766. Immortalato!

2 Feb

Dalle parole ai fatti: CronacaQui regala i primi sacchi a pelo (Se vuoi partecipare anche tu, scrivi a <a href=mailto:redazione.to@cronacaqui.it>redazione.to@cronacaqui.it</a>)

Prima  mi premeva raccontare un sogno di due notti fa, che si ricollega a quello della notte scorsa per motivi che parranno ovvj. Mi ricordo specialmente l’ultima parte del sogno. Disponevo di una camera da letto fatta grosso modo come quella a cui ero abituato, identica per quanto riguarda la bassa libreria a quattro comparti, a destra del letto – una sorta di comodino, se si vuole, ma lungo quanto il letto. Quello che mi occorreva fare in quel momento era risolvere una questione molto importante, ossia rivoluzionare concettualmente la disposizione dei libri. Il criterio che aveva dominato fino a quel momento, per quanto riguardava la scelta, si doveva alla presunta esigenza di avere letture leggère a disposizione nell’ora o due precedenti il sonno; e dunque soprattutto la scansia immediatamente a destra del guanciale era un coacervo di letture di scarso impegno, o stupide.

Mi ero stufato di questa situazione, e ritenendo, per varj motivi, che sarebbe stato anzi molto meglio avere vicino in quei momenti qualcuno di quei testi di riferimento che col tempo avevo verificato essere tante piccole bibbie ciascuna nel suo genere, m’ero dato a cercare negli altri scaffali – fatti un po’ diversamente da come ricordo – grammatiche e manuali. Partivo dal presupposto, un po’ doloroso, che il Grandgent ristampato dalla Cisalpino-Goliardica non ci fosse più, e così il manualetto di glottologia (benché meno brillante), più un manuale di cui non so se sapessi l’argomento, una legatura domestica, un dorso bianco come un po’ accartocciato e i piatti con una specie di carta da parati o a righette brune su crema, o a disegnini verdi su bianco – vai a sapere, come se ne trovano a mucchj dai rivenduglioli quando muore qualche vecchiarda, e possono nascondere grammatiche di francese come romanzi sentimentali. Lo stesso caos che regnava in mezzo a tutti quei libri, però, paradossalmente mi dava come la speranza che si potesse trovare, cerca che ti cerca, anche tutto quello che sicuramente era perduto. Trovavo una legatura bianchiccia come quella che ricordavo, ma ne ero deluso: era Ohnet, Il padrone delle ferriere, chissà quante copie ne avevo. Lasciavo perdere la ricerca, e mi mettevo a far la cernita dei libri accanto il letto; non tutti, secondo il nuovo criterio, erano da buttare. In particolar modo, gli ultimi due scomparti erano quasi interamente ingombri da un pezzo di una grande opera, frutto di un’occasione, o d’un fortunato ritrovamento; una cosa che si chiamava La scena del testo (esiste una pubblicazione Bulzoni che ha questo titolo, ma ovviamente nel sogno non c’entrava nulla), ed era una smisurata compilazione dedicata al romanzo cinese dalle origini fino al ‘900 avanzato; solo che io possedevo solo il vol. 92 e il vol. 93, ciascuno diviso in una decina di tomi, in-8°, dalle copertine bianche (il 92) e gialle (il 93); aprivo uno dei tomi dedicati all’Ottocento, e scorgevo una bella illustrazione, un disegno a china delicatissimo, che raffigurava un giovane occhialuto seduto sulla cuccetta sotto coperta d’una nave, che tentava d’afferrare con le mani una specie di spiritello che, vaporando fuori da una lucerna, gli s’era accostato al viso [1].

Il sogno di stanotte, che riguardava, come quasi sempre – cioè sempre, salvo la notte precedente, che è stata un’assoluta eccezione -, me dentro un’informe istituzione totale – talora somigliante a una fabbrica, talora a un centro commerciale, talora a un ospedale – conteneva anche, sul finale, tutto uno scaffale di Sellerio, ma di quelli dalla copertina liscia, come quella dei gialli e della fantascienza che hanno cominciato a pubblicare da un po’, disposti parte in piedi e parte sdrajati, nascosti da qualcuno dietro una specie di paratia; ero contento di trovarli, erano un blocco unico che qualcuno aveva messo a un euro il pezzo e che avrei voluto acquistare, se lo stronzo di turno non mi precedeva; quindi li ho rubati, e me ne sono andato – finendo in bellezza un sogno altrimenti disgustoso come quasi tutti gli altri [2].

