735. 60.

18 Dic

60. Ad una rapida consultazione della mappa di Central Park, che trovo su una pubblicazione turistica qualunque (ma non è una contraddizione, se non formale, con quanto Le dissi più sopra: laddove proprio non capisco sono in pratica costretto a ricorrere a qualche supporto che ovvî alle deficienze della mia istruzione: in questo caso Ella si riferiva ad un luogo per Lei risaputissimo, accennando al quale non si conveniva più d’un’indicazione brachilogica), ricostruisco che Ella, partendo da una traversa di v. Amsterdam girò, poche decine di sgambate, due volte l’angolo, a sinistra, e che immessosi nell’LXXXVI Strada entrò nel grande parco; dove, seguendo la consuetudine, aveva preventivato che sarebbe venuto a perderSi, correndo ad andatura abbastanza sostenuta come sempre nei momenti d’ansia o nervosismo, tra viali e vialetti: questo interessante perdersi in un luogo che si conosce come le proprie tasche è uno degli espedienti più graziosi che una mente sensibile possa escogitare per sollevarsi dal padule di un momento critico, o dalla congestione derivata da una troppo intensa concentrazione; come il lettore dimentica continuamente il contenuto dei libri che rilegge più di frequente per tornare ogni volta alla sorpresa della prima lettura, così io m’immagino Ella abbia fatto per anni, tutte le volte che si perdeva in tal modo in Central Park: luogo in cui, per inciso, odiava recarsi la domenica e in genere durante la bella stagione, a causa dell’enorme afflusso di pubblico, ma di cui nemmeno apprezzava e apprezza gli endroits troppo aprichi, le sponde perfettamente compassate dei laghi, i viali più ampî, gli spiazzi: come non ha mai apprezzato la quadratura postromana della zona in cui si trovava, o, in genere, della città: non fa naturalmente stupore che uno dei primi (se non il primo) forti segni di alienazione dal Suo medesimo mondo Le fosse cagionato dall’assetto urbanistico, perché il più patente, il più vistoso aspetto di esso mondo – bastava uscire di casa per una commissione qualunque, o per andare a scuola, o guardare un panorama, o anche solo sporgersi dalla finestra; anche questo rifiuto dello sviluppo a nastro o a rasojo, insomma del piano viario tracciato dal tiralinee disumanamente rettificante dei Suoi presunti antenati era alla base del Suo lasciarsi perdere laddove è praticamente impossibile non tornare al punto di partenza qualunque direzione si prenda; segno ce Central Park era sì uno dei Suoi amori cittadini, ma anche, e al contempo, uno dei Suoi odî; per non parlare dei rientri a casa, quando cominciava a sentirSi nelle gambe il rammollimento dell’acido lattico: quando era capace, nonostante appunto la stanchezza, o forse proprio a causa di quella, di prendere la via di casa dal fondo del parco, risalendo v. Amsterdam con il più irregolare dei percorsi, zigzagando per le traverse, una sì e due no, tre sì e quattro no, per arrivare regolarmente tardi per cena; o facendo addirittura il giro lungo la costa del West End, infilando la via di casa da molto alla larga, e rientrando a casa quando Norma van Barnavelt aveva già praticamente mezzo deciso di chiamare la morgue – e questo perché la costa era un limite naturale, in quanto naturale discrimine tra la terra e il mare, e quindi, specialmente nei momenti di maggior scoramento o malumore, l’unico percorso accettabile, come parte dell’ingens sylva.

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