666. Eco, “Il cimitero di Praga” (2010).

11 Nov

Umberto Eco (1932), Il cimitero di Praga, Bompiani, Milano ott. 2010. Pp. 523 + ìndice.

E’ il sesto romanzo di Eco, dopo Il nome della rosa (1980), Il pendolo di Foucault (1988), L’isola del giorno prima (1994), Baudolino (2000) e La misteriosa fiamma della regina Loana (2004). Da notare, innanzitutto, la leggera accelerazione che c’è stata nella produttività di romanzi da parte di Eco all’altezza di Baudolino / La misteriosa fiamma: solo 4 anni intercorrono tra l’uno e l’altro, 6 invece in tutti gli altri casi. Eco non è un romanziere corrivo: i suoi romanzi sono i più costruiti e meditati che si trovino nelle nostre lettere, da qualche tempo – in ogni tempo, nel suo genere (quello della “letteratura ingegneristica” secondo la definizione del Petronio, che dovrebbe corrispondere alla “littérature industrielle” di Sainte Beuve a suo tempo). Impossibile percorrere la parabola storico-critica di Eco, c’è troppa roba, e in fondo nessuno sarebbe interessato. C’è da dire che la scrittura romanzesca di Eco, questo sì, è estremamente lavorata, basata su bibliografie imponenti e un lungo rimuginio erudito. La ricerca di Eco, però, non va assolutamente in direzione della prosa – noi abbiamo avuto, è tradizione il dire, specialmente prosatori, narratori molto pochi. Eco, invece, il più ‘anglosassone’ dei nostri scrittori importanti, fa romanzi fatti di cose. A tutti, anche agli italiani, piacciono i romanzi fatti di cose: i romanzi devono contenere fatti e oggetti nominati chiaramente e fatti muovere con giudizio; ma il fatto che i lettori italiani abbiano gusti molto simili a quelli di tutti gli altri lettori di tutti gli altri popoli del mondo non implica affatto che gli scrittori italiani siano in grado di fornire qualcosa del genere. Risultato: gl’italiani, da almeno centocinquant’anni, leggono soprattutto traduzioni di opere straniere, e gli scrittori italiani scrivono, o scrivevano fino a poco tempo fa, grosso modo solo per sé stessi e tutt’al più la spettante fetta di ‘addetti’ (aspiranti scrittori, cioè, e professoresse delle medie), che sono i soli in grado di apprezzare il genere. C’è stata, veramente, una certa inversione di tendenza; nel senso che, effettivamente, da una ventina d’anni a questa parte si è alla perfine diffusa una certa consapevolezza professionale anche tra gli scrittori, che hanno cominciato ad accogliere con minor burbanza l’idea che scrivere per un pubblico non sia nulla di così sconveniente. Fermo restando che scrivere per un pubblico implica il raccontare una storia. Solo che nessuno ha preso spunto dall’esperienza che intanto questo professore aveva accumulato, e di cui andava consegnandoci i risultati a mano a mano che procedeva nel suo indefesso lavoro. C’è stata, quindi, una conversione parziale alla narrativa, che ha fatto uscire il racconto da quella specie di sezione differenziale della scrittura che è la letteratura di basso consumo; ma con quali risultati? Fermo restando che maggiormente rispettati rimangono prodotti a loro modo del tutto tipici come Baricco, Scarpa e qualcun altro, sospesi tra pseudoricerca pseudostilistica e pallido bozzettismo, la narrativa pura mi sembra attestata solamente, da una parte, dal romanzo generazionale e dalla scrittura autobiografista (Brizzi, Culicchia, Gastaldi), e, dall’altra, una specie di perenne ginnasio – storicamente questa tendenza è attestata da Benni, poi sono venuti i cannibali (Nove, Santacroce, Ammaniti). Degli ultimi anni è l’ingresso nella repubblica delle lettere degli sceneggiatori, innanzitutto Moccia, Venezia, &c., con esiti che però tendono al subletterario (e nel caso di Moccia non si limitano a tendere, ché sono persino immorali nella loro bruttura); e tuttavia la loro esperienza pregressa di raccontatori di storie – per il cinema, appunto – è importante. Ancòra in anni vicini un critico americano alla Mostra del cinema di Venezia strabiliava, perché le sceneggiature non reggono – gl’italiani sono incapaci di creare trame ad orologeria – , eppure i film “si fanno lo stesso”. Ciò non toglie che uno sceneggiatore, faute de mieux, abbia qualche scrupolo di coerenza in più rispetto allo scrittore puro, e questo si sente.