Jersera è stata impegnativa. Non la primissima parte, perché sono stato tranquillo; mi sono fatto fuori la stupa pian piano e per le 21.00 ero, se non a dormire, sotto le coperte. Solo che alle 21.30 sono arrivati due figuri del Comune, un uomo e una donna, gentili, ad offrirmi un tè caldo e a propormi di andare all’emergenza freddo. Ho detto grazie no. Mi hanno detto che, dovessi sentirmi male, posso sempre chiamare i carabinieri, e mi portano loro alla Pellerina. Allegro. Indi se la sono presa col mio vicino di portico, un arabo che non avevo mai visto a figura intera, tutto arravugliato dentro non so quante coperte. Non stava nemmeno bene. L’omino del Comune parlava persino arabo, hanno confabulato un po’, e poi l’operatore ha chiamato qualcuno, evidentemente per coordinare l’azione, e far pervenire l’arabo all’emergenza freddo. Ha anche detto: Non sta nemmeno bene, non credo che ce la faccia. Mi sono detto: che bravi, adesso viene un’ambulanza, o una volante, così se lo portano e io cambio posto (la mia nicchia è quella più esterna, mi nevica sempre addosso). [Stamattina, per qualche motivo che non ho capìto, l’arabo era ancòra lì, infatti ci siamo alzati, e lui m’ha detto salamelecco. E poi mi ha spiegato, con movenze da danzatrice del ventre, che lui non è uno straccione, credo – il suo italiano non era particolarmente fluido – ma un uomo ‘che parla di dio’. Dopo essere rimasto vedovo ha detto Basta alla vita. Mi ha anche mostrato una serie di documenti, un tesserino, un passaporto, che ho messo un po’ a capire che erano suoi. Mi ha fatto vedere la sua vecchia residenza – abitava a Bergamo! [3] Decisamente, è il caso di cambiare suite.

Alle 22.10, quando ero ormai in dormiveglia, colla faccia mezza fuori (sotto faceva caldino, non so se con la complicità della stupa o no, ma non avevo freddo), sono stato svegliato da un gruppetto di persone in avvicinamento, ognuna con in mano qualcosa di scuro e cilindrico. Chiaramente, quando metto giù la testa mi tolgo gli occhiali, per cui non vedevo altro che ombre e fosfeni; ma m’incuriosivano quelle forme oblunghe. Un cordialissimo Buonasera (“Lei è il milionesimo cliente! Ecco il suo incursore anale moulinex! Lo provi! Sùbito!”) m’è arrivato dalla sinistra, era un tale coi capelli bianchi che mi ha mostrato uno di quei cosi, verde scuro – “Abbiamo portato dei sacchi a pelo!”. “Che bello”, ho detto macchinalmente, mentre una raffica di fastidiosi ticchettii mi perveniva da destra. “Aprilo, aprilo sùbito – riesci?”. Il sacco, color verde putrido, aveva sopra una scrittona bianca che recitava (con rispetto parlando) CRONACA QUI, e il fotografo continuava a scattare nella mia direzione. Ho creduto bene di offendermi un poco. Ho detto al fotografo: “Per favore, eh”. “No, non fare foto a chi non vuole”, ha detto il vecchio ipocrita che mi aveva dato il sacco a pelo. Ma come “Non fare foto”, se me le ha già fatte? Mi sono formalizzato. Mi sono buttato il sacco mezzo aperto ai piedi e ho detto: “Il sacco lo apro domani“. “Ma, ma sì, quando vuoi…”. “E adesso”, ho detto, rimettendomi sotto, “buonanotte e vaffanculo”; e mi sono, effettivamente, rimesso sotto, ascoltando attentamente che cosa facevano o dicevano, ma senza tirar fuori la testa. Se ne sono andati dopo aver distribuito agli altri due derelitti una schifezza a cranio; il sacco, lì sui piedi, mi dava fastidio, e l’ho buttato lontano, verso la strada, sul limitare del portico, in mezzo al motriglio viscido. Essendo ancòra presto, ho calcolato che andassero in macchina la notte stessa; devo verificare se mi hanno immortalato, già, o se rimandano.

