739. 64.

18 Dic

64. Forse nel Suo Diario di quegli anni è possibile trovare altri casi, altrettanto significatìvi di questo, in cui ebbe modo di verificare la capacità dell’artificio sia di distruggere, devitalizzando o impoverendo la natura, sia, utilizzandolo contro un altro e preesistente artificio, o in sovrapposizione ad esso, di recuperare uno degli attributi della natura, o del naturale, la mutevolezza continua, il continuo fluire, e il metamorfosarsi che è proprio dei viventi; ma il polmone verde, come suole definirlo, della Sua grande e assai edificata Città, oltre ad essere una delle Sue ossessioni, e una, tra le Sue ossessioni, delle più durevoli, era anche il luogo in cui artificio e natura, in proporzioni (come sempre avviene in questi casi) ìmpari e in rapporto profondamente ambiguo, mai totalmente definibile, si misuravano con la massima evidenza di scarto reciproco, abbracciandosi e guardandosi in parte con amorevolezza e in parte in cagnesco: in linea di principio sarebbe andata bene, come spunto di riflessioni omologhe, anche un’ajola, o un buco di terra da ficcarci una pianta in un viale alberato; ma in una zolla di terra erbosa o fiorita, in una porzione di terreno chiazzata di vegetazione stentata non era naturalmente (appunto) possibile perdersi, né, contemplando oggetti così limitati, sarebbe stato mai possibile, per mancanza di suggestione, innalzarsi fino agli universali, tra i quali aggirarsi con ispirato onduleggiare per lo spazio di qualche ora almeno, con il vantaggio indiscutibile di un abbondante afflusso di ossigeno al cervello, afflusso quale poteva essere garantito solo dal moto sostenuto delle gambe che pompavano sangue verso il cuore: le idee che potevano manifestarsi durante lo sforzo della corsa, in special modo dopo che la fase di riscaldamento era terminata e i muscoli, movendosi con sicura regolarità, erano ancóra lontani dall’essere invasi dall’acido lattico, erano immagini che si succedevano rapidamente, non di rado accavallandosi e confondendosi non senza armonizzare in qualche modo: solo ore più tardi, col corpo stanco e piacevolmente indolenzito di fresco ristorato dalla scozzese e con la lenta respirazione profonda, tornata scandita e regolare al lento battito del cuore, era possibile mettesi alla scrivania, accendere la lampada da tavolo mentre fuori imbruniva, dare uno sguardo ai dorsi dei libri sparsi sulla scrivania (allo studio in quel momento) e di quelli pigiati sugli scaffali alle pareti, e recuperare, dal magma luminoso, confuso, preverbale, delle immagini accumulate nel pomeriggio, la visione più nitida, durevole o ricorrente, e projettarne la luce sulla pagina, in forma di parole; come chiunque sia mai riuscito a qualcosa tra le Muse, Ella non ha mai trascorso intero un giorno a tavolino, ma solo alcune dense ore ogni volta.

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