667. Così parlò un imbecille (di nuovo sul “Cimitero di Praga”).

12 Nov



Torno su Il cimitero di Praga, l’appena uscito sesto romanzo di Eco. Volevo, in quest’occasione, e anche nei giorni seguenti, concentrarmi sulle critiche che si rinvengono in rete; a partire da questa, sul sito di Giorgio Dell’Arti, che riporta l’articolo di tal Roberto De Mattei per il giornale destrorso e clericale “Il foglio”, direttore Giuliano Ferrara. Prevengo: è vero che il mazzetto delle critiche all’ultimo libro – specie se è un romanzo – di Eco si presta ad un taglio del tipo “fiera dell’imbecillità”, ma non è mia intenzione fare incetta di freaks critici: ma semmai di fare il punto sulle varie posizioni espresse. Noto, in anticipo, una segnalata estraneità di fondo delle tematiche e delle problematiche rappresentate dai recensori rispetto a quelle proposte e sollevate da Eco; e questo non è affatto un buon segno. Dell’articolo sullinkato l’incipit è abbastanza dimostrativo, e perciostesso molto fastidioso:

“Il Cimitero di Praga” di Umberto Eco è un irridente manifesto intellettuale antitetico al messaggio di verità che Benedetto XVI propone agli uomini del nostro tempo. Non a torto L’Osservatore Romano”, per la penna di Lucetta Scaraffia, ne ha colto pericoli e ambiguità (“Il voyeur del male”, 30 ottobre 2010).

Giuliano Ferrara, detestabile personaggio – lui sì un vero e proprio Simonini, voltagabbana e falsario, coll’aggravante della presenza debordante e della violenza verbale e ideologica – ha voluto farsi codino, negli ultimi anni, e i risultati sono quelli che si vedono sul suo orripilante giornalaccio: Eco ha parlato di Ebrei e di gesuiti, ergo l’interpretazione dovrà necessariamente puntare al patentino di ortodossia/eterodossia; quasi che ad Eco e al lettore di Eco gliene fottesse qualcosa. Ma notare il taglio particolarmente repellente, da Noi riformatori dello studio di Padova: Eco non ha scritto rappresentando la sua visione delle cose, nossignori: ha scritto (post hoc ergo propter hoc) dopo che Ratzinger ha sparato la periodica coglionata sul “messaggio di verità”, ergo contro esso messaggio. Quasi che ad Eco e al lettore di Eco gliene fottesse qualcosa, del “messaggio di verità” del vecchio porcaccione. Ergo, “non a torto” la Scaraffia, sul libro paga del Vaticano, ha stroncato il libro: perché non segue i dettami di santa madre chiesa. Peggio ancòra: è un irridente manifesto intellettuale, persino, ossia un’aggressione in piena regola a quello che il vicario del cristo ha statuito per gli uomini del nostro tempo. Io personalmente non saprei nemmeno dire se Eco sappia che cos’ha detto, a proposito di questo fantomatico “messaggio di verità”, il pontefice; io non lo so, e posso assicurare che, se pure Eco l’ha saputo, non ne ha tenuto il minimo conto. Infatti i dettami della chiesa non sono discussi, nel romanzo; esso è un romanzo storico, non un manifesto; esso romanzo sottende un’interpretazione motivatamente sprezzante nei confronti degli agitatori di varie chiese, ma non solo di quella cattolica, in primis, secundum non tratta né di papa Ratzinger né del suo messaggio di verità. Capisco le necessità del giornalista di parte, ma il critico letterario non da dozzina deve rendere esattamente conto di quello che c’è scritto nei libri che recensisce, altrimenti non li legga e non ne parli. Questo perché non vorrei mai che qualcuno dei miei cinque lettori pensasse che Eco ha scritto contro Ratzinger. Il problema sostanziale è che l’estensore di questa nota, che è un minus habens incolto e ottuso, la vede in questi termini:

Per la verità, il geniale falsario Simonini, “incapace di nutrire sentimenti diversi da un ombroso amore di sé, che aveva a poco a poco assunto la calma serenità di un’opinione filosofica” (p. 103), ci appare come una sorta di controfigura dello stesso Eco. Il punto è che, ne “Il Cimitero di Praga”, Eco non si limita a sostenere la falsità di opere come i “Protocolli dei Savi di Sion”, ma è convinto della falsificabilità di ogni documento storico. Simonini – scrive – “ci teneva a che i suoi falsi fossero, per così dire, autentici” (p. 428). D’altronde, “chi deve falsificare documenti deve sempre documentarsi” (p. 121). Ma se nessun documento è, in sé, vero, tutti i documenti sono, almeno potenzialmente, falsi e se nessuno è certamente vero, di nessuno si può dire che è certamente falso. Per dire infatti che un documento è falso, occorre che ve ne sia almeno uno vero, il che non è, non tanto perché non esistano di fatto documenti veri, quanto perché, per Eco, la verità stessa non esiste in sé. Con ciò arriviamo al punto centrale del discorso di Eco: un relativismo assoluto che pretende dissolvere non tanto la verità filosofica quanto quella fattuale, che costituisce la trama oggettiva della storia.

Non so, ripeto, che messaggio abbia dato Ratzinger ai correligionari di codesto De Mattei: so solo che Ratzinger, che tutto è fuorché un cretino, dovrebbe sapere di filosofia; e che l’estensore di questa notaccia da chiodi non ha nemmeno quell’infarinatura minima indispensabile a non sparare cazzate. Dove ha letto, nel romanzo, che il sessuofobo, bulimico, limitato, vigliacco, e anche un po’ pedofilo Simonini sarebbe “una sorta di controfigura dello stesso Eco”? Bisognerebbe chiedere ad Eco se si riconosca nel viscido personaggio; ad occhio e croce credo proprio di no, ma chi ha più dubbj di me in merito s’informi. Ma una frase ancor più spallata si legge immediatamente dopo: “Il punto è che, ne “Il Cimitero di Praga”, Eco non si limita a sostenere la falsità di opere come i “Protocolli dei Savi di Sion”, ma è convinto della falsificabilità di ogni documento storico”. Chiedo scusa, capisco che la grazia efficiente conduce sovente ad esiti paradossali, ma il nesso qui dove sta? A parte la formulazione, quella sì ambigua, circa il “sostenere” la falsità del libello: il libello è, e dimostratamente, falso: non solo, ma la sua falsità è stata conclamata già mentr’era in corso d’opera, a mano a mano che i plagj s’incrociavano e le redazioni si susseguivano l’una all’altra. Ne consegue che il testo è sempre stato intrinsecamente non credibile – ma credibile per chi volesse crederci. Tant’è che Julius Evola fece ristampare il brogliaccio, nonostante sapesse benissimo che era falso – e lo dichiarò -, perché in ogni caso rendeva un’idea abbastanza chiara delle reali intenzioni degli Ebrei. Eco è convinto della falsificabilità di ogni documento storico: ovvio che sì. Ma il tema principale del libro di Eco non è di per sé la sola ed unica realtà documentaria, ma è l’osculazione tra piano del documento e piano dell’archetipo, tra