Un’altra mezz’ora, e sono arrivati altri rompicoglioni. Questa volta i City Angels; ho sentito distintamente dire “Chi dorme non svegliatelo” (in effetti era tuttora relativamente presto, e quella è una cosa che fanno solo quando arrivano dopo l’una e mezzo del mattino, magari urlacchiando spiritosamente “Polizia!” – sono ridanciani, a tratti). Mi sono fidato a tirar fuori la testa. Un vecchio tricheco, che mi conosce di vista perché mi ha intercettato un pajo di volte in giro, ha detto: “Oh! Il mio amico”. Poi mi s’è avvicinato, e m’ha chiesto: “Tu sei Vincenzo, vero?” – o Roberto, o Marisa, adesso non ricordo il nome sbagliato esatto. Volevo rispondere di sì, ma poi ho detto “Davide”, che è la versione internazionale del mio nome. Che fosse mera ipocrisia da parte sua, un modo astuto per mettermi a mio agio e colpire sul più bello, l’ha dimostrato dicendo: “Sì, Dèvid, sì, ricordo”. Insieme con loro c’è un uomo né giovane né vecchio, cogli occhiali e una macchina fotografica appesa al collo. Di nuovo? “Fate fotografie anche voi?”, chiedo, molto interessato. “Ah, no”, mi dice tranquillizzante il tricheco, “lui è della Stampa, sai”. Imbecille, mi dico: cialtrone! Non potevo aggredire l’altro e buttargli via la macchina, e poi tenermi fresco per questo qui? Perché CronacaQui sì e la Stampa no? Ma non potevo saperlo. Grido al fotografo, per correttezza: “Mi dispiace, l’esclusiva ce l’ha CronacaQui”. “Macché esclusiva”, dice bonario il tricheco, “la cronaca è un diritto“. L’ho guardato bene in faccia: ma overo dici? Pareva di sì. Poveraccio, pensai; dev’essere completamente rincoglionito [4].

Poi la domanda che m’aspettavo: “Vuoi un sacco a pelo?” Pensando alla schifezza verde tutta imbibita di fanga gelida ho detto: “Ah, no, grazie”. “Ma non hai freddo?”. “Sto benissimo, grazie”. “Senti”, mi chiede, con un principio di accoramento, “ma perché l’hai buttato via?”. Gli faccio capire a gesti che così, insomma, mi venne fatta, che credo nell’atto gratuito gideano. Poi la domanda di rito: “Vuoi un tè caldo?”. Rispondo di sì, anche se non mi va, non mi va nulla in realtà – possibile che nessuno porti mai soldi? Mi dànno il tè caldo [quella che porta il tè è un po’ un personaggio, è una volontaria bassa e color topo che, avendo tutto nello zaino, e pertanto sulla schiena, si tiene a disposizione rimanendo tutto il tempo voltata di spalle, persino leggermente piegata in avanti, le s’intravede il tre quarti totalmente inespressivo. Rimane immobile nello stesso posto finché hanno finito di distribuire panini omeopatici e trancj di pizza vecchia e bicchieri di brodazza calda, poi quando sciàmano via li segue]. A proposito, chiedo anche se mi dànno da mangiare qualcosa, per rifarmi la bocca dal tè. Mi dànno due panini, che mi metto da parte. Il tricheco se ne va cogli altri dopo avermi detto che il mio zaino fa schifo (ma come?) e che me ne procurerà un altro (seeh), appena arrivano (allora sto tranquillo). Esamino i panini: uno col tonno, l’odore si sente [5] anche senza toglierlo dal tovagliolino tutto azzeccato insieme; l’altro col salame. Butto anche quelli verso la strada, nella stessa direzione del sacco. Chissà se hanno raccolto anche quelli, magari per riportarmeli domani sera. Ma sta di fatto che, lì, col cazzo che mi ci trovano di nuovo [6].

[1] Il sogno cessava quando mi rendevo conto che fare una scelta era impossibile; la netta sensazione era che la mole di carta, fisicamente, fosse troppa per consentire una cernita che non escludesse l’indispensabile. Il formato dell’opera sul romanzo cinese ricordava certi SugarCo, di cui uno, sulla condizione della donna nella Cina imperiale, era effettivamente vicino al mio capezzale, con altri testi di sinologico interesse.

[2] E poi, se devo essere contenuto da qualche parte, sia almeno per qualche reato – il furto, per esempio, come nel sogno. Nella veglia non sono mai stato capace di rubare.

[3] Una città di merda.

[4] Aveva equivocato tra “CronacaQui” e “cronaca” tout court.

[5] Leggi: io lo sento.

[6] E, no, non vi dico dove vado stanotte.

 

16.45. Aggiorno il post mettendo la foto, ma ‘sti stronzi – a quel che vedo – mi hanno oscurato. D’accordo, il berretto si vede benissimo, ma è magra consolazione. Per chi non è di Torino, CronacaQui è un tabloid ed merda, molto sensazionalistico, fascistoide e populista, che si vende a 30 centesimi. Nelle biblioteche normalmente si trova, ma la difficoltà maggiore è riuscire a metterci le mani sopra, a causa dei barboni che intasano la sala giornali (specie quando c’è maltempo); ho fatto due o tre capatine durante la giornata, ma è stato naturalmente tutto inutile. Ora che sono riuscito a connettermi, dato che il fogliaccio maledetto ha anche un’edizione online, L’articolo (ed merda, obviously) è qui [colgo l’occasione per precisare che 6 gradi sottozero una minchia, ma lo stile di ClòacaQui è questo, e suppongo non ci sia nulla da fare].

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: