661. Scheda: Brizzi, “La vita quotidiana in Italia ai tempi del Silvio” (2010).

3 Nov

Enrico Brizzi (1974), La vita quotidiana in Italia ai tempi del Silvio, Laterza, Coll. “Contromano”, Bari ott. 2010. ISBN: 9788842094333. Pp. 288.

Séguito di La vita quotidiana a Bologna ai tempi di Vasco (2008), il presente libretto è interessante per più motivi: prima di tutto è scritto da un ex-ragazzo perfettamente normale, attualmente uomo perfettamente normale (glielo dice, nei camerini, anche una donna dello spettacolo, all’epoca fidanzata forse con Stefano Dionisi, che ha un’aria stranamente normale per essere uno scrittore), che ha esordito nel 1994 con Transeuropa con un romanzo del tutto normale, in quanto romanzo generazionale, Jack Frusciante è uscito dal gruppo, ad un’età che però, almeno per l’epoca, quando fiorirono anche i Cannibali – alcuni dei quali molto giovani – non era tanto normale, vale a dire 20 anni non ancòra compiuti. Del milieu rendono conto, oltre ad altri luoghi dell’opera – (v. su wikipedia), 9 romanzi + uno per ragazzi, 1 raccolta di racconti più 3 racconti in voll. collettanei, 2 “guide” (alla via di Gerusalemme e alla Francigena, che EB ha percorso a piedi con Marcello Fini, coautore) – queste due opere grosso modo autobiografiche, definite “cronistorie”: genitori insegnanti, famiglia numerosa zeppa di zii e nonni, solidi principj di sinistra. Ad esaltare per contrasto, si direbbe, la propria normalità, pressoché modulare, scandiscono il presente racconto gl’incontri con i coetanei Juri, scombinato ragazzo tendente al sottoproletario, vittima prima della televisione e poi della Lega, e LucaPietro, di famiglia troppo ricca, vano, un po’ vigliacco, al fondo un disadattato, un debole. Va da sé che un autore così rappresentativo, s’intende al meglio, delle esperienze e delle tendenze di una generazione sia interessante soprattutto quando parla di sé stesso, cioè quando parla appunto della propria generazione ritraendola attraverso sé stesso e le proprie predilezioni ed esperienze. Ho provato, seguendo un consiglio discutibile, a lèggere Razorama, per esempio, e non sono riuscito, io che i libri devo finirli proprio tutti, anche quando vorrei depositarli in qualche cassonetto, a superare la metà. Non che Razorama meritasse il cassonetto, ci mancherebbe: è un prodotto altamente professionale, tutto ambientato in mare a bordo di un’imbarcazione, e la terminologia marinaresca e relativa alle navi vi è, specialmente all’inizio, copiosa e ricca – ciò che rende la narrazione, in alcuni punti, assai istruttiva, posto ci si tenga un lessico di terminologia marinara sottomano durante la lettura – , contribuendo all’evocazione di un mondo privilegiato fatto di superfici lucide e linee perfettamente tirate, décor adattissimo alle imprese di un serialkiller d’alto bordo (appunto). Ma, di là dall’esercizio di stile e dall’evidente calco ellisiano, l’effetto era un poco quello di uno di quei thriller da tarda serata di ItaliaUno, solo che invece di guardare immagini in movimento si dovevano passare gli occhj sulle righe. Sono scherzi che la normalità, spesso e volentieri, ama tirare: senza voler, assolutamente, sostenere che solo la discrasia con l’ambiente permetta di produrre opere di rilievo. Ma il merito di Jack Frusciante, oltre a quello di essere scritto praticamente in presa diretta, essendo il romanzo di un adolescente sull’adolescenza (ecco, per esempio Due di due, che ha svolto grosso modo la stessa funzione per la mezza generazione precedente, De Carlo l’ha pubblicato a 37 anni, ha una bellissima descrizione dell’adolescenza sessantottarda ma riguarda tutto uno percorso di crescita, fino all’età adulta), è stato proprio quello di lèggere il dato generazionale nel dato autobiografico, senza filtri letterarj che a quell’altezza Brizzi non avrebbe avuto nemmeno il tempo di prepararsi. La felicità, se ne ha, del presente La vita quotidiana sta proprio nella sua capacità di evocare, direttamente e senza filtri, un clima culturale, vissuto senz’alcuna remora, dev’essere detto, fino allo sviluppo di una coscienza critica che ha consentito all’autore, e a chi ha avuto un percorso simile al suo, di uscire da certe barene.

