Archivio | dicembre, 2010

752. 77.

18 Dic

77. Tolta questa particolare, per quanto abbastanza cruciale, possibilità di coincidenza simbolica tra una scatola e un uomo inteso come contenitore, in special modo in senso morale, rimanevano comunque incidenze interessanti, o che tali Le parevano: Olu era, come qualunque uomo, un contenitore della propria storia, in un certo senso, come anche Lei, Quintiliano, o chiunque tra i Suoi familiari, i Suoi insegnanti, i Suoi compagni di scuola o di squadra e, insomma, come qualunque Suo simile: posto di precisare, però, che quel contenitore era animato, flessibile, umido, in grado di emettere suoni e fluidi, trasformabile e deperibile – trasformabile anche dal proprio stesso contenuto, a differenza di un contenitore inanimato che non fosse costituito da materiale flessibile e permeabile – come un sacchetto di carta, per esempio, ma al momento non Le interessava, come termine di paragone, poniamo, un sacco o una borsa; perché la questione essendo Può un uomo essere paragonato a un contenitore e al suo contenuto?, era molto difficile non trovare più suggestivo e ricco di conseguenze il paragone che vedesse da una parte l’uomo e dall’altra uno scrigno, un contenitore rigido, atto a contenere e nascondere insieme; poiché, così almeno Le pareva in quel momento, il fenomenico di un uomo era sì anche forgiato dal suo contenuto, ma di esso era anche cattivo ambasciatore, anzi, più cattivo ambasciatore che buono, o enigmatico o menzognero o fuorviante, o quantomeno reticente sul proprio contenuto, non mancandoLe molti esempî, Olu a parte, di uomini e donne dotati di fisionomie dal fascino misterioso che indiscutibilmente non erano all’altezza, sia dal punto di vista spirituale sia dal punto di vista della storia personale, del loro assetto più superficiale, vistoso ed esteriore; e, per converso, di uomini e donne d’aspetto del tutto dozzinale, insignificante e per nulla attraente, che nascondevano passati e contenuti e sapienze i più straordinarî: come il prof. Hirsch, che Le aveva dato alcune lezioni private di latino, e nonostante fosse fuggito fortunosamente da Auschwitz, avesse attraversato il Sud della Francia trascinando una gamba spezzata, fosse dotato di uno spirito eccezionalmente acuto e di una cultura ineffabilmente ampia e profonda, e in più appartenesse al Popolo eletto, mostrava la fisionomia sgraziata e priva di qualunque fascino di un attempato parroco di campagna; al contrario, Roger Olsen, con cui giocava a hockey un giovedì sì e uno no, era alto, già a quattordici anni, un metro e ottanta, aveva un volto da lemure dominato da due occhî di diverso, e ciascuno particolarissimo, colore (uno viola e l’altro di un verde-oro praticamente giallo), la testa sormontata da un gonfio casco arcangelico di liscî capelli biondobianchi sparsi di fila di rame, e un fisico adorno in pari misura di muscoli e di grazia, un semidio, o un dio, dal sorriso solenne ed enigmatico, dalla voce armoniosa, olimpica e distante, molto richiesto e sbavato dietro da numerose ragazze sceme e da qualche gay dei più ritardati – eppure ignorante come una capra, pessimo giocatore, prosaico, senza carattere, un imbecille perfetto.

751. 76.

