769. Fumetti & batterj.

25 Feb

Qualcuno ha portato, in un momento non precisabile della settimana scorsa, uno scatolo di fumetti, tra cui parecchj originali, tra cui parecchj Bonelli, e parecchj altri che non erano Bonelli ma tarocchi. Tra questi, una serie di Martin Hel, che nonostante non siano paragonabili per accuratezza e solidità di trame ai Bonelli, non sono spregevole cosa; anche perché sono tarocchi Bonelli, e l’esempio è, si vede, valido. Ma l’inferiorità rispetto ad esso modello è sensibile. Meno sensibile, invece, nel caso di un Gordon Link, in particolare nel caso dell’unico numero di codesta serie compreso nel pacco – l’unico numero di codesta serie compreso nel numero dei numeri che ho tirato fuori dallo scatolo e che mi sono portato via -, vale a dire il n° 18, dal titolo La donna eterna, che era lo stesso titolo che soleva darsi alle vecchie edizioni di She di Haggard, padre putativo di tante creazioni fumettistiche, con addentellati interessanti anche allo scollacciato.

Una versione pesantemente ridotta, e, nella traduzione, italianizzata, è al centro di uno dei romanzi di Umberto Eco, La misteriosa fiamma della regina Loana, dove la regina Loana è omologa stracciona della She di Haggard, adattata al gusto dei ragazzini di sessanta o settant’anni fa. La quale She, ma nell’originale, per così dire, è anche modello, ossessivo, direi, delle storie di Martin Hel. In questo caso, nel caso di questa Donna Eterna, la fabula è differente, trattandosi di una sorta di vampiro, ossia di un arcivampiro, secondo la definizione di quel famigerato imbecille di don Calmet, la cui opera sui succhiasangue, le lamie e i resurgenti di Valacchia fu edita in traduzione nel nostro volgare l’anno MDCCLVI, e poi ristampata in mille guise, comprese impressionacce di fortuna e fotostatiche sgarrupate. L’arcivampiro è un vampiro che si autorigenera, grazie al sangue, e che non può essere ammazzato con la classica palettata di frassino in cuore e la susseguente decapitazione, ma dev’essere incenerito e, in quella forma volatile, disperso ai quattro venti. Alla fine quest’arcivampira, al centro di numerosi tentatìvi di omicidio, tutti falliti, da parte del marito ex-famoso, finirà dissolta in una vasca di acido. La trama, come dissi, è solida (così suole dire in questi casi), anche se non è ricca d’informazioni magari perfettamente inutili ma dall’aria così straordinariamente esatta come  se ne trovano tante in Martin Mystère, e il protagonista è piuttosto bello, decisamente molto più di Dylan Dog (anche se dai disegni reperibili in rete non si vede). Dello charme del protagonista è certamente responsabile il disegnatore, Gaspare Cassaro; mentre della storia – un nome che ho incontrato con piacere sui credits in iii di copertina – è l’ottimo Gianfranco Manfredi, fantasioso e solido sceneggiatore e romanziere. La cosa che però mi ha colpito per prima, in ordine cronologico, sin dalla ii di copertina, dove si trova l’editoriale, è una questione ortografica non d’infima rilevanza, relativa a come si scrive la parola batterio (la quale c’entra con l’arcivampira inquantoché nel fumetto si giustifica la sua esistenza col fatto che, benché fenotipicamente umana, non è costituita da cellule eucariote [“dal nucleo ben distinto”] ma è un coacervo di procarioti, in grado di riprodursi per mejosi, o, com’è ribattezzata nel corso della storia, un *neocariote). La cosa ilare è che la paginetta “GHOSTERIA! [l’intercalare veneto-spooky di Gordon Link, come “Giuda ballerino” è quello di Dylan Dog] SPECIALE REFUSO” è interamente infarcita di volontarj errori ortografici, inquantoché [col. 1] “nel numero serie Hit erano ben undici in dieci righi“, per cui quando vi si legge [col. 2] “…il prosimo numero che è veramente molto bellissimo coi dei disegni molto eccezzzionali“, &c., non si deve inorridire, ma sghignacolare a più non posso. A p. 3 c’è il frontespizio figurato, col titolo; a p. 4 un’introduzione, dal titolo BATTERI, e la riproduzione di una copia del Calmet conservata alla Nazionale di Venezia. Questa p. 4 è a parte gli scherzi, cioè non contiene errori volontarj; dunque non siamo tenuti a cachinnare quando leggiamo: “La cosa che ci siamo chiesti, e su cui abbiamo lavorato, è questa: e se l’Arcivampiro non fosse affatto un vampiro, ma un uomo-battere, capace di riprodursi da solo all’infinito?”. Ovviamente il responsabile dell’idea prima non può essere il Calmet, perché prima di lui l’intuizione dell’esistenza dei microrganismi (patogeni, in particolare) era venuto solo al Kircher, che ne aveva parlato nel suo Scrutinium del 1658, che per lungo tempo non avrebbe prodotto alcun sèguito, in mancanza di prove concrete. A parte questo, il sospetto di un refuso è fugato rapidamente dal seguente ragionamento: parlandosi più volentieri di batterj (batterii) al plurale, il singolare è stato desunto da esso, ma nella grafia corrente & da dozzina, senza segnalazione del nesso -ii tramite j lungo o i circonflessato (“batteri“): un battere, due batteri. Di fatto sono un batteri-o, due batteri-i: dal gr. bakterion, su cui è stato modellato, nella stessa accezione, il lat. bacillo: bastoncino, bastoncello. A p. 66, prima vignetta, il personaggio Eriksson, un anatomopatologo, spiega: “Gli esseri umani producono una nuova generazione in trent’anni, mentre per esempio l’escherichia coli, un battere che noi tutti ospitiamo nel colon, messo a coltura in ambiente favorevole, ci mette solo venti minuti“. Una piccola conferma (postoché ce ne fosse bisogno) dell’opportunità di segnalare il nesso -ii in uscita.

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