Brizzi nasce, appunto, nel 1974. Nel 1978 nasce Fininvest; nel 1980, nel 1982 e nel 1984 cominciano le trasmissioni rispettivamente Canale5, Italia1 e Rete4; la nascita di Italia1 e Rete4 è si fa per dire funestata da dispute legali – in soldoni, Berlusconi ciulava frequenze che non gli spettavano, ma in sostanza nulla e nessuno gli ha mai impedito materialmente di trasmettere fino al dì d’oggi, nemmeno nei 12 anni intercorsi tra la nascita di Italia1 e la nascita di Forza Italia. Il colosso messo insieme da Berlusconi è altamente competitivo nei confronti della televisione di Stato, o RAI, e il 1987 segna quello che Brizzi chiama l’annus horribilis per la RAI col cappello dato a tante defezioni a favore delle tre reti private passando alla Fininvest Raffaella Carrà e Pippo Baudo, due icone. Ma dalla nascita delle tre reti private sono trascorsi solo, rispettivamente, 7, 5 e 2 anni: la scalata è stata trionfale e, ciò che ancòra più colpisce, di una rapidità sbalorditiva. Fino al 1993, Berlusconi è amico e sodale di Craxi; Berlusconi è vicino al PSI. Chiunque non sia italiano potrebbe trovare la circostanza assolutamente assurda, e in effetti anche per un italiano è pressoché incredibile, ma il PSI, che fino a pochi anni prima era stato l’alibi “a sinistra” del più massiccio PCI, il massimo partito comunista d’occidente, ed era un partito, molto coerentemente col suo nome, d’ispirazione che poteva essere leninista, o luxemburghiana, o latamente socialdemocratica, insomma, un vero e proprio “partito socialista”, nel 1976 era cambiato dall’oggi al domani in una maniera impressionante. In quell’anno, crollato il governo Moro, era segretario Ernesto De Martino; tutti i partiti erano in crisi sparata salvo la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista Italiano, rimasti soli a combattere, per la prima volta con dubbio esito. Ernesto De Martino propendeva per un’alleanza con i Comunisti; fu trombato per direttissima, e al suo posto fu messo Benedetto Craxi, che invece si alleò con la DC. Da questo momento in poi, il PSI diventa un partito sostanzialmente di destra; che magari include ancòra una fetta di sinistrorsi non abbastanza poststalinisti per riconoscersi nel PCI, ma questa presenza serve solo ad intorbidare le acque: infatti, già alibi a sinistra nel suo complesso, da questo momento in poi il PSI l’alibi a sinistra ce l’ha incorporato. Resistono il titolo dell’organo del partito (l’Avanti!), il mito di Garibaldi e di Mazzini (che però come miti nazionali erano stati cari anche al fascio, se è per quello), la partecipazione all’Internazionale. Ma Craxi, accentratore e furbo, è amico dell’impresa, megalomane – in una maniera sua da travet ulcerotico – e amante dei soldi; obeso e viscido, colla faccia che pare la caricatura di un suino, accusato a più riprese di essere criptofascista, massone, antisemita, razzista e, con una preoccupante insistenza, ladro, lega il suo nome – via Pillitteri, suo cognato e sindaco della ‘capitale morale d’Italia’ – al fenomeno della Milano da bere: Milano come una specie di New York di nojaltri, aperitivara ed edonista – come si diceva – e campo di certi imbarazzanti esperimenti di ingegneria sociale basati sul consumismo più sfrenato, come i paninari, che furono un fenomeno vistoso e sostanziale, e di cui solo di recente, a causa di una rimozione facilmente comprensibile, si è cominciato a parlare. Anche Brizzi allude ai “panozzi” e alle “sfitinzie” – esistevano anche giornaletti, concepiti nella grafica e nel tratto, con due tavole orizzontali per pagina, esattamente come i giornaletti porno del genere “Corna vissute”, tramite i quali si poteva imparare il gergo tipico, che non so quanto sia stato fenomeno spontaneo – , ma è da considerare che per chi è nato nel ’74 l’effimera ma travolgente moda era già un poco sorpassata, e finì sommersa prima che i nati in quell’anno potessero approdare all’apparel indispensabile, e dai prezzi esorbitanti, a far parte