722. 47.

18 Dic

(47). Ribadisco: avessi dovuto descrivere questi fatti a chiunque a parte Lei, a quest’ora già mi vedrei sommerso tra stradarj, atlanti, planimetrie, volumi fotografici, romanzi particolarmente realistici ambientati in Nuova York, a seguire col ditino il fitto reticolo di vie quasi sempre senza nome, quasi tutte numerate, ad immaginarmi come dovesse essere la giornata — ed eccomi alle prese con i bollettini meteorologici dei vostri quotidiani d’allora, procuratimi dalla paziente insostituibile Mariella, ad osservare eventualmente le fotografie d’accompagnamento agli articoli riguardanti la situazione delle strade, e a compilare liste dei femori e delle anche rotte a causa del permanere della neve sulle strade, la viabilità, i guardrail scassati dalle automobili e dalle camionette uscite di controllo, le carrozzerie accartocciate, i tamponamenti a catena –, spremendomi le meningi per capire non se, ma quanto fosse coperto il cielo quel pomeriggio del 18 dicembre 1988, ingegnandomi a ricostruire il profilo delle case, la disposizione dei bidoni della spazzatura, le condizioni del cordolo del marciapiedi, i semafori, le automobili parcate nei pressi — se cigolasse il cancello, quando lo aperse, se avesse molto freddo ma intendesse comunque uscire, se ci fosse neve a scricchiolare sotto i Suoi piedi o se fosse stato tutto spalato via, se non si accorgesse nemmeno del freddo pungente e della condensa che formava nuvolette di vapore intorno alla Sua bocca (con decenza parlando), se incontrasse la comparrocchiana miss Hepzibah Stone o il compagno di scuola Lotario Smith o Meo Abbracciavacca sul Suo cammino, e fosse magari talmente assorto nei Suoi pensieri da non avvedersi nemmeno che, effettivamente, stavano sguindolando disperatamente le braccia nella Sua direzione, salutandoLa, annunciandoLe lo scoppio del Terzo conflitto mondiale, urlandoLe di fare attenzione al crepaccio o al camion della monnezza che stava per arrotarLa, se la via fosse stata alberata di sequoje e su ognuna ci fosse una famiglia di gufi che ripeteva il suo lamento, se nell’attraversare l’incrocio passasse fuggevolmente nella sesta dimensione, o incontrasse la sua immagine riflessa nel didietro di un’auto medica, o incespicasse in un cucciolo di manticora, o rimanesse brevemente in forse se tornare a casa, andare avanti, prendere un’altra direzione, girare in tondo, star fermo, guardare in sù, guardare in giù: io queste cose non posso ovviamente saperle perché non mi sono mai state comunicate in un modo o nell’altro, e quello che non so non posso riferire: soprattutto io non c’ero, Lei sì, e Lei, posto che — chiaramente — sia esatto, per quanto infiocchettato appulcrato colorito, quanto vado ricostruendo, non dovrà far altro che ricorrere agli archivj della Sua memoria per riavere la scena dinnanzi.

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