le vite.
VI.
1. Come nel suo vagire non iscrisse
In cangiante matrice i suoi natali,
Così ricada in tombe siderali
La memoria di chi, una volta, visse.
2. Sfugge al sepolcro acché in più bujo fondo
Scenda sepolto in fiamme il suo futuro;
Qui morirà irradiando il mondo oscuro,
Qui vivrà oscuro di ch’è luce al mondo.
 

13    III    MMXII

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