delle fila. La società degli anni Ottanta riuscì a lasciarsi alle spalle la plumbea fatìca di vivere del decennio precedente, con i quartieri-lager delle sue città, l’anomia diffusa, le paure, le rivendicazioni; le BR “storiche” cessano sostanzialmente di esistere come corpo unitario, e ampiamente influente, nel 1982, una data già tardissima, quando sono catturati e torturati i rapitori del gen. Dozier. Si guardava molto all’America, che peraltro forniva il 99% dei format televisivi sia alle reti pubbliche sia alle private, con tutto un codazzo d’implicazioni ideologiche e mitologie al séguito; mitologie, naturalmente, tutte rimandanti ai consumi. C’è uno stile rappresentativo molto tipico degli anni Ottanta, che spiega grandissima parte del cattivo gusto proprio del decennio: la vetrina, come spazio estetico, riaffiorante nella figuratività pop, nel cinema, nel videoclip, forma d’arte propria di quegli anni. Il crollo del muro di Berlino, che sancì una situazione già fattiva da molto tempo e non ebbe valenza più che simbolica – ma segnò la fine di un tipo umano, quella del comunista di dura cervice e principj incrollabili – è ancòra tutto parte degli anni Ottanta, modajuolscorregggioni e dunque visceralmente anticomunisti; l’atto di morte degli anni Ottanta probabilmente dovrebbe essere fissato proprio al 1993 della distruzione politica di Craxi.

C’è un discrimine che Brizzi, entrando pochissimo nel merito della politica – al muro di Berlino non è dedicato, per esempio, spazio, e probabilmente è un merito della sua “personalissima” trattazione, perché è un fatto totalmente sopravvalutato; inoltre gli eventi veramente epocali si riconoscono sempre après coup, e mai in quelli che si vogliono ravvisare come tali – e molto nel merito della società, e del consumo, specialmente, di televisione – televisione divertente, fatta di spettacoli genuinamente volgari e intrattenitivi, da Supergulp a Drive In a tutta una serie di altre cose pacchiane piene di tormentoni che prendono il posto dei fantozziani (e assai più problematici) “Com’è umano lei”, &c. – ravvisa proprio nel modo di guardare alla televisione, come strumento della società per guardare a sé stessa e come strumento per cambiare la società. Ma più l’una o più l’altra cosa?

L’aspetto veramente interessante è che Brizzi si vede come uno degli hoi polloi, senza possibilità di scampo. Nutrito anch’esso di gioconi a premj, ha una discussione con la nonna, con la quale vede la trasmissione di Mike Bongiorno; vagheggia di partecipare, dato che sa rispondere a un sacco di domande (che sono elementari, stupide), dicendo alla nonna che c’è da guadagnare i bei soldi. La nonna dice, scettica: So mica se son soldi veri. E Brizzi, assai significativamente, essendo un bravo ragazzo cresciuto a valori di sinistra, protesta dicendo che il signor Mike è stato un antifascista, messo in galera dai tedeschi (che è vero, ma non ci si dovette trovare troppo male, dato che di fronte alla prospettiva dell’evasione si rifiutò di muovere un passo), e che non è possibile che imbroglj la gente. Brizzi subisce il fascino potente della vera diva di allora, che era una diva televisiva e si chiamava Carmen Russo: non arrivava agli eccessi di Juri che si metteva a fare le flessioni in mezzo alla strada immaginando di trombarsela, ma insomma. Partecipa anche ad una recita parrocchiale in cui, complici i responsabili – ma lui ancòra non poteva saperlo -, protagonista è a sua volta la televisione, essendo che si rappresenta un giocone a premj con tanto di “signor Mike”, che con tempismo perfetto riprende il possesso della scena – estensione del video – scusando l’uscita precipitosa del timidone di turno, che non ha retto alla vergogna dell’esibizione, ed è scappato. E così via. Brizzi non propone una visione alternativa dei fatti: fa vedere fino a che punto la televisione, quella specialmente cattiva, quella privata, quella “del Silvio”, era penetrata a fondo nella società di allora.