Se è vero che Eco è stato il primo scrittore italiano a dedicarsi alla vera e propria narrativa rifiutandosi di addivenire al mortale amplesso con la bassa letteratura – che ha studiato approfonditamente, e di cui s’è nutrito, ma con molti filtri – , la recente conversione di una fetta di scrittori italiani alla narrativa non è dipesa affatto dal suo esempio, ma dall’influenza di altre forme espressive e artistiche, e forse dal venir meno di una certa ferreità di formazione scolastica, che riusciva a modo suo a creare, fra troppi scrupoli micragnosi e molte storture e meschinità, almeno una certa deontologia stilistica, un senso forte dell’importanza della scrittura – che poi esauriva tutte le sue possibilità nell’esercizio grosso modo puntillista dello stile, dell’accozzo di sillabe, di piccole impressioni, ma era qualcosa, e non era qualcosa che in altre contrade si sapesse far meglio. Però, ecco, la letteratura in Italia, mai una volta in ottocento anni di storia (che sono pochi rispetto alla storia di altri paesi, di altre letterature), ha conosciuto, in alcun caso, la spontanea vitalità che ha conosciuto altrove; ed è questa impotenza, questa gracilità intrinseca, costituzionale, a spiegare molte cose. Calvino di fronte alla sua platea americana, suppongo sgomenta, disse che gli anglosassoni hanno una grande tradizione romanzesca, mentre noi, noi italiani, abbiamo una grande tradizione poetica. Ma se la nostra narrativa è povera, la nostra poesia è stecchita non meno: quantitativamente sembra molta roba, ma in effetti se togli di mezzo il petrarchismo e la diarrea arcadica rimangono appunto quelle cinque, dieci grandi personalità che sono come baobab piantati nel deserto. Gl’italiani hanno un pessimo rapporto con la parola scritta, non c’è nulla da fare: che poi una letteratura riesca ad esserci è un fatto, ma non si può scambiare l’industria dell’editoria, con le sue scadenze e la sua produttività a tappe ovviamente forzate con un’intima necessità, con lo slancio vitale. Anzi, vien da pensare che l’Italia abbia ancòra una letteratura solo perché esiste un’editoria, per alcuni datrice di lavoro, per altri una speranza, o un vano miraggio. C’è poi la rete, che come grande parcheggio di falliti assorbe le scarse energie dei più tepidi aspiranti, ma con quello che resta gli editori perlopiù stampano, eccettuate le traduzioni e la saggistica, stronzate che non servono a nessuno e che nessuno si compra. Ah, certo: la rete serve anche a promuovere certe disperate puttanate uscite ex typiis Mazzancolla Publishing, ed è vero che tra amici di faccimbocca e contatti di blog, magari, qualche cento copie si vendono. Ma gli acquirenti sono pur sempre di gente che scrive, o che scriverebbe, tutta coinvolta in un giro vagamente ricattatorio di piccole attenzioni reciproche molto interessate. Si può vivere anche in questo modo, come no: soprattutto se, com’è il caso di molti scrittori anche non sfigati, il vero mestiere, quello con cui si campa la vita, è un altro.