realtà documentabile ed elaborazione fantasiosa, azione dei pregiudizj, schemi mentali. Da una parte, per sintetizzare, il nudo documento, dall’altra il romanzo. Dimenticarsene così significa dimenticare che Eco ha ricostruito, pari pari, la storia di un documento costruito tutto con elementi e stereotipi romanzeschi. Che qualunque documento sia falsificabile è esattissimo: è esattamente come l’evocazione degli spiriti per quello scettico in Shakespeare; chiunque può evocare gli spettri dagli abissi, ma il punto è: dopo, loro, ti rispondono? Allo stesso modo la falsificabilità, a rigor di termini, non dev’essere al centro dell’interpretazione e del romanzo di Eco e della questione dal romanzo sollevata: ma la possibilità che il falso sia accolto come vero, che è una possibilità che il falsario può controllare solo in parte, appunto cercando di aderire al verosimile (come nei documenti che Simonini confeziona per Rebaudengo) o prevenendo – e su questo Eco è esplicitissimo – quello che il raggirando vuol sentirsi dire (come avviene con i Protocolli). Il caso di Evola è eloquente della possibilità di credere razionalmente anche all’incredibile: non è vero, in sé, ma dice una verità. Come si dice dei romanzi, per esempio. E poi chi era che diceva Credo quia absurdum? [E chi Vulgus vult decipi, ergo decipiatur?]. Ma il fatto che Eco ritenga che su un foglio di carta possa essere scritta qualunque vaccata – circostanza a cui evidentemente Roberto De Mattei non crede (e dire che scrive articoli del genere, e per “Il foglio”!) – secondo l’estensore della fantasiosa nota implicita che Eco sia un relativista assoluto, che pretende di dissolvere – dice! – non solo la verità filosofica, ma anche quella fattuale. E’ da affermazioni del genere che è possibile tranquillamente inferire come questo De Mattei, chiunqu’egli sia, è un ignorante patentato. Da Platone a Leibniz (tanto per rimanere ai fondamentali) non è stato forse ripetuto le centinaja di volte che vero e falso non possono essere detti della realtà (dato che essa è sempre vera), ma del predicato sulla stessa? La verità “fattuale” contrapposta rozzamente da De Mattei a quella “filosofica” – chissà di che filosofia si tratta, dio mio! – prevedrebbe semmai l’alternativa tra esistenza e non esistenza di detti Protocolli, semmai: non tra la possibilità che essi siano stati scritti da un ciarlatano prezzolato e quella che siano stati effettivamente vergati da Ebrei interessati alla conquista del mondo. Ma l’esistenza concreta dei Protocolli non è messa in discussione: essi sono esistiti ed esistono, e hanno fatto danni spaventosi. Il dubbio potrebbe esercitarsi solamente circa il vero autore: ma a questo proposito Eco non ha dubbio alcuno: l’autore, di fatto, è il prefato ciarlatano prezzolato. Che non ha agìto, ovviamente, da solo, ma su istigazione e in collaborazione – volente o nolente – con molti altri disgustosi figuri. Pur di innestare la solita, stronza polemica sul “relativismo culturale”, il falso recensore ha preso una cappella difficilmente perdonabile.