Fino a mettergli, a lui, sugli occhj un pajo di spesse fettone di presciutto, che gli hanno impedito di avere un’idea chiara dei fatti fino ad un articolone per rivista, compilato all’epoca con molta coscienza (si era rinchiuso in casa con ore e ore di registrazione di Non è la RAI), che si è rivelata una toppata abbastanza clamorosa, teoricamente, fattivamente un sintomo dei tempi, antropologicamente mensurati: poiché in quell’articolone esprimeva ancòra la convinzione che 1. la televisione fosse specchio della società; 2. Berlusconi fosse interessato al guadagno, non al potere, e che non sarebbe mai entrato in politica. Era e fu vero, invece, l’inverso. Anche Brizzi, dunque, è di quelli che sostengono che la società italiana sia stata manipolata attraverso la televisione; che l’immagine che essa aveva di sé attraverso la televisione fosse deformata ad arte, col fine di trasformarla in altro da sé stessa. C’era anche un retroterra ideologico occulto, come sappiamo, perché nel 1978 Berlusconi fece due cose abbastanza importanti: (1) fondare, come detto, Fininvest, e (2) iscriversi alla loggia massonica Propaganda Due (P2); Licio Gelli, il Gran maestro della loggia, avrebbe confermato col tempo come la carriera di Berlusconi in particolare come editore andasse esattamente nella direzione predicata dalla P2, coll’assorbimento di tutte le possibili testate e di tutti i possibili media con il fine di controllare e manipolare l’opinione pubblica. Il fine della manipolazione, ovviamente, era quello di conseguire e conservare a tempo indeterminato il potere nelle mani di una classe di potentati, magari non direttamente politici, creando una situazione sostanzialmente immobile, senza possibile ricambio. Licio Gelli nel 1969 aveva preso in mano le redini della Loggia, che sotto di lui aveva perso tutto il suo retroterra, tradizionale alle massonerie, di tipo libertario e anticlericale, e aveva aperto alla chiesa e all’estrema destra. Insomma, Gelli aveva sperimentato, a livello di élite, quello che solo un politico di professione come Craxi poteva cominciare su larga scala, e solo un imprenditore come Berlusconi poteva portare pienamente ad effetto. La dinamica è sempre la stessa: si parte con una sorta di alchimista dell’eversione, che forma uno sperimentatore su larga scala, dal profilo ancòra ambiguo, il quale legittima e poi implicitamente designa proprio successore un imprenditore; che è il solo ad avere i mezzi per poter indurre la gente a rassegnare la propria libertà in mano al padrone, senza passare per qualche inutilmente faticoso percorso di manipolazione preventiva delle coscienze. E’ la storia della catena di montaggio e dell’ottimizzazione della produzione: da Taylor, puramente sociologo e politico, si passa a i coniugi Gilbreth, imprenditori ma lei anche psicologa del lavoro, con una sua progettualità pressoché didattica, al puro imprenditore Ford – il quale non pensa nemmeno lontanamente a “educare” al totale sacrificio di sé i proprj operaj, ma si limita a creare le condizioni oggettive a partire dalle quali sarà del tutto impossibile che l’operajo non rinuncj alla propria personalità per alienarsi completamente a vantaggio del padrone. Basterà una generazione di operaj per creare quel “circolo virtuoso” – espressione carissima a Berlusconi, in effetti – avviato, semplicemente, dal successo di una determinata formula. L’input è stato dato da qualche teorico, ma la realizzazione spetta a chi ha fisicamente in mano un capitale e sufficiente materiale umano da sfruttare. La differenza sostanziale è che il teorico ha che fare unicamente con panorami possibili, mentre l’imprenditore addomestica la realtà e le personalità a mano a mano che le sfrutta per accrescere il proprio capitale. Che il teorico si ritrovi con un pugno di mosche in mano, e magari con un bel po’ di grattacapi giudiziarj, è chiaro anche a donna Berta e ser Martino, come altrettanto lapalissiano è che l’imprenditore arrivi dove l’alchimista con la sua intensa ma impalpabile progettualità non può arrivare, ma non deve sfuggire la motivazione alla base delle due tipologie di carriera: l’alchimista vive vagheggiando un cambiamento radicale, mentre l’imprenditore non è particolarmente lusingato dall’idea d’imprimere un’orma personale sul proprio tempo. La trasformazione per l’alchimista è in fondo il fine ultimo; per l’imprenditore essa consiste nella radicalizzazione di qualcosa d’implicito nel contesto in cui opera. L’alchimista sogna, e l’imprenditore fa; questo è ovvio e non comportabile ai fini della riflessione. Comportabile è che il sogno dell’alchimista è una cosa, e tutt’altra è quella dell’imprenditore. L’alchimista è un disadattato; l’imprenditore è uno che fa quello che può con quello che c’è. Il fine dell’alchimista è in fondo incerto, e non solo perché è una mera ipotesi, o un’aspirazione; mentre il fine dell’imprenditore, soldi = potere, è estremamente chiaro e dichiarato sin dall’inizio. Quello che fa convergere le loro strade è l’impiego di talune modalità, che l’alchimista suggerisce, e l’imprenditore mette in pratica per i suoi proprj ed egoistici fini.