18 Dic

76. Lei aveva faticato parecchio a trattenerSi dal fantasticare su un personaggio le cui doti concorrevano in pari misura al mistero che lo circondava ad attrarLa: e nel gioco analogico che aveva cominciato a fare tra Sé e Sé e che ormai aveva irretito tutti i suoi pensieri, concepì l’idea di Olu come quella, a sua volta, di un contenitore, ovvero uno di quei Sileni a cui Socrate era stato equiparato: solo che l’involucro di questo Sileno Le pareva bellissimo, e l’interno oscuro, forse nei due sensi, e perché non manifesto, e perché in qualche modo inquietante e sinistro: anche nel caso di Olu, si disse, l’interesse che provava era dovuto in primo luogo a quello che, riposto nascosto negato rimosso recondito, non vedeva e non sapeva: Olu dai gesti precisi e dal sorriso di lupo sarebbe stato solo bello da vedere, con il suo fisico affusolato, al sua fisionomia nervosa; ma l’attrazione prepotente che esercitava su Lei era dovuta al fatto che quel fisico, con quelle caratteristiche, fasciava racchiudeva escludeva allo sguardo cose sconosciute – e che potevano non essere belle: la segreta speranza di trovare conferma di un passato del tutto confacente alla sua figura gradevole, metafisica, slanciata, una sequela veloce di vicende intricate, avventure che ne esaltassero, tra le tortuosità di un percorso tutto accidentato, tutto sfide, tutto prove concrete, il suo vivacissimo umorismo, la sua puntutissima arguzia, il retrogusto soavemente acidulo dei suoi sfottò, La portavano talora a disperderSi in devanei versicolori, appunto, che tuttavia tentava di dissipare con la ragione: nel caso di Olu non avrebbe mancato di trovare malsano un esercizio paragonabile a quello fino a mo svolto circa la scatoletta nera di nonna Edgarda, e infatti non aveva la minima intenzione di passare dalle illazioni su un oggetto inanimato alle illazioni sul Suo sconosciutissimo miglior amico: la scatoletta, in primis, era un’ambasciatrice neutrale, una latrice insensibile, impassibile, una cosa morta il cui eventuale orribile segreto, una volta scoperto, l’avrebbe lasciata esattamente qual era; Olu, come uomo, poteva avere non solo una storia da occultare, ma anche da difendere, una massa di fatti, di azioni compiute, di intenzioni non mensurabile né gestibile che lo stesso contenitore poteva decidere se rendere manifesti o no – ma pareva assodato che no, almeno per il momento –, e, se sì, in che forma, integra o parziale, sincera o interessata, letterale o viziata: soprattutto, qualunque cosa nascondesse la scatola non avrebbe mai implicato una valutazione morale sulla scatola stessa, se non per transività capricciosa o vezzo animistico; nel caso di Olu, invece, valeva l’esatto contrario.

750. 75.

18 Dic

75. Lei non era affatto sicuro di poter diventare come Olu, però, perché Olu in parte, forse in gran parte, Le sfuggiva: disperava, anzi, di poter diventare come lui, dato che Olu, nella sua maniera espansiva ed affettuosa, così pieno di slancio da trasformare ogni espressione di simpatia in una specie di delubro traforato, in una strofe di pindarica, che sembravano attraenti, nonché per i concetti esprèssivi, per la sola meraviglia della lavorazione, della tournure capricciosa, della grazia tortile delle colonnine proposizionali, dell’ariosità delle logge lessicali, in realtà era uno di quegli uomini – non moltissimi per la verità – per cui la vita ha senso solo nella dimensione dello hic et nunc, e che di rado o mai si servono dei verbi al passato, o aggrottando le sopracciglia e guardando lontano snocciolano i farò, i dirò, i penserò, i provvederò che aggravano d’ansia il momento non ancóra trascorso; per quanto, a ben pensarci, “passato” non sia affatto sinonimo di “intimo”, o “geloso”, essendo che molte cose riservate possono benissimo avvenire anche nell’ora e sùbito, e anche quando sono passate, proprio perché sono state passibili di archiviazione nell’ampio preterito, devono pur essere state, al tempo loro, in un hic et nunc: e per quanto Lei vedesse Olu praticamente solo sul posto di lavoro, e la posizione dietro un baracchino di vivande non invitasse né a fare considerazioni troppo personali né a fare alcunché, in generale, di troppo privato, tuttavia il sospetto era che Olu, diffuso e sontuoso benché per verba, fosse in realtà reticente e chiuso alle confidenze più delicate; giocava anche, arroge, in sfavore di queste ultime, la differenza d’età, ma Olu era pur sempre un ragazzo, se non un adolescente, e, per quanto in un lasso cruciale, cinque anni non rendono incomunicabili; inoltre non confessava mai disagio a parlare con un ragazzino, e questo sicuramente, anche, grazie alla Sua maturità e ad una certa giocosità di carattere propria del Suo amico: ma il fatto è che Lei era tormentato, talvolta, da dubbî e timori e scrupoli di cui Olu ascoltava pazientemente l’intera esposizione, senza noja apparente né artificiosa compostezza mimica; e Le dava consiglî, portava alla Sua attenzione cose che Le erano sfuggite o rimaste recondite od oscure, ma nella sua dizione tonda, piena di eleganze, c’era come il lapislazzuli e l’oro di un codice illuminato, colorita com’era ma bidimensionale, incapace di rendere l’idea di un retroterra storico, di qualcosa di oscuro d’irrisolto di doloroso di problematico: insomma, alla lunga Si era convinto che Olu Le si nascondesse, o si nascondesse, in generale, dietro la floridità delle espressioni di cavalleresca fragranza; soprattutto perché un lampo di malizia o l’espressione di una saggezza antica, o il velo d’un’incredibile stanchezza, col loro messaggio inquieto, e forse sinistro, gli passavano di quando in quando negli occhî, senza minimamente comunicarsi alla bocca.

