665. Letture.

8 Nov

Il mio non vasto impegno nelle letture hoggidiane tocca già quasi il capolinea; impossibile proseguire per molto tempo. Chiaramente, in un futuro non remoto, riprenderò. Come dissi a qualche perplesso lettore qualche post innanzi, lo scopo delle mie letture non è trovare il capolavoro o l’opera perfetta – cosa impossibile nel mucchio delle pubblicazioni appena uscite, che non hanno ancòra passato il buratto del tempo – , ma fare esercizio di reminiscenza, raccogliere impressioni sulle attuali tendenze, e stabilire qualche coordinata, se possibile. Quest’ultimo umile desiderio probabilmente non avrà possibilità d’esaudimento, dato che è impossibile frequentare troppo intensivamente la contemporaneità. In una condizione che si potrebbe definire di prima battuta, credo, nessuno sa o saprà mai in tempo reale che cosa stia succedendo nelle lettere alla propria altezza cronologica, se non s’affida almeno in parte al giudizio altrui, o se, per disgrazia sua, non perde ogni discernimento e ogni gusto, pur rimanendogli intatta la lena di continuare strenuamente ad inghiottire tutto quanto va producendosi: il ciarpame è troppo, e anche quando – come è il caso di questi tempi – il livello generale, in specie attestato dalla grande editoria, è quantomeno decoroso e la scrittura è, se non preziosa, almeno grammaticalmente accettabile, né sono riscontrabili cose davvero offensive, o totalmente illeggibili, il ciarpame rimane prevalente: poiché esso non consiste, in quanto tale, affatto nella scrittura spallata, o nei solecismi, o nelle brutture estetiche, ma nella mancanza di necessità, e razionale e d’ispirazione. A costo d’apparire intollerabilmente volgare, devo ritrovarmi non solo ad ammettere, ma a dichiarare, ed altamente ove possibile, che l’ispirazione è tutto, nulla il decoro della confezione, nulla l’erudizione, nulla le concezioni quando stanno sui generali e tengono più della critica che dell’invenzione: la critica essendo distacco, l’invenzione essendo immersione nella cosa. Pur senza troppo aspettarmi da nessuno, devo dire di aver passato qualche ora non triste in compagnia di qualcuno che, diversamente dal mio solito, non è poca cenere in qualche loculo dimenticato, ma beve l’aere e si aggira per le strade di questo paese, mangia beve scurreggia e, quando ritiene il buon momento giunto, scrive. Non m’aspettavo nulla – cioè m’aspettavo da una parte meglio, dall’altra peggio, e dato che sono stato deluso sia nell’una sia nell’altra aspettativa in modo tale che delusione e conferma si sono perfettamente equilibrate, è come se non mi fossi aspettato nulla. Non dovevo e non volevo dare consiglj per acquisti, ma, certo, ho incontrato anche scritture che sono interamente valse la pena del tempo speso: e si tratta, in particolare, di due letture su cui aspettative me n’ero formate sì, e che hanno avuto il merito di soverchiarmi, e indurmi a pormi una serie d’interrogatìvi, e a mettere alla prova qualche sapere, qualche reminiscenza, e soprattutto qualche memoria personale: da una parte Autopsia dell’ossessione di Walter Siti, dall’altra Il cimitero di Praga di Umberto Eco, che uscì l’altra settimana, che è tutto fuorché  immacolato da difetti, ma sicuramente da quelli che gli s’imputano sì, e di cui scriverò domani. Tolte queste due collaudate firme, che forse vanamente stanno lì a ricordarci a che cosa riesca a servire la scrittura, quando è ben servita, non riesco ad impedirmi la sottile e non del tutto certa, ma deprimente, sensazione di un sostanziale sciupio di tempo.

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