669. Diario.

26 Nov

Negli ultimi giorni mi sono dedicato ad un esercizio nojoso, e fors’anche abbastanza inutile, ossia alla trascrizione delle pagine del diario, che nonostante la sparizione con tutto lo zaino delle vecchie carte è nel tempo diventato voluminoso, fin troppo. Credo che per me, non per altri, abbia importanza ripercorrere quegli stracciafoglj, assai spesso spiegazzati consunti macchiati, talvolta stracciati e semicancellati da piogge e rovesciamento di liquidi: quello che rende insieme così tedioso e così istruttivo il mio diario, compilato quotidianamente nelle intenzioni, seppure con qualche sporadico buchetto qua e là, è proprio la sua ossessività. Quasi tutte le frasi cominciano con la negativa non, le restanti con un devo, o si dovrebbe, o bisognerebbe / bisogna, tutti verbi velleitarj, gli unici probabilmente che mi siano rimasti. So che per copiare bene un testo non se ne deve seguire il contenuto: bisogna innestare l’automatico e andare avanti, meglio ancòra se pensando ad altro: in quel caso si fanno meno errori, per lunghi tratti nemmeno uno, e ci si sbriga prima. Purtroppo a tratti la grafia è talmente convulsa, le righe sono così vicine che ho problemi a decifrarmi: non essendo fatto, il mio diario, per essere riletto, ma assomigliando ad una specie di tomba in cui la giornata precedente finisce gettata. La cosa più nojosa è la ripetitività, mortale, che m’impedisce di proseguire nello squallido esercizio per più di tante ore al giorno; la cosa più istruttiva è questa scrittura, appunto, tutta autoriferita, volta ormai ritualmente, quindi inanemente, a rianimare un’attività che fatalmente rallenta, fatta com’è di gesti sempre più incerti e meno motivati – innanzitutto a causa delle sparizioni, e dell’impossibilità della segretezza, che sola consente l’incubazione. E sono rimasto, io per primo, veramente colpito da questa scrittura che del mio osceno rapporto col mondo non registra altro che sporadiche emergenze, quelle particolarmente oltraggiose o di cui per varj aspetti è impossibile non rendere conto; mi colpisce perché sono tentato, a tratti, di considerare il diario come una specie di testimone postumo [di là dal fatto che non sarebbe mai conservato, da nessuno] della mia immonda storia, fissando nomi, dinamiche, cause e moventi: e invece nulla. In certi casi ricordo perfettamente non solo quali eventi hanno davvero caratterizzato la tal giornata, e non solo: ricordo alla perfezione non solo l’evento, ma anche il fatto che esso evento mi sovveniva a mano a mano che scrivevo tutt’altro, solo che poi, quando, dopo un giro rabbioso di frasi generiche, ero sul punto di trascrivere l’accaduto, qualcuno mi metteva la mano sulla testa, e mi forzava a proseguire con altro. Questo diario, che a ben vedere non è nemmeno un diario, perché della mia “storia” non contiene praticamente nulla, e con quel poco che contiene sarebbe insufficiente a definirmi, è stranamente del tutto autoriferito. In esso mi rivolgo a me, e parlo di me; non me come sono, ma me come dovrei essere; con uno sguardo, talora inconditamente, tragicamente fiducioso, ad un futuro che non c’è mai stato. E’ strano, in effetti, perché sono serenamente consapevole di come la vita sia fatta di azione-e-reazione; non rifiuto questo principio e non mi sento superiore ai miei presunti simili: mi limito, perlopiù, a non capirli e a disinteressarmene. Ma so che non ci si sottrae, e nemmeno si dovrebbe, e nemmeno sarebbe desiderabile, all’interazione, allo scambio, al circolo vizioso. So che l’azione altrui, specie nelle mie condizioni, sempre state sfavorevoli, e di debolezza estrema, può essere ed è quasi sempre un’interferenza grave, pesante nelle conseguenze; so che appeso a un filo non è solo il pochissimo che riesco a fare, ma anche tutto quanto sono. Eppure basandomi su queste pagine, di plumbeo colore uniforme, di lettura insopportabile, in cui peraltro molto spesso mi faccio molto peggio di quello che sono, per gestirmi meglio, non potrei lanciare nessun’accusa. Anche il diario contribuisce per conto suo al fraintendimento – la mia condizione esistenziale, insopportata e indesiderata, alla costruzione della quale forse non ho partecipato in alcun modo, ma della quale sono adesso corresponsabile, da tanto tempo. Questo, mi dico, non assolve nessuno in ogni caso – non cambiano nulla né l’assoluzione né il perdòno, beninteso. Ma, nonostante i chili di carta bruttata che ancòra mi porto dietro, anche nel mio caso la cosa certo più importante, e forse più urgente da sapere, la saprà la terra. E non sono del tutto sicuro di volere, o aver veramente mai voluto, qualcosa di diverso.

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