749. 74.

18 Dic

74. Io già m’immagino, e m’affretto a dirLe: io già capisco, quale sarà la Sua irritazione adesso nel vederSi così esplicitati (o semplicemente scoperti) i sentimenti: dato che nei suoi diarî non c’è nulla di simile, almeno non in forma esplicita, a quello che ho appena detto: esso è in ogni parte mia illazione, e non sua affermazione; per quanto, date le Sue affermazioni, era impossibile per me trattenermi dallo spiegare in questo modo il Suo proprio modo di vedere e l’amico e Sé stesso; a guidarmi per questa via, forse perigliosa, arrischiata per quanto si voglia, senz’altro azzardosa, non ci sono però solo le Sue note, ma anche quello che una lunghissima esperienza di vita mi va dettando; e quello che ho appreso dell’amicizia e dell’amore in tanto spazio d’anni – o meglio, in una prima parte della mia vita, dato che, dopo che ho capìto come funziona il principio, e per tutti gli uomini, senza alcuna esclusione, non ho mai più visto altro che un opaco ripetersi delle medesime, identiche dinamiche; le quali prevedono, invariantemente, che un profondo amore per un proprio simile, sia o non sia associato ai più voluttuosi sentimenti, consiste sempre, nella forma più pretta ed originaria, nell’anelito a fondersi con la figura amata, e fare tutt’uno di quelle che fino a quel momento erano due indvidualità distinte; dall’impossibilità di raggiungere l’assoluta fusione nasce un dolore di genere speciale, mescolato di rimpianto e di piacere (di complaints parla Lei nelle pagine che sto consultando; e più avanti di un’unhappy happiness in tutto degna di un titolo della Behn, se non d’una sua scrittura), e Lei, a cui è stato dato in sorte di provare più intensamente di altri quello che altri parimente provano, ma non di nutrire sentimenti quidditativamente differenti dalla totalità degli altri uomini, in quel momento cominciava a provare, per la prima volta, o per la prima volta con tale intensità, proprio questa tensione a raggiungere un’assoluta, impossibile identità con un amico – il Suo migliore amico, nello specifico, il Suo amico baracchinista Olu, del quale la incantavano e la incuriosivano parimente passato, nazionalità, mestiere, aspetto fisico, atteggiamento, cultura, pensiero, modo di avvicinarLesi, competenze & abilità: tutto quanto, perché parte di un tutto che l’affascinava, diventava affascinante per un fenomeno di transitività, anche preso singolarmente; e suppongo che questo sia stato assolutamente salutare, perché molte aride occupazioni e molti concetti nojosi sono stati spesso appresi con facilità grazie al fatto che erano possedute e noti a persone profondamente amate, e pertanto da imitare in ogni cosa.

748. 73.