Il romanzo parla, effettivamente, di un caso intricato di plagj incrociati e di volontà storiograficamente mai chiarite del tutto: Eco, servendosi del romanzo, attribuisce tutto quanto di più liberticida, retrivo e bigotto si è dato nel XIX secolo in gran parte alle mene d’un personaggio singolo, descritto con sufficiente copia di particolari, da cui possiamo inferire un tipo antropologico, un milieu tipico – e soprattutto una parentela stretta tra tendenze anche apparentemente estranee tra loro (clericalismo, antitalianismo, satanismo, massoneria, pseudosocialismo, anarchismo). A me sembra che Eco abbia le idee (fin troppo) chiare. Non scorgo traccia di relativismo, nel suo operare: anzi, il romanzo non propone la questione della dubbia (?) paternità con troppe ambagi, o descrivendo percorsi intellettuali particolarmente torturati: come suo solito, anzi, Eco ha messo insieme la sua storia con grande senso dell’economia narrativa e nel modo più semplice possibile. Altri avrebbe fatto, io credo, almeno tra gli scrittori italiani (ma non solo), un gran casino.

E, tanto per tornare alla verità “filosofica” e a quella “fattuale” care a questo stenterello, il nodo della questione è: dato che è sempre stato perfettamente chiaro che il testo era un falso, come mai è stato ugualmente creduto? O non sono un fatto Evola che lo sa un falso e lo fa ristampare perché rende l’idea, o tutti quei nazisti arabi che ancor oggi lo fanno correre sulle stampe, e ne fanno cadò ai loro sodali? Non è forse vero che un vero falso ha costituito la pezza d’appoggio per le teorie di Hitler? Non è forse vero che quel falso ha avuto conseguenze “fattuali” del tutto vere e del tutto disastrose? E’ vero o non è vero, infine, che, chiunque sia stato Simonini – anche inteso come impasto tra i varj Goedsche e Osman Bey – la sua responsabilità negli eccidj che sarebbero avvenuti non è superiore a quella di chi li ha “fattualmente” compiuti? La responsabilità è sempre a monte e a valle del fatto. Il dato morale non è NEL fatto, ma nasce DAL fatto e/o consegue ad esso. I Protocolli sono, come falso, il riflesso di una posizione preassunta, e anche come presupposto di azioni a venire sono pur sempre conseguenza e mai del tutto radice di esse azioni. Eco mostra la nascita e lo sviluppo d’un’idea falsa, sostenuta con un falso volontario. La sua operazione è demistificante, e non riflette alcun relativismo culturale; non nel senso che dice il nostro filosofico scribacchino. Men che meno “un relativismo assoluto che pretende dissolvere non tanto la verità filosofica quanto quella fattuale, che costituisce la trama oggettiva della storia”: ma che cazzo dice? Che verità fattuale (per usare il suo sconcio gergo, che NON è terminologia filosoficamente accettabile) avrebbe “dissolto” Eco, smascherando la volontà meschinamente malvagia dei varj Simonini che hanno posto mano a quella miseranda scartocchiatura?

Ma l’ineffabile De Mattei ha tutto un retroterra antinominalista da cui muovere: fa qualche cenno al sostrato torinese del filosofo e medievista Eco, e attribuisce al nominalismo, decadente rispetto la scolastica, l’attuale relativismo del professore. Dimenticandosi bellamente che circa l’insufficienza della lingua come strumento di gestione del mondo s’era già pronunciato a chiare lettere Aristotele, e che quello che rende accettabile o inaccettabile un’affermazione è l’intenzione di aderenza ad essa realtà: sono problematiche affrontate e, nei limiti, risolte decine di secoli prima del nominalismo medievale. Ma sentiamo come quest’insigne asino prosegue con la sua patafiacca:

Eco spinge il suo relativismo al punto di considerare correlativi vero e falso, non solo sul piano filosofico e morale, come voleva Spinoza, ma anche su quello fattuale. Ma se il falso storico è indistinguibile dal vero, solo la parola del falsario e dei suoi complici potrà attestare la non veridicità del falso. Con ciò Eco restituisce dignità storica ai “Protocolli dei Savi di Sion”, perché se tutto può essere falsificato e nulla esiste di certamente vero, la verità non è altro che la maschera soggettiva dell’interesse. E’ vero ciò a cui il documento attribuisce verità. Se, come scrive Eco, “non c’è che parlare di qualcosa per farla esistere” (p. 385), c’è da chiedersi se definire falso un documento è sufficiente a metterne in dubbio l’esistenza e, di conseguenza, se il suo libro contribuirà a diminuire il numero dei lettori dei “Protocolli dei Savi di Sion” o non contribuirà piuttosto ad aumentarli, stimolandone la morbosa curiosità.