Visto nel panorama abbastanza desolato delle patrie lettere Eco mi sembra una rara avis; questo naturalmente basterebbe a fare, per lui, un discorso del tutto diverso da quello che si fa per qualunque altro scrittore. Sennonché Eco non si distingue per stile o impostazione particolarmente idiosincratica e personale, ma proprio per la professionalità di cui ha saputo dar prova: se si distingue dagli altri è solo perché ha saputo dotarsi di una serie di strumenti di cui qualunque altro scrittore italiano è disperatamente privo. In effetti, Eco è unico nel suo genere, ma non è affatto solo: il romanzo storico, per dire, ha avuto altri cultori – e tutti e sei i romanzi di Eco, anche il Pendolo e La misteriosa fiamma, sono a loro modo romanzi storici: eccettuando scrittori che si sono rifatti direttamente a modelli stranieri, come Buticchi oggi e Tacconi jeri, che tuttavia rimangono esclusi perché scrittori entrambi commerciali, vengono in mente i casi macroscopici di Valerio Evangelisti e Valerio Massimo Manfredi. Che sono casi interessanti, proprio perché sono ambo professori universitarj e, parallelamente, scrittori a tempo pieno o quasi; eppure anche la loro posizione è ambigua, proprio perché entrambi stanno in bilico, chi più chi meno, tra produzione letteraria in senso proprio e produzione commerciale. Né l’uno né l’altro hanno per la verità una personalità troppo spiccata: manca un retroterra filosofico che Eco invece ha, e solido se non articolato e originale; Evangelisti non ha il controllo, né lo vuole, sulla materia che Eco invece pretende di avere ad ogni passo; Manfredi punta al buon prodotto, all’alto artigianato. E, soprattutto, scrivono entrambi molto male. Quest’ultimo punto è forse il più interessante: sempre andando a rimestare nel fondo torbido delle memorie storicoletterarie del paese, viene in mente quello che ancòra Matilde Serao confessava ad un giornalista parlando della propria produzione, e di quella di Verga e di De Roberto: nessuno di noi, diceva in sintesi, è riuscito ad elaborare una lingua romanzesca; cioè – ci spieghiamo noi – a centrare quella sorta di, come dire?, canone espositivo, fatto certamente anche di regolette trasmissibili, ma soprattutto di deontologia, di approccio, di costruzione mentale, che consenta di risolvere definitivamente il problema meramente esecutivo, pratico, della stesura di un romanzo, per passare auspicabilmente ai livelli successìvi. Per trovare in effetti scrittori che si fanno lèggere da cima a fondo senza richiedere ogni tot righe di tornare indietro a rileggere bisogna come al solito ricorrere a certi brontosauri dell’industria romanzesca italiana: Mastriani, Salgàri, la Invernizio, nonostante siano a tratti di una macchinosità insopportabile, avendo concezioni decisamente meno elevate rispetto ai colleghi più dotati, avevano anche meno problemi espositivi, e tutto quello che scrivevano era tutto prodotto di scioltezza muscolare: la prassi ossessiva, cioè la praticaccia, faceva le veci della techne. Non così per tutti gli altri: appena si sale di livello immediatamente la leggibilità è messa in discussione. Dietro – anche – il prezioso tessuto corale della pagina romanzesca verghiana, dunque, c’è una deficienza, un’impotenza; ed è la stessa che, ancòra al di qua da soluzioni ed esperimenti ingegnosi, si verifica in romanzi non più leggibili dei Malavoglia come Tigre reale o simili esperimenti da anni di galera. Ora, Eco è stato rimproverato spesso di scrivere male. La sensibilità tisica di taluni critici morbosi amanti del particolare ha portato a rilevare con molto fastidio sequenze cacofoniche, accozzi sgraziati di sillabe, scelta non accurata di preposizioni, tournures goffe (nel Nome della rosa c’era un riferimento, famigerato, a “uomini dello stesso sesso”), bassezza di eloquio. Eco, si dice, non ha proprio stile. Eppure uno stile, da qualche parte, dev’esserci per forza, perché i romanzi, se non si scrivono da sé, devono leggersi con facilità; e i suoi sono leggibili da capo a fondo. Non è filosofia artigiana: a suo tempo, Malherbe disse lo stesso persino dei versi, figuriamoci se questo non debba valere per la prosa. Per un paradosso che ha dell’incredibile, persino due figure oltranzistiche come gli sperimentatori Gadda e Pizzuto possono essere letti con comparativa scorrevolezza: la difficoltà eventuali del Pasticciaccio, o delle Paginette non risiedono nella, per così definirla, “mano”, ma nel tipo d’informazione; sicché, se pure c’è difficoltà, l’atto della lettura non è stressante come quello di un cattivo noir italiano di questi anni. Gli scrittori italiani in media sono come quei cantanti d’opera alla cui intelligenza è sfuggito il meccanismo del passaggio di registro: alcuni riescono ad ovviare con espedienti al difetto di fonazione, altri invece, benché abbiano orecchio, sensibilità, cultura ed espressività, devono purtroppo veicolare tutto questo con un’emissione dura e forzata: e sia gli uni che gli altri costringono ad ascolti almeno in parte cattivi.

Bene, Umberto Eco, che grazie alla folgorante carriera accademica ha avuto, come càpita a molti, ovviamente, l’opportunità di essere baciato dalle brezze di altri continenti, sembra non essersi limitato ai contatti di lavoro, ma ha come dire assorbito via via atteggiamenti mentali, stili non solo letterarj – facendosi un’idea molto chiara, per esempio, dell’impostazione pragmatica delle scuole d’oltreoceano, del diverso e migliore atteggiamento con cui ci si accosta ad un libro da fare. Ce lo si può figurare come un Cavour delle lettere, che invece di girare l’Europa in cerca di ritrovati per l’intensivizzazione delle colture ha girato, specialmente intellettualmente, le letterature e gli atenei d’altri paesi, in specie di lingua inglese (senza nulla togliere al suo rapporto ombelicale con Parigi), con lo scopo di assorbire qualcosa che a queste latitudini non si trovava. Tutto questo si è innestato su un atteggiamento culturale che già lo rendeva piuttosto unico in partenza: col Nome della rosa, che rimane oltre ogni possibilità di dubbio il suo capolavoro, se ha segnato un’epoca, è stato proprio per la sua capacità di trarre concretissimo partito dagli studj a cui s’era dedicato: laddove chiunque altro, avvicinandosi alla qualità e al tipo del luminare, trasudano tedio di Academo e inciampano in infinità di scrupoli, perdendo fatalmente di vista il complesso a vantaggio del particolare, pèrdono quella verginità di sguardo sulla cosa, e dunque la passione, Eco, al contrario, trova tutti quegli stimoli che, agendo immediatamente chessò su materiale autobiografico, o su un nudo avvenimento, con ogni probabilità non troverebbe; un atteggiamento da enciclopedista medievale, appunto, o secentesco: ed è appunto al medioevo e al barocco che ha dedicato i suoi due romanzi più originali. Volendo tentare un’analisi un tantino razzista, si potrebbe addirittura inferire che uno scrittore simile non potesse non essere piemontese: perché la stessa mancanza di profondità storica crea le precondizioni per una limpidezza di sguardo che un coinvolgimento profondo in una condizione secolarmente stratificata rende di norma impossibile. L’enciclopedista percorre lo scibile servendosi sempre dello stesso mezzo e della stessa bussola, senza farsi frenare dalla diversità di piani storici, logici, disciplinari; laddove il divario renda impossibile la navigazione come un insuperabile banco di scoglj, o una sirte, il navigante muta rotta, e si tiene lontano, e un’altra volta si studierà di non dover fare deviazioni. Esattamente come Cavour, appunto, che permise che il parlamento rappresentasse tutte le posizioni, salvo quelle estreme: è l’Urteil di chi è venuto a fare ordine, di chi non ha tempo né voglia né orecchie per voci discordanti. Ne consegue, ma è perfettamente ovvio, che ci sono corde che Eco non è mai stato in grado di toccare; di qui, anche, la facilità eccessiva persin di parlarne, di trovargli difetti, di porne in canzonella la sbrigativa tournure di certe frasi, l’efficientismo di certi atteggiamenti (quanta sufficienza da parte di Piergiorgio Bellocchio in uno dei primi numeri del “Diario”, a proposito di quel ricorrente “bisogna avere la forza di”! [In compenso il numero era concluso da un ricordo, molto fricchettone, di John Brown, uno che aveva, sì, avuto la forza di]). In compenso, però, Eco, ed è una cosa su cui non si è mai insistito a sufficienza, sa toccare altre corde, che altri o non tocca, o non sa toccare altrettanto bene. Per il fatto suaccennato che, anche se siamo italiani, leggiamo volentieri libri fatti secondo questi e non quei criterj, la posizione di Eco nelle patrie lettere può essere effettivamente particolarissima, ma non è affatto quella di un estraneo; né la nascita e la fioritura di un Eco tra noi è senza suoi sodi e validi perché.