18 Dic

73. Quando Ella, infatti, pensava ad Olu come ad un altro Sé stesso, non doveva essere, almeno in teoria, in senso fisico: di fatto, la complessione singolarissima del Suo amico, la sua fisionomia per sé così incredibilmente arguta ed eletta, in cui un’accozzaglia di sproporzioni sembrava voler dare luogo ad uno spettacolo in cui la bellezza, libera dalle pastoje di armonie sempre pedissequamente debitrici ad un modello, e pertanto tutte simili tra loro – i belli sono tutti intercambiabili –, volesse superare sé stessa disfacendosi della sua ovvietà conformista, innanzitutto, non era nulla che Le appartenesse, né prometteva di appartenerLe nemmeno nel giro di qualche anno: Lei era bello in primo luogo della beltà che si dice dell’asino, come può essere un ragazzo (bello, non necessariamente asino), e sarebbe diventato bello come uomo perché così doveva essere, ma non aveva, non ha, alcun carattere spiccato, o così spiccato da costringere, come nel caso del Suo amico, ad ammettere che fa caso a Sé: e tuttavia, a dispetto dell’evidenza, dal momento che al Suo riferirsi ad Olu come ad un altro Sé tra qualche anno non era estranea nemmeno qualche considerazione di ordine men che spirituale o elettiva, alla lunga aveva finito col confondere un po’ l’idea dei Suoi proprî tratti con quelli dell’amico, e, benché il renderSi spiattellatamente conto delle strane tortuosità di percorso seguìte in ciò dal Suo pensiero L’avrebbe lasciata del tutto stupefatta, nel pensare a Sé tra qualche anno Si trovava di fatto a pensare a un Sé non dissimile da una mescolanza di Sé e di Olu, vedendo un uomo color cioccolatte, dai tratti delicati salvo gli occhî e la bocca in teoria troppo grandi: perché così, anche se non Le era chiaro, sarebbe voluto essere, tanto tra qualche anno come ora, sùbito, adesso; se solo, ahiLei, fosse stato possibile, e non era, e se solo Le fosse stato possibile avere diciannove anni, una cultura ancóra più stravagante irregolare eclettica composita di quella di cui disponeva, un passato in gran parte misterioso ma assai ricco di eventi, anche dolorosi, le radici in quell’altra parte del mondo, un’estrazione molto meridionale, subtropicale, assolata, un baracchino di barrette di sesamo, Coca cola, dolciumi di cocco, würstel – tanto un mestiere sostanzialmente disgraziato Le appariva affascinante, dato che affascinante era per Lei l’uomo che lo esercitava –, nessuna apparente ambizione, un sorriso lento ed enorme, abbagliante come un lampo tra nubi tempestose, uno sguardo come il fondo dell’inferno in un mare di latte, una voce di velluto bruno, mani di seta nera, e un’infinità di piccole attività collaterali a cui dedicarSi, un ordine sparso d’impegni, chiusure anticipate, tornosùbito, corse trafelate su un furgone scassato in direzioni mai troppo precise, interminabili riparazioni di motorette in un cortile squallido e fuori mano, e, spesso, un pajo di occhiaje profonde ad oscurare e a rendere, se possibile, ancóra più spirituel uno sguardo che era già l’esprit fatto sguardo: era, egli, un altro Lei, sì; ma Lei era infelice perché non era un altro Lui – non ancóra.

747. 72.