Circa la prima frase, è dal punto di vista e critico e filosofico un doppio peccato mortale. In primis, s’insiste sulla falsa questione della verità fattuale e della verità filosofica, laddove vero e falso, abbiamo già stabilito, possono riferirsi solo ai predicati sulla realtà, e non alla realtà stessa, che in quanto oggetto della predicazione non può essere falsificata se non sofisticamente, cioè con artata confusione tra piani di realtà diversi. Diciamo innanzitutto che Eco non spinge affatto il suo presunto relativismo al punto di considerare (?) correlativi (?) il vero e il falso: di tutto questo nel romanzo non c’è traccia. De Mattei s’è figurato un Eco demoniaco giuocatore delle tre carte, spargitore di dubbj contro la sana dottrina & puttanate varie: è un problema di De Mattei se è talmente disorientato da non riuscire a pronunciarsi sulla realtà che lo circonda senza ricorrere alle mummificate retoriche della sofistica cattolica: Eco è un relativista, ma non certo nel senso che intende De Mattei. “Ma se il falso storico è indistinguibile dal vero, solo la parola del falsario e dei suoi complici potrà attestare la non veridicità del falso”: questo è perfettamente falso. Non solo è falso storicamente, perché la falsità dei Protocolli, se si eccettua una tardissima testimonianza di un membro dell’Okhrana, è stata dimostrata attraverso la collazione di testi e non tramite la confessione di chicchessia, ma è falso perché è fatto discendere da un falso presupposto. Dove minchia ha detto, o lasciato intendere, Eco che il falso storico è indistinguibile dal vero? Proprio partendo dalla ricostruzione della fabbricazione dei falsi Protocolli, anzi, ha implicitato il contrario: e cioè che il falso e il vero documento si possono distinguere tra loro – in un caso come questo, ovviamente; in altri casi, a seconda, potrà essere più facile, o più difficile, o impossibile. Nessuno ha avvertito De Mattei che la ricerca della verità è complessa, difficile, e non sempre possibile? Ma non solo la confutazione al delirio del De Mattei è implicita nella vicenda storica, ma è incorporata anche nel romanzo: per un curioso paradosso, infatti, il plagio di Goedsche ai danni di Simonini è conosciuto prima del testo vergato dal Simonini stesso, per cui Simonini è accusato di plagio da Dalla Piccola. In realtà è stato Goedsche a plagiare lui, ma la compagnia di Gesù non lo sa; sa però, ed è incontrovertibile, che ci sono stati plagj incrociati, e che dunque il documento è una stronzata. Lo sanno loro, e lo sa ovviamente il committente di Simonini – come nella realtà storica lo seppero quelli che lo edificarono. Dato che il documento è stato patentemente costruito con pezzi derivanti da altri documenti, che sia falso è stato dimostrato, e rimane dimostrabile, attraverso prove e riscontri testuali, non attraverso una confessione diretta, che non c’è stata – né poteva esserci. Il fatto che nel romanzo sia Simonini stesso a parlare non implica affatto che della sua confessione si senta particolarmente la mancanza. Anche perché essa potrebbe essere falsa a sua volta, certo. E scritta da un manipolo di personaggj interessati a seminare confusione, e a creare dubbj, certo. Questo è nei fatti: lo verifichiamo tutte le volte che ricorriamo alle parole. La fede che prestiamo rinnova un patto continuo con l’interlocutore, ma altro è la fiducia e altro è la verifica: la prima è sempre possibile, la seconda no. Ma questo, appunto, è nei fatti, non nelle intenzioni, e men che meno nelle intenzioni di Eco. Ma De Mattei ha altre frecce spuntate al suo arco: “Con ciò Eco restituisce dignità storica ai “Protocolli dei Savi di Sion”, perché se tutto può essere falsificato e nulla esiste di certamente vero, la verità non è altro che la maschera soggettiva dell’interesse”. Così parlò Zarathustra. Che cosa s’intende con “restituire dignità storica ai “Protocolli” “? I Protocolli hanno dignità storica inquantoché sono un documento storico, di per sé; il quale, solo in seconda battuta come successione logica, dovrà essere definito come un documento creato con una falsa paternità. A seconda del lettore, della sua intenzione, se ne potranno trarre diversificati significati, compresi quelli che gli autori non pensavano d’implicitare nel loro libello: questo accade con qualunque scrittura. Esiste un’intenzionalità dell’estensore ed esiste un’intenzionalità del lettore. Non è nulla di trascendentale, mi sembra: né mi sembra che un documento storico sia logicamente passibile di essere ‘dignificato’ o ‘degradato’ in qualchessia modo. E’ un documento storico, che si presta ad interpretazioni. Embè?

Ma non si permetta, il De Mattei, di sostenere che la “verità” è la “maschera soggettiva dell’interesse”! Questo non è stato detto da Eco, e non potrebbe essere mai detto da nessuno che abbia un capo sulle spalle. Gli strumenti interpretatìvi che l’esegeta, come semplice lettore o come critico agguerrito (ciò che il De Mattei non è e non sarà mai, finché campa), mette alla prova sul testo non sono affatto, in automatico, soggettivi: ve ne sono anche di molto scientifici. Un’analisi linguistica, per esempio, o una collazione di testi non sono nulla che si possa fare con qualche “interesse”. Laddove all’interesse del De Mattei può essere sostituita la proairesis di Aristotele, che non si scompagna mai, certamente, da qualunque atto comunicativo e recettivo: chi scrive vuole, quantomeno, essere letto – poi potrà voler consegnare la propria memoria al prossimo, potrà voler convincere, potrà voler confutare, potrà voler influenzare l’opinione altrui, &c. Così il lettore dev’essere a sua volta armato, per così dire, di una sua intenzione: quantomeno quella di conoscere, e poi quella di istruirsi, di correggere o complementare la propria visione dei fatti descritti, di dilettarsi, &c. La verità non è maschera di un bel nulla: non può essere maschera di nulla. La verità è verità, esclusivamente, di un predicato; ed è tale in conseguenza di una verifica oggettiva. Laddove essa non può essere compiuta, non si può dire né che il predicato è vero né che il predicato è falso. Ma il dato morale, che il De Mattei cita di sfuggita tirando in ballo il povero Spinoza, non è nel fatto; precede e segue il fatto. Il fatto, in questo caso, è il documento: nell’intenzione dei creatori di esso documento, e nell’intenzione dei fruitori di esso documento è il dato morale. Non nel documento, dove non può essere. Facendo, poi, un passo indietro, è degna solo di una latrina l’affermazione, falsissima, che nulla può essere detto vero e nulla può essere detto falso. Eco è un illuminista che esercita il dubbio, non l’avvocato del diavolo; ed è uomo di forti convinzioni e di intenzioni, direi, piuttosto limpide. Quest’immagine da oratorio di un Eco demoniacamente volto alla distruzione delle belle e sante cose che la chiesa insegna, oh quanto ha stufato! Oh quanto è falsa! Qui siamo di fronte, di nuovo, ad una testa di belino che ha maturato gnagnagnant’anni fa la falsa convinzione che Eco sia una specie di Fontenelle de noantri, ha appiccicato in testa alla sua recensione, falsa anch’essa, la stronzata del dubbio radicale, e ha creduto d’aver buon gioco nel dire che se Eco dice che tutto è falso, allora dev’essere falsa anche la falsificazione del (forse vero, quindi?) documento! Ma che bel furbo! Ma che bel filosofo cattolico! Ma che bel critico di sagrestia! Ed è solo per questo che questo – come dire? questo infame, ecco che cos’è, non trova di meglio che arrivare a questa bella conclusione: “E’ vero ciò a cui il documento attribuisce verità”. Occorre ripetere che Eco non solo non ha sostenuto proprio niente del genere, ma nemmeno l’ha reso intuibile, o possibile per coerenza filosofica? “Se, come scrive Eco, “non c’è che parlare di qualcosa per farla esistere” (p. 385), c’è da chiedersi se definire falso un documento è sufficiente a metterne in dubbio l’esistenza e, di conseguenza, se il suo libro contribuirà a diminuire il numero dei lettori dei “Protocolli dei Savi di Sion” o non contribuirà piuttosto ad aumentarli, stimolandone la morbosa curiosità”. E tu, oh deficientone a mamma tua, non hai trovato di meglio che attribuire ad Eco l’affermazione di un falsario antisemita (ah, già! E’ vero, è vero: “il Simonini ci appare” [dev’essere un plurale majestatico] “come una sorta di controfigura dello stesso Eco”) per mettere in discussione la chiarezza d’intenti dell’autore? E devi per forza ricorrere a tutti questi delirj per inferire il dubbio che definire falso un documento non sia sufficiente – e non è, ovvio! – a stabilirne incontrovertibilmente la falsità, quando chiunque sa che è così? E dobbiamo per forza sorbirci questa diarrea paraspeculativa, che tutto riguarda fuorché quello che deve essere detto di un libro che è un romanzo, NON un trattato storico-filosofico, senza batter ciglio? E dovremmo essere indotti a ritenere Eco uno sprovveduto, filosoficamente parlando, grazie a questi cavilli della ceppa, che quanto più sembrano degni del repellente Simonini e delle sue pratiche da falsario tanto più sono inservibili a mettere in discussione l’autore? Quanto poi alla curiosità di chi volesse leggersi i Protocolli – è questa la “dignità” storica che il De Mattei teme? – , chi gli ha detto che debba per forza essere morbosa? E’ un libellaccio, polveroso e poco divertente, che pure può essere sfogliato, sì, per curiosità e stop, prestandosi, come qualunque documento, a letture storiche, letterarie, antropologiche, politiche, & quant’altro.

