688. 13.

18 Dic

(13). Sopraggiunse come in un lampo il 1986, le nuove applicazioni in campo ginnico implicarono per Lei, com’era ovvio e in fondo previsto, frequentazioni volgarissime, con le quali sarebbe stato totalmente impossibile, quando pure ce ne fosse stata la tentazione, intavolare qualunque discussione in materia di metametrica, quasar o dubbj esistenziali: a Lei non occorreva, assolutamente, trovare interlocutori all’altezza: perché sapeva che cosa ne sarebbe venuto fuori, e sarebbe stata una jattura sentirsi ripetere la descrizione dell’incubo che Le sembrava di vivere, poiché Le avrebbe confermato che non d’incubo si trattava ma di realtà; e Lei voleva, fin dove poteva e quanto più a luingo possibile, conservare l’illusione che le verità che era giunto tanto anzitempo a toccare fossero una bizzarria della Sua mente, o il risultato di un punto di vista del tutto singolare, scentrato rispoetto alla visuale che di norma hanno le persone: il concetto dell’esistenza che era andato maturando, ne era praticamente sicuro, e sicuro voleva essere, era quello che poteva ricavare dall’essersi scelto una specola di tipo tutt’affatto particolare, una scelta di cui non aveva potuto valutare tempestivamente come una superfluità, un lusso, una di quelle subsecività alle quali non conviene mai applicarsi con troppo fervore, in primo luogo per lo scarso momento di cui sono, in secondo luogo perché inducono ad una visione distorta della realtà, proprio nel loro essere parziali: la distorsione, ecco la verità che Le veniva manifestandosi ultimamente, coincideva con la parzialità, l’incompiutezza: tutto quello che aveva determinato la Sua visione tetra e soffocata del mondo Le proveniva non dal mondo in sé, beninteso, ma dall’aver voluto forzare entro una visione limitatissima tutto il conoscibile: è una deformità, avrà pensato un giorno, un mondo in un guscio di noce perché in mondo, in un guscio di noce, può stare solo in epitome; è un mondo nano, e soprattutto non è il vero mondo; solo un sistema rigoroso e veramente aperto avrebbe potuto contenere, via via, il mondo, ma in qualunque caso, anche in quest’opera perennemente definitoria, sempre di una copia sdi sarebbe trattato, e infinitamente più piccola — a quale scopo dovrei procedere a quest’opera, quando pure fosse possibile?, si sarà chiesto; che cosa me ne dovrei fare, di un mondo impercorribile, inabitabile, finto, la cui funzione sarebbe solo quella di distrarmi dalla conoscenza e dalla vita del mondo vero, quando avessi l’infinita idiozia di applicarmici?

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