18 Dic

72. Ciò non spiegava affatto se Olu avesse orecchie così nobilmente piccole allo scopo di raccogliere solamente le più elette armonie, tralasciando i suoni molesti, rimbombanti & grossolani; ma certamente aveva il potere di sollevarLe un gran peso dal cuore, e di consentirLe di passare a considerare altre parti del corpo di Olu, come per esempio le mani, le quali a loro volta contrastavano con la complessione generale per la loro graziosa enormità; graziosa, perché avevano le dita leggermente noderose, e affusolatissime, tanto da far pensare ai figuranti delle mani maschili, i granchi, sennonché non rosei o bianchi, ma bronzei, del più scuro pigmento che si riscontri su epidermide umana, non eburnei ma d’ebano, con ogni dito terminante in una spatoletta appuntita, di forma esattamente triangolare, come l’una terminazione della ganascia d’una pinza, e in apparenza altrettanto forte; ecco, anche le sue mani, del colore della notte, sul dorso, e lunghe, e larghe di ventaglio come le mani d’un’ombra della sera, incantevolmente rapide nell’afferrare pacchetti di bruscolini e perette di salse industriali, e nell’approntare panini, e nell’afferrare delicatamente cartamoneta o moneta, nel pescare dalla cassa per dare i resti, nel tracciare ideogrammi nell’aria, nello schematizzare un concetto, nel vergare righe di parole anch’esse affusolate e sottili agli estremi, come robuste di corpo, anche quelle mani, dicevo, erano della famiglia dei suoi occhî e della sua bocca, perché erano fatte per ricevere tutta una quantità di oggetti, e per restituire altrettanto, in cambio o semplicemente di conseguenza; e forse non è nemmeno di mestieri il dire che corrispondevano a quelle superiori anche le estremità inferiori, i piedi che macinavano con regolarità di passo chilometri di strade, e di parco, talvolta fuorviando, anche – s’è visto – con rischio di tutto quello che sopra essi si reggeva, e per i quali non potevano convenire tragitti men che eccezionalmente lunghi: come lunghi erano essi, 10 e ½ nella misura americana, 49 per la nostra europea, una base del tutto più che sufficiente, se non eccessivamente estesa e quasi sproporzionata, per uno sviluppo verticale di un metro e ottantacinque centimetri, sennonché, come mostravano nelle calure staterecce sandali e ciabatte, erano talmente sottili, allungati e gentili da non parere troppo grandi, e trovavano comunque con tutte le altre teoriche sproporzioni una finale armonia, conferendo slancio, grazia e un’eleganza tutta spirituelle alla sua complessione di lemure.

746. 71.

18 Dic

71. Secundum Le aveva detto che si recava ad onore e vanto, semmai, l’essere utile all’amico, non solo con la conversazione virtuosa e con i frutti della propria deliberazione di tornare all’amico di quell’utilità senza cui l’amicizia non ha motivo alcuno di sussistere, bensì anche con gli stessi proprî comportamenti involontarî, e, tra questi, con le sue stesse colpe e defezioni; anche in questo caso per un in primis ed un secundum, quello essendo che si dimostrava in tal modo un’affinità elettiva tanto pronunciata che il buono non solo, ma anche il cattivo diventava buono; & questo essendo che in quel caso Lei, Quintiliano, aveva conferma della bontà dei sentimenti di Olu nei Suoi confronti, dato che anche con le sue mancanze questi La beneficava, mentre Olu poteva gioire all’idea che le proprie stesse men che buone azioni tornassero di vantaggio a chi gli era amico, sia perché voleva beneficare l’amico, sia perché il bene dell’amico rendeva in sé un bene, & inestimabile, il male commesso o non impedito; allo stesso modo, gioito come si conviene anche del bene che, per sé, aveva trovato Quintiliano in una cura di Sé che ne proteggeva e ne salvaguardava i giorni, Olu poteva rassicurarlo che l’idea che Quintiliano s’era fatto dell’amico come d’un altro sé stesso vanificava qualunque ipotesi di malafede da parte sua, & anzi quell’incidente, per quanto dalle conseguenze pecuniariamente così moleste, doveva considerarsi in tutto più che un bene, perché senza esso non ci sarebbe stata una così completa presa di coscienza da parte di Quintiliano che Olu era un altro sé stesso, ciò che prima poteva sentire solo in astratto e solo vagamente: tanto da poter inferire che tale eccesso i cautela, tanta iperbole di preoccupazione, tanto esorbitante ansia dovessero essere riferite all’impulso, nel proteggere i proprî giorni, anche di proteggere quelli dell’amico, di cui l’incidente aveva reso tanto patentemente la fragile soggezione alle avversità di questo genere, poiché non era possibile che Quintiliano vedesse Olu come un altro sé stesso senza vedere sé stesso come un altro Olu: e sapendo che Olu era passibile d’una morte sciagurata sulle strisce pedonali sbadatamente attraversate non poteva non sapere che Quintiliano era esposto al rischio d’una simile morte: e ispirato dall’affinità amicale, che di due fa uno solo, pur essendo uno solo, faceva attenzione per due; del che Olu grandemente gioiva, & si compiaceva.