737. 62.

18 Dic

62. Lei, nell’andare e riandare a Central Park tante volte pur nel non lunghissimo spazio d’anni che aveva vissuto, diviso tra l’impulso a tenere in allenamento i muscoli e la necessità di vedersi intorno un panorama più confacente al Suo divorante horror vacui, aveva finito coll’inventare, questa volta per Sé solo, il seguente gioco, che si basava sul cambiamento continuo di prospettiva, nell’impossibilità di cambiare la realtà oggettiva delle cose: calcolando con cura le distanze, complice una mappa del parco in tutto analoga a quella poc’anzi da me alla breve consultata, ma complementata da una serie di indicazioni ed annotazioni di Sua mano – finché il reticolo largo dei vialetti bianchi sul fondo verde, e il profilo dei laghi blu, e i contorni stessi di tutta l’area interessata sfumarono sotto l’intrico delle scritte e dei simbolini e dei percorsi alternatìvi, nel frattempo tutti sperimentati, e più volte, e venutiLe a loro volta a noja una volta perfezionati oltre ogni dire; sicché passò ad un’altra mappa, e ad un’altra, e ad un’altra ancóra – , con fitti richiami ad oggetti presi come punti di riferimento, come la posizione del tale albero, del tale cartello di divieto, del tale masso, della tale panchina in riva al tale lago, giunse a inventarSi corse su sentieri virtuali che nella loro capricciosità eludevano i percorsi tracciati dai vialetti, e nella loro regolarità Le permettevano di disegnare, con la trajettoria del percorso compiuto, i profili di forme geometriche di crescente complessità, dal triangolo isoscele alla projezione ortogonale dell’icosaedro, poi il Suo nome, poi un verso di Shakespeare, o di Webster, o di Aubigné, e persino – precocemente sui Suoi successìvi studî, & è un anticipo commovente, che ha tutto il sentore di un presagio, dato quello che è – VENDO LA LIBERTA’, COMPRO IL DOLORE, di sghembo, con la V di VENDO in basso a sinistra, verso il confine con il West End, e la E di DOLORE in alto a destra, verso il confine con lo East: un verso fuor di contesto, colto nella nota a piè di pagina di uno scarno volumetto del ’42 di letteratura italiana, una di quelle letture che per ora si confondevano volentieri con altre curiosità, come la storia del Nepal o un trattato di mineralogia e gemmologia; uno di quei versi melodrammatici e artatamente rozzi tipici del secolo d’oro e di fango, verso del quale le era corso l’obbligo di verificare il significato di una sola parola che non era convinto di capire (COMPRO) su un vocabolario in biblioteca, per il resto risultandoLe chiaro e suggestivo, memorabilissimo, buono per far mazzo con UNE ROSE D’AUTOMNE EST PLUS QU’UNE AUTRE EXQUISE e poche altre esotiche sceltezze che Le risultassero abbastanza componibili con un canone quasi senza eccezioni di soli elisabettiani; perle tutte del Suo repertorio che da allora ornano invisibilmente il manto erboso del parco e intersecano i viali e costeggiano i laghetti di Central Park, per quanto nessuno, almeno che io sappia, ne sia mai venuto a conoscenza.

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