738. 63.

18 Dic

63. Col passar del tempo, quel parco che, a forza di percorrerne, nei primi anni, tutti i viali, scavalcandone tutti i fiumicelli tramite i ponti di legno, seguendone docilmente i tracciati, e poi studiandone la mappa, più di recente, segnandovi in più tutto quello che in una mappa non può capire, oramai conosceva perfettamente a memoria, anche nei più intimi recessi, anche nei più riposti particolari, come il numero delle panchine del tal segmento di viale, il numero di tornanti di un tracciato, il numero di dossi nei pressi del tal lago, e poi la lunghezza di tutti i viali, la profondità e la vegetazione di tutti i laghetti, la flora estiva del tale e del tal altro punto, i coleotteri e i lepidotteri tipici di ogni angolo, la data di costruzione di tutti i ponticelli, le indicazioni i divieti le esortazioni di tutti i cartelli segnaletici con relativa normativa citata, suscitava in Lei due sentimenti perfettamente espliciti e perfettamente contrapposti: da una parte ormai aveva deciso che lo odiava, con quella sua forma di rettangolo troppo perfettamente rettangolare, con la relativa scarsità di percorsi e la loro insufficiente tortuosità – la mano degli artefici si era piegata con sforzo evidente a seguire l’andamento primigenio di certe viuzze, ma in taluni casi l’ossessività romanizzante dello sviluppo a scacchi era prevalsa prepotentemente (per non parlare della forma così oltraggiosamente rotonda del laghetto centrale), e il tiralinee aveva avuto la meglio sulla naturalezza -, con la fauna umana che talora, a intervalli inesorabilmente regolari durante la settimana, nel corso dei mesi, nello scandirsi delle stagioni, in certi momenti dell’anno, ne riempiva fino a coprire totalmente il tappeto verde certe zone più d’altre popolari; dall’altra lo amava perché, pur con tutto l’esercizio che faceva, non era mai riuscito a coprirne gran parte della superficie di corsa, in un solo tratto, senza doversi fermare a riprender fiato su qualche panchina o accosciandosi a lato di qualche viale: perché il fatto che La soverchiasse implicava che in esso parco, magari con un po’ d’inventiva, era possibile anche perdersi, come nella sylva, e questa era una caratteristica che un luogo per tanti versi innaturale aveva in comune con la natura che non era riuscito, o molto semplicemente non aveva del tutto puntato, ad umiliare: ma su ogni altra considerazione e scoperta prevaleva, doveva prevalere, la considerazione che se nulla di quel luogo, come di qualunque altro luogo, consentiva di apprezzarne una naturalità intatta, perfettamente variata nel suo interno e inesplorabile nella sua totalità, il ricorso ad un artificio continuamente applicato poteva continuamente mutare la prospettiva dalla quale si guardava al luogo stesso, facendo sì che a sua volta esso luogo ne uscisse mutato.

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