740. 65.

18 Dic

65. Tanta consuetudine col parco cittadino Le permetteva di sfogare, da ultimo, tutti gli accessi fantastici a cui poteva andare soggetto: sicché, lasciato lo studio delle mappe e la loro paziente integrazione, a punta di china, del tipo più sottile, ultimamente, nel varcare il limitare del parco, improvvisava lì per lì un’immagine o il verso d’un sonetto Suo parto, magari improvvisando anch’esso, e completandolo in quattordici giorni, e con tutte le rime al posto giusto (salvo non dimenticasse l’incipit, o la strofa precedente, nel frattempo, o smettessero di piacerLe), e disegnava e scriveva sulla grande superficie verde, grigia e blu (quando guadava, non visto, qualche fiumicello, dovendo seguire una linea retta nel tracciato – nelle giornate e nelle ore di punta aveva sempre cura di evitare disegni o lettere dell’alfabeto che cadessero proprio là dove non era consentito passare) quello che Le era venuto in mente; non senza il caso in cui, abbandonandosi all’apparente capriccio della corsa, si avvedesse a metà o alla fine del suo zigzagare che effettivamente aveva tracciato un volto, o ritratto un animale, o scritto una frase – poteva anche aver tracciato la silhouette di un’anziana signora appena intravista all’ingresso, o scritto un’affermazione particolarmente notevole, o per profondità o per idiozia, sentita per radio o da qualche compagno di scuola, la mattina: immagini e suoni che sul momento aveva registrato distrattamente, se non seminconsciamente, che poi riemergevano nelle Sue composizioni libere, rivelandoLesi per quello che erano solo a posteriori, o quasi: riusciva in quel caso a fotografare mentalmente la mappa, che recava incisa nelle ime profondità della memoria, e dapprima congiungendo punto a punto, e in séguito senza nemmeno bisogno di quello, a ricostruire l’immagine e le parole disegnata o scritte, che poteva vedere come una linea ininterrotta nera nel riquadro della mappa del parco, dove i particolari planimetrici erano in grigio, sfumati, come retrostanti, “sotto”: Central Park era un rettangolo verde e un foglio bianco, su cui Lei aveva imparato a scrivere, grazie ad un esercizio strenuo, apparentemente, ed ostinato, di fatto lasciandoSi andare ad un’ispirazione del tutto estemporanea, a forza di gambe: arrivò persino a chiederSi – secondo me non senza ragione – se la Sua inclinazione alle attività fisiche, un po’ vicaria, necessariamente, rispetto all’inclinazione alle lettere, non fosse stata in gran misura incoraggiata ed accresciuta dalla doppia possibilità e di stancare e di temprare il corpo, e di continuare in qualche modo la Sua attività intellettuale come se non Si fosse mai dipancato dal Suo tavolino.

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