Ma se tutto questo accumulare cavilli doveva portare ad accusare Eco di aver ridato notorietà ad un testo deteriore, allora proprio non ci siamo. Abbiamo già stabilito, ritengo correttamente, che il dato morale non è nel fatto – non è nel documento: dunque non esistono letture perniciose o letture benefiche; esistono scrittori e lettori benintenzionati e scrittori e lettori men bene intenzionati. Se il libello contenesse in sé un oggettivo potere inquinante, sarebbe stato letto da tutti allo stesso modo: invece sappiamo che c’è la posizione di un palestinese ignorante dei dì d’oggi, quella di Julius Evola, quella di Sergio Romano, quella di Umberto Eco. Il bene e il male non sono nel libro, per quanto cattiva sia stata l’intenzione che l’ha informato di sé: ma sono nel lettore come sono stati nell’estensore. Circa il leggerlo, io credo sia assolutamente positivo, dal momento che molta propaganda antisemita di oggi si basa ancòra su quelle annose vertebre: si vorrà pur sapere donde scaturiscono certe argomentazioni, o no? Allo stesso modo sono sicurissimo che altamente giovevole sia la lettura del Mein Kampf, del Mein Leben, degli Evangeli, delle Illuminations e di altri testi sicuramente compilati da personalità orrende, ma che hanno espresso concetti cari a milioni e milioni di persone. Anzi: avercene di libri così, che ci spiegano tanto bene che cosa passa per le teste di tanti nostri simili deviati. Se non altro possiamo farci un’idea di che morte morremo.

Ma il De Mattei non vuole essere né rigoroso né sapido né acuto né preciso né intelligente, e nemmeno particolarmente onesto nel dar conto del romanzo. Non lo ha propriamente letto: lo ha spulciato, in cerca di frasi brutte & cattive, che naturalmente sono lo specchio della vera volontà di Eco. Queste le più rilevanti tra le pietose parole con cui conclude questa oscenità, indegna dell’uomo e in teoria dei tempi, che voglio ancòra illudermi siano di civiltà, in cui viviamo:

“Il Cimitero di Praga” è l’apologia implicita di quel cinismo morale che segue necessariamente all’assenza di vero e o di bene. Nelle oltre cinquecento pagine del libro non c’è un solo impeto ideale, né figura che si muova spinta da amore o idealismo.

Con questo torniamo alle critiche 1880 degl’idealisti contro i veristi, circa il potenziale corruttore delle poesie di Lorenzo Stecchetti ed Argia Sbolenfi. Naturalmente, poi, i famosi criminali e i mafiusi dell’epoca erano nutriti d’Evangelo e di testi edificanti, ma Guerrini, a differenza del livido Galileo, era il solo preso di mira. Le due frasi di merda qui sopra devono essere prese solo per quello che sono: merda, spasa da un povero analfabeta.

“L’odio è la vera passione primordiale. E’ l’amore che è una situazione anomala” (p. 400) fa dire Eco a Rachkovskij. “Odi ergo sum” (p. 23) ripete Simonini, a cui Rachkovskij insegna cinicamente che “mentre si lavora per il padrone di oggi bisogna prepararsi a servire il padrone di domani” (p. 499). E tuttavia, malgrado le figure spregevoli e i fatti criminosi di cui il libro è infarcito, manca nelle sue pagine quella nota tragica che sola può far grande un’opera letteraria.