Naturalmente ogni romanzo uscito ha scatenato vespaj interminabili; essenzialmente le critiche hanno puntato in due direzioni. In primis, Eco ha fatto dei suoi romanzi altrettante feste dell’intelligenza; ecco dunque storici rinfacciargli facilonerie nel rimescolare le carte e linguisti rilevare l’implausibilità storica dello stile, e ci sono stati persino informatici che hanno tentato di dimostrare che di computer non capiva nulla (il computer aveva un suo ruolo nel Pendolo di Foucault). Secundum, Eco ha sempre implicitato non proprio una tesi, ma sicuramente una sorta di ideologia bonariamente e acutamente illuminista nei suoi romanzi: il fine demistificatorio, che ha una lunga storia nel romanzo europeo da Scott in poi, vi ha un peso prevalente; ed ecco allora altri critici, più sottili e forse più coraggiosi, tentar di dimostrare che l’involontario non può aggirarsi così di leggieri, e che mentre Eco cerca di andare in una direzione ne prende, non volendo, altre. Dato che questo romanzo ha caratteristiche sufficientemente simili ai precedenti da attirare simili critiche, e dato che anche la critica tende a ripetersi volentieri, è abbastanza ovvio che anche questa presente fatìca, che non è all’altezza degli Eco migliori ma che val pur sempre la pena di lèggere [ciò che coi tempi che corrono è più che una garanzia], abbia sollevato critiche simili a quelle che hanno accolto i romanzi precedenti. Dato che vi si tratta della grottesca storia dei Protocolli dei savj di Sion, il famoso falso ottocentesco, e di antisemitismo, era del tutto logico che Eco non facesse fare una bella figura alla chiesa; è dunque altrettanto scontato che la chiesa se la sia presa con lui. Il sito (bruttissimo) dell'”Osservatore romano” non consente di fare ricerche d’archivio più di quanto consenta una pietra tombale, a cui peraltro somiglia, ma qui si trova qualche stralcio significativo dell’articolo che Lucetta Scaraffia ha voluto dedicare al romanzo. Fa sostanzialmente due osservazioni, una giusta e l’altra inaccettabile. Quella giusta è relativa al protagonista, Simone Simonini, che, in specie considerando che è di Torino, è responsabile di troppe cose, e troppo importanti, avvenute nel corso di una quarantina d’anni nel corso dell’Ottocento: laddove Eco ha preso tanti misteri della storia di due secoli fa – la morte d’Ippolito Nievo, i Protocolli dei savj di Sion, gl’intreccj tra massoneria e satanismo, le guerre magiche fin de siècle che coinvolsero anche Stanislao di Guaita, e persino gli attentati anarchici ai lavori di scavo per la metropolitana di Parigi – e vi ha posto al centro un personaggio, appunto questo Simonini, che è quanto di più piemontese, meschino, ottuso e deprimente si possa immaginare; lo ha reso vittima di un caso di sdoppiamento isterico della personalità e lo ha “guarito” tramite inconscio suggerimento di un dottor Froïde, forse ebreo ma non si direbbe perché è simpatico, facendogli raccontare questa storia, che fin oltre la metà è a due voci. La Scaraffia ha perfettamente ragione a lamentare che il protagonista è troppo scassato per poter essere al centro di tante vicende; e se pure, come credo possibile, Eco ha voluto dimostrare con questo che il boja è sempre un imbecille, rimane da chiedersi come mai debba essere necessariamente piemontese, dato che l’unica impresa veramente storica (si fa per dire) dei piemontesi è stata quella di rabberciare i pezzetti di un paese ormai rantolante. Per quanto riguarda la morte di Nievo, ci sta pure, ovvio, ma che cosa c’entrano i garibaldini coi Protocolli? La trama, ribadisco che non è degli Eco migliori, rimane in qualche modo inconditamente spaccata in due tronconi che non si commettono facilmente col rendere lo stesso personaggio protagonista e dell’una parte e dell’altra. Inoltre il personaggio del Simonini è talmente amorfo – nonostante i suoi ridicoli odj – che non riesce nemmeno antipatico, fa solo un po’ schifo, ed è di per sé talmente impresentabile che, veramente, sarebbe stato meglio inventarsi altro. Su questo la Scaraffia, che naturalmente non si dilunga, almeno in questo stralcio, così tanto e non dà queste esatte motivazioni, ha in genere ragione. Quello su cui ha torto marcio è che si tratti di un romanzo