Ma queste sono considerazioni, appunto, alchemiche. Brizzi è e vuole presentarsi come parte dell’ingranaggio: la sua carriera letteraria e mediatica, molto normale per un verso, del tutto eccezionale per l’esperienza che ha potuto maturare ancòra giovanissimo del sistema in cui ci ritroviamo, viaggiano inizialmente in parallelo. Partecipa alla creazione di un programma televisivo, Supergiovane, che però abbandona quando, tra le altre limitazioni alla libertà dei creatori, si aggiunge un prete che dovrebbe parlare ai ragazzi durante la trasmissione; andrà molto meglio con la radio. Ma non demorde. Partecipa a dibattiti, va al Maurizio Costanzo Show, altro piduista (a proposito del ciccione, nota che in effetti ha proprio smesso di parlare di mafia dopo l’avvertimento-bomba dei Parioli), ma anche al Festival di Sanremo, dove un giurato va in agitazione sostenendo che la proclamazione del vincitore è frutto di una specie di broglio (ma intanto Brizzi ha modo di conoscere anche la Pivano, che gli racconta più di venti aneddoti su Hemingway), ma anche al salotto di Catherine Spaak, dove fa l’uomo misterioso. Gli è anche rimproverato, a suo tempo – e io che mi credevo che questo vezzo fosse diventato di moda non molto tempo fa , pur senza dimenticare come autori come Michele Serra e Francesco Saba-Sardi si siano eclissati dalla casa editrice non appena Berlusconi prese possesso, sin dal primo momento – di essere un autore Mondadori; cioè, sostanzialmente, dal momento che è un ragazzo di sinistra, uno che sputa nel piatto in cui mangia e, ciò che più conta, continua a mangiarci. Brizzi è soprattutto un autore Baldini&Castoldi-Dalai, se si legge l’articoletto linkato poco sopra si vede come Dalai ha rifondato la vecchia e gloriosa casa milanese con lo scopo esplicito di non lavorare con/per Berlusconi. Dal modo in cui Brizzi mette le cose si potrebbe ingannevolmente arguire che, da autore Berlusconi, sia passato a Dalai; in realtà la cosa è più complessa, dal momento che c’è stato un po’ di viavai. Il primo, il famoso Jack Frusciante, è stato pubblicato originariamente per Transeuropa, e poi ristampato da B&C-D; i susseguenti Bastogne (1996), Tre ragazzi immaginari (1998) ed Elogio di Oscar Firmian (1999) sono stati stampati da Baldini & Castoldi, ancòra senza Dalai; nel 2001, invece, con L’altro nome del rock, scritto in collaborazione con Lorenzo Marzaduri, Brizzi passa a Mondadori, con cui stampa anche Razorama (2003), Nessuno lo saprà (2005), Il pellegrino dalle braccia d’inchiostro (2007), dopodiché torna a B&C nel frattempo rifondata da Dalai con L’inattesa piega degli eventi (2008) e La nostra guerra (2009). Le due “cronistorie” sono per Laterza. Ma una parte del libro è dedicata anche alla questione della pubblicazione con Mondadori come contraddizione in termini per un autore di sinistra; per quanto riguarda questo, Brizzi dichiara molto esplicitamente che nel suo giudizio, più di qualunque idea abbia circa il padrone della baracca, influisce la collaborazione diretta con singole persone che lavorano presso la casa (si parla con grande stima di Antonio Franchini), e la libertà di cui ha sempre goduto. Non sono valutazioni da prendere a gabbo, naturalmente, e nemmeno da liquidare come semplicistiche