Ma da dove l’hanno pescato, questo? Di che rampìno si son dovuti servire, per tirarlo sù dalla fossa settica dov’era rintanato? Chi è ‘sto deficiente? Da quando in qua si prendono le parole dei personaggj per attribuirle all’autore? Com’è consentito a questo cane di defecare immondezza del genere in pubblico, ed essere pure pagato? Finché siamo in una comunità anche questi sono problemi di tutti, anche il concetto di privato non può essere esteso all’infinito. E come spiegarsi una frase come quella che vuole che “tuttavia” (?), NONOSTANTE le figure spregevoli, manca nelle pagine &c. quella nota tragica che sola può far grande un’opera letteraria: sono all’incirca centocinquant’anni che si parla di impossibilità della tragedia, si può sapere dov’era costui nel frattempo? E cosa sono questi settembrinismi, o carduccismi roncigliati col cariello – “che sola può far grande un’opera letteraria“?! Ma chi è questo? Ma chi è?

Il tono è piuttosto quello sarcastico di una commedia in cui l’autore si fa beffe di tutto e di tutti, perché l’unica cosa in cui veramente crede sono i filets de barbue sauce hollandaise che si mangiano da Laperouse al quais des Grands-Augustin, le écrevisses bordelaises o le mousses de Volailles del Café Anglais di rue Gramont, i filets de poularde piqués aux truffes del Rocher du Cancale in rue Montorgueil. Il cibo è l’unica cosa che esce trionfante dal romanzo, continuamente celebrato dal protagonista, che confessa: “La cucina mi ha sempre soddisfatto più del sesso. Forse un’impronta che mi hanno lasciato i preti” (p. 24). Eco è tecnicamente un grande giocoliere, perché si prende gioco di tutti: dei suoi lettori, dei suoi critici e soprattutto dei cattolici che lo invitano nei loro convegni alla stregua di un oracolo, dimenticando che al “quid est veritas” di Pilato, Gesù Cristo risponde con le parole “Ego sum via et veritas et vita” (Gv, 14, 6), affermazione esclusiva e sfolgorante pervicacemente negata da tutti i relativisti, da duemila anni a questa parte. “Il Cimitero di Praga” costituisce una conferma, a contrario, dell’esistenza di questa verità, senza la quale tutto è privo di senso e di significato e si spalanca per l’uomo l’abisso dell’orrido, senza possibilità di riscatto.

Sì, è la tenebra senza fine dell’ignoranza, dell’idiozia: è la torva demenza dei predicatori da trivio, che quella palla di sugna {e d’altro che non riferisco} di Ferrara coopta per imbrattare la cartaccia che ancòra gli consentono di firmare.

Sì, De Mattei, è vero: dato come sei messo, chiunque sia stato a ridurti a questo dio, in fondo ci hai preso. E’ tutta una presa per il culo. Eco non può non essere un rimprovero vivente alla tua pochezza – alla tua e a quella di tutti quei poveri disgraziati che ti somigliano -, ogni sua parola non può non implicitare uno sfottò alla tua viltà costituzionale, un manichetto di scherno alla tua bassezza deprimente, un medio alzato alla tua viscida malafede e alla tua retorica da sacrista straccione.

E lasciamo, lasciamo che questa larva se ne vada col suo dio:  dato che peggio che con quella compagnia (assai discutibile) non potrebbe stare, giusta la precedente dimostrazione, consideriamolo sufficientemente punito, con ciò, delle molte cacate che ha voluto infliggerci; & – come disse un Grande – riguardiamo all’Arte.

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Una Risposta to “667. Così parlò un imbecille (di nuovo sul “Cimitero di Praga”).”

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  1. 812. Eco. | anfiosso - 23 febbraio 2016

    […] della condanna del suo relativismo – ha costituito una sorta di sottogenere critico particolarmente fognato e depressivo. Stranamente, gente che avrebbe preferito in altri casi starsene zitta o avrebbe curato […]

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