Noioso, farraginoso, di difficilissima lettura. Perfino per una persona come me, che forse capisce i suoi riferimenti storici.

Questa è una patente assurdità, in primis perché lo stile è semplice, perfettamente inciso, persin vivace, correttamente focalizzato (anzi: è un lungo, unico esercizio di focalizzazione, volendo, perché rende conto solo ed esclusivamente di un punto di vista, e la sintassi è per conseguenza scorrevolissima); per quello che contiene, poi, devo dire che 520 pagine di stampa comoda non sono affatto troppo; anzi, semmai nel passaggio da una sezione all’altra rimane qualche sutura, qualche falla. Impossibile ricordarsi proprio di tutto, quando si arriva in fondo: ma anche questo non è gran male, perché non è tutto memorabile. Piuttosto, non vorrei che le due tavole riassuntive di cui Eco ha guarnito la narrazione (“Il Narratore si rende conto che, nell’intreccio abbastanza caotico dei diari qui riprodotti (con tanti avanti-e-indietro, ovvero quelli che i cineasti chiamano flashback), il lettore potrebbe non riuscire a riferirsi allo svolgimento lineare dei fatti…”, pp. 515-16) fossero sonate alla Scaraffia e chi per essa come un’excusatio non petita, quando invece è molto più verosimilmente scrupolo eccessivo di chiarezza da parte di uno che scrive in tempi in cui tutto dev’essere fatto a misura di deficiente, con magari qualche vezzo didattico in sovrappiù. Il romanzo non è affatto di lettura difficile, non è troppo farraginoso perché a tratti è semmai troppo fulminante, e i riferimenti sono tutti – e questa è una vera novità, per Eco – o quasi tranquillamente rinvenibili in rete. La pagina di wikipedia sui Protocolli è assolutamente completa, vale quanto il libretto di Sergio Romano in merito, e chi – giustificatamente, direi – dimenticasse chi fossero Goedsche, Léo Taxil, Joly, Osman Bey e chi per essi, in rete trova tutto quello che gli occorre per rinfrescarsi la memoria. Dunque, salvo qualche preziosità come l’apparato iconografico, che Eco ha messo insieme basandosi su libri che fanno parte della sua biblioteca personale, o qualche riferimento meno limpido, ma sicuramente solo accessorio, la base ‘documentaria’ del romanzo non può essere gabellata per troppo peregrina o complicata, dato che tutto quello che può servire ad illuminare il testo è raggiungibile con un clic: posto che sia necessario, naturalmente, perché in effetti Eco non si limita ad alludere ai fatti storici, ma li ricostruisce, peraltro molto fedelmente. E’ vero, poi, che di quasi tutti i personaggj, che sono personaggj realmente esistiti (finti sono il Simonini, il notajo Rebaudengo presso cui fa praticantato come falsario, Ninuzzo e pochi altri), si riportano le esatte affermazioni, ma il riferimento bibliografico non serve, perché non solo le citazioni sono fedeli, ma anche il contesto in cui furono pronunciate è quello storico. In fondo è un romanzo che di romanzesco ha piuttosto poco, se non questo Simonini – che per la verità finisce col meritare la bolla di “poco romanzesco” per altri motivi -;  e il contrasto particolarmente assurdo, ma storicamente non eccepibile consentendolo le date, implicito nel far incontrare un intrigante codino piemontese classe 1830 con Freud (nel 1897); per quanto riguarda questo, Eco ha semplicemente immaginato che il libellista e pornografo ‘convertito’ Léo Taxil, che aveva pubblicato gli scritti esoterici di una certa Diana Vaughan per poi ammettere che se l’era praticamente inventata, conoscesse realmente una Diana Vaughan con pretese di pitonessa, e ha fatto di costei un caso d’isteria con sdoppiamento di personalità utile a Taxil e ad un gruppo d’esoterici come una sorta di sibilla; visto in parallelo con il caso freudiano, famoso, di Anna O., di sdoppiamento della personalità, il caso prefigura quello dello stesso Simonini, che ad un certo punto, dopo tante menzogne, a sua volta subisce uno sdoppiamento isterico della personalità. Il romanzo è a tre voci: quella di Simonini quando è in sé, quella d’un redattore che riassume, così dice, le parti più pasticciate, e quella dell’abate Dalla Piccola, cioè dello stesso Simonini durante le fasi in cui si crede Dalla Piccola. Quel gesuita Dalla Piccola che egli stesso ha ucciso perché non andasse a riferire alla Compagnia che i contesi e ‘segretissimi’ Protocolli erano in realtà, come sono, un pastone tra il Dialogo di Machiavelli e Montesquieu all’inferno e diversi luoghi di romanzi di Eugène Sue. Il Cimitero di Praga di cui nel titolo è l’unica invenzione sostanziale del Simonini: il quale un giorno vede un’illustrazione, molto romantica, in cui si scorgono le sepolture degli Ebrei a Praga, dove a causa della tirannia dello spazio le tombe, dopo aver riempito tutto il perimetro, si son dovute da un certo momento in poi in parte sovrapporre. Gli sembra una cornice suggestiva, e fa parlare i suoi orribili rabbini in mezzo a quelle lapidi storte e screpolate, tra le tenebre notturne: un’immagine appunto da romanzo, come romanzo è quel brutto e malfatto plagio, la cui falsità ha persuaso ormai tutto il mondo (salvo gli Arabi e altri popoli islamici, che ancòra se ne servono per tenere desto l’odio popolare nei confronti degli Ebrei).

Se, dunque, la stroncatura della Scaraffia è dovuta a motivi confessionali – e poco importa che la critica sia in chiave estetica, mica poteva dire che il romanzo le ha fatto schifo perché la compagnia di gesù ci fa la figura che deve farci – , quella che non ci si spiega tanto è quella del rabbino capo di Roma, Di Segni.

Penso che il messaggio di Eco sia ambiguo. […] Il lettore cosa ne capisce? E’ vero o non è vero ciò che si racconta? E questo è un esempio che vale per tutti i complotti raccontati: quelli dei massoni e quelli dei gesuiti. E anche per gli ebrei. Alla fine il lettore si chiede: ma questi ebrei vogliono o non vogliono scardinare la società e governare il mondo?

Ecco, la Scaraffia è solo una baciapile che fa il suo dovere, essendo sul libro paga del Vaticano. Ma Di Segni? Dario Ferri, il recensore, a cui rubo queste citazioni, ricorda che l’antisemitismo ha una sola matrice, la chiesa cattolica; facendo intendere come non sia possibile che il lettore in buona fede possa mettere sullo stesso piano le mene di gesuiti e massoni e quelle degli Ebrei. I gesuiti e i massoni, innanzitutto, hanno provveduto a fornire da sé la propria letteratura cospirazionale: per inferire che una sorta di complotto gesuitico ci fu basta lèggere le istituzioni di Ignazio di Loyola; per quanto riguarda i massoni, poi, la congiura è implicita nella loro stessa esistenza, oltre che nell’abbondante letteratura lasciata dalle varie logge, la quale è autentica. Il fatto che si sia dovuto inventare di pianta un documento che attribuisse agli Ebrei simili invenzioni non dirà proprio nulla al lettore ingenuo? Inoltre è conclamato che la massoneria abbia influenzato, giusta i suoi statuti, la vita degli Stati; la P2 e la P3 sono realtà concrete e vistose, più di quanto gli accoliti avrebbero desiderato, della nostra storia recente. I gesuiti interferirono pesantemente con i governi, tanto che la compagnia fu smantellata nel 1773 (per essere ricostituita nel 1814, con la Restaurazione); i primi a disfarsi dei gesuiti furono governanti  illuministi, a partire da Pombal nel 1758, e un gran ministro illuminista fu il Tanucci che li fece espellere dal Regno. Se si fosse trattato di una forma di popular delusion istigata a scopo di distrazione, se la compagnia fosse stata il capro espiatorio della situazione, ci sarebbero stati eccidj, massacri, distruzione: la cancellazione della compagnia, invece, che conseguiva ad una necessità vitale degli stati, non si accompagnò a nessuna atrocità. Invece, per quanto riguarda gli Ebrei e la loro volontà di dominio sul mondo, la confutazione è sia di natura documentaria (finché quasi nessuno sapeva leggervi, fu il Talmud il grande accusato, ma il Talmud non contiene nulla che possa anche lontanamente prestarsi ad interpretazioni di questo tipo), sia fattuale: gli Ebrei non hanno mai conquistato assolutamente nulla. Con la relativamente recente sovranità popolare, ritrovata con la nascita dello Stato d’Israele, la tesi della conquista del mondo è stata rinfrescata col ricorso alla favola dell’espansionismo d’Israele. Il quale consiste in qualche ritocco dei confini a fini di sicurezza, che ha condotto quest’unica oasi di civiltà in un inferno di subumanità violenta a raggiungere le dimensioni, all’incirca, del Piemonte. Bell’espansionismo. Bella conquista del mondo.

Quanto ai dubbj del rabbino capo di Roma, che non ha svolto una degna funzione, in questo caso, e vorrei sapere perché – anche se sospetto di saperlo, in questo come in tanti altri casi – , essi non finiscono qui: è arrivato a dire che il romanzo rischia di veicolare idee antiebraiche perché il protagonista è “simpatico” – una cosa che nemmeno la Scaraffia è riuscita a dire. Ma Simonini non è simpatico: è un mentitore abituale, che tradisce la fiducia del notajo – a sua volta un poco di buono – facendolo incriminare per rilevare il suo studio; un falsario che si presta a imitare l’altrui grafia, a creare pezze d’appoggio false per veri e proprj furti; un assassino politico che incarica un mezzo deficiente, traumatizzato dai massacri di Bronte, per far saltare in aria la nave su cui viaggia il Nievo, che s’era fatto persino amico; un mezzo impotente sessuofobo, tendenzialmente pedofilo bisessuale, che sfoga la sua sensualità repressa con la tavola. Eco non ne fa un mostro da melodramma: lo ritrae al naturale, dà voce a lui e ai suoi pregiudizj in maniera non filtrata. E’ una voce, la sua, flebile, da eunuco, da vigliacco, da gianduja, da monsù travet dello spionaggio. Non ha assolutamente nulla di attraente. E’ ributtante senza essere allarmante, o spettacolarmente malvagio. E’ evidente che Eco – grande esegeta di Ian Fleming – attribuisce queste caratteristiche ai veri 007, e non quelle atletiche/eroiche della romanzeria di spionaggio. Il dubbio non si esercita, dunque, sulla figura di Simonini: Di Segni, che forse manco ha letto il libro, o se l’ha letto l’ha letto male, non ha afferrato che l’ambiguità, nel romanzo, è data da tutt’altro, ossia dalla fondamentale ambivalenza degli archetipi attraverso cui, indifferentemente, letteratura, politica, religione, rendono possibile la persuasione; dall’Ottocento ad oggi, sembra far intendere Eco, non è cambiato assolutamente nulla. Quello che colpisce, insomma, non è poi il messaggio, quanto l’archetipo stesso: ciò che rende ogni manovra di persuasione attuata con questi mezzi identica ad ogni altro tentativo, da un certo punto di vista. A sostegno di questa tesi ci sono, oltre a circostanze della trama, le illustrazioni, che svolgono una funzione importantissima nel testo. Come detto, sono tutte tratte da pubblicazioni soprattutto feuilletonistiche ottocentesche in poter dell’Eco stesso; basta scorrerle per capire che cosa stiano a significare. A p. 13 si vede un vecchio vestito alla moda degli anni ’20-’30 dell’Ottocento, una gran testa calva, un volto brutto e pendente all’ingiù, con occhj piccoli e maligni, dominato da un grosso naso adunco che penzola su una bocca dalle labbra gonfie piegate ad uno stolto sorriso (didascalia: “… Io, gli ebrei, me li sono sognati ogni notte, per anni e anni…”). P. 72: un ebreo scarmigliato, orripilante, avvolto in un grosso gabbano, di profilo, voltato verso destra rispetto il riguardante, gli occhj completamente infossati, la bocca senza labbra, il naso sottile e protruso come una proboscide, curvo, colle mani come artiglj che si protendono in avanti (“… quasi sentendo per la scaletta di legno i passi del terribile vecchio che viene a prendermi per trascinarmi nel suo infernale abitacolo, a farmi mangiare pani azzimi impastati col sangue dei martiri innocenti…”). P. 107: il notajo Rebaudengo. Una gran capocchia calva, lo sguardo acuminato degli occhj infossati, un gran nasone adunco, una bocca senza labbra; curvo. P. 122: padre Bechx, un prete. Gran testa calva, gabbano sudicio, occhj infossati, sopracciglia lanose, nasone adunco, bocca senza labbra, colorito livido (“… o ancora descrivere il ghigno diabolico di padre Bechx mentre enunciava i foschi propositi di quei nemici dell’umanità…”). Si comincia a capire qualcosa? P. 198: lo stesso Simonini, chiuso in una lunga palandrana, mentre osserva una ragazza che passa dall’altro lato della strada, mostrando la gambetta (“… In quel passage io non sbircio le operaie ma i suiveurs…”): naso a becco e bocca senza labbra. P. 232: Brafmann il converso; detto “d’aspetto monacale”, ma colorito scuro, gran barba bianca a due punte, occhj infossati, naso prominente. P. 242: il cav. Gougenot de Mousseaux, antisemita: sopracciglia cespugliose, pochi capelli ai lati del cranio, tutti scarmigliati, naso grosso e pendulo, labbra gonfie. &c. Chiaramente, Eco ha fatto di queste illustrazioni quello che ha voluto: ossia le ha estratte dai volumi ottocenteschi, però, suppongo, non proponendo mai l’immagine di un “ebreo” per quella di un “gentile”: esattamente come non poteva farlo per le raffigurazioni di preti, che l’avversione anticlericale raffigurava con gli stessi tratti somatici degli Ebrei. Persino una vignetta di Daumier che ritrae una ressa di parigini mostra volti dai nasi penduli, dalle grosse labbra, dagli occhj infossati; un gruppetto di tre gesuiti, una conventicola di patrioti italiani, tutti hanno le stesse caratteristiche somatiche, tratti pesanti, espressione beffardamente o ebetemente sensuale, incarnato olivastro. Tanto che di fronte alla raffigurazione del massacro di un prete (p. 84) da parte di uomini armati d’accetta, sassi, sciabola, ci si chiede se si debba godere per questo sfogo, finalmente, di giusta rabbia anticlericale o se si debba raccapricciare per le sozze imprese di quei senzadio: l’uomo che brandisce l’accetta ha il volto in ombra, ma il ragazzo che scaglia il sasso ha veramente un volto da diavolo, e quello che brandisce la sciabola ha il naso immancabilmente adunco (ma una coccarda tricolore sul cappello). Due signori, quasi identici tra loro, con una gran mascella e gli occhj seminascosti dalle tese dei cappelli, osservano impassibili sullo sfondo, mentre intorno infuria la carneficina; il prete, con espressione che vorrebbe forse essere estatica, come di chi riceve il martirio, è brutto in una maniera così disturbante che è materialmente impossibile dargli il patentino di buono. La goffaggine esecutiva di molti di questi modesti artefici porta spesso, in questa figuratività, ad esiti paradossali.

Ma non è solo mancanza di consapevolezza. Eco, col mostrarci un Simone che pende dalle labbra del nonno, ma insieme, di nascosto, avido lettore della letteratura socialistico-umanitaria dell’epoca, non mostra nessuna vera contraddizione, nessuna schizofrenia: di fatto la letteratura sociale poteva benissimo avere anche la funzione di far conoscere il male – lo scopo d’essa conoscenza, invece, spetta al solo lettore:

Mio padre riceveva in abbonamento da Parigi Le Constitutionnel, dove era apparso a puntate L’ebreo errante di Sue, e naturalmente avevo divorato quei fascicoli. E di lì avevo appreso di come l’infame Compagnia di Gesù sapesse ordire i crimini più abominevoli per impadronirsi di una eredità, conculcando i diritti dei miseri e dei buoni. E insieme alla diffidenza per i gesuiti quella lettura mi aveva iniziato alle delizie del feuilleton… passavo interi pomeriggi, sino a consumarmi gli occhi, su I misteri di Parigi, I tre moschettieri, Il conte di Montecristo…

Diffidenza non vuol dire affatto avversione, sia chiaro. Nel frattempo, pp. 78 ss., Simonino si sognava di notte la vergine del comunismo elvetico, Babette d’Interlaken, che è la sinuosa beltà raffigurata a p. 81: un’immagine angelicata che nel libro ha riscontro solamente con l’effeminato gesuita raffigurato a p. 90 (“… Ma, piaceri del caffè e del cioccolato a parte, ciò che mi dava soddisfazione era apparire un altro…”). Dal nonno Simonini apprende l’antisemitismo, il codinismo, l’anticomunismo; dai libri del padre liberale impara che cosa siano gli archetipi, quelli in grado di far presa sull’opinione. Il nemico può cambiare, gli archetipi sono sempre identici. E’ poi nella storia che da una situazione romanzesca alla Sue, e da un testo antigesuitico, sia nata la grande sòla dei Protocolli: questa non è certo invenzione di Eco.

Il romanzo ancòra non ho deciso se sia del tutto riuscito o no: in fondo, nemmeno m’interessa troppo stabilirlo, è già troppa la soddisfazione di non aver perso tempo, a differenza degli altri casi, direi che basti. L’impressione generale, però, di spenta astrazione, come si conviene ad una vita educata alla menzogna (sin dal battesimo – Simone come Simonino, il bambino, poi spacciato anche per santo, che gli Ebrei furono accusati d’aver trucidato), è la vera cifra ambigua del romanzo: che ha al centro una larva d’uomo, mutevole e in fondo sempre uguale a sé stessa, assolutamente non in grado di suscitare simpatia; una storia che, se ha un difetto, è proprio quello di tenère a distanza, in qualche modo, sia attraverso il taglio scelto (il narratore per una buona parte del tempo è sdoppiato, non si sa chi sia), sia per l’incapacità stessa del protagonista, al fondo un rozzo imbecille, di stabilire il confine esatto tra i falsi che crea e il piano della realtà, che una vita singolarmente mancata gl’impedisce peraltro di conoscere più che superficialmente. Non è, dunque, un romanzo che “avvince” e “convince”, come, vestiti inconditamente i panni del critico letterario, il superficiale rabbino Di Segni stabilisce: tutto, nonostante la chiarezza del dettato, è fortemente filtrato. Può essere un difetto, anche grave, ma è proprio quello che impedisce qualunque forma di immedesimazione, posto che esista un lettore che abbia voglia d’immedesimarsi in un Simonini.

Una beghina giornalista e un rabbino che concordano nel condannare il romanzo, e quasi per gli stessi motivi: sembra davvero una delle patacche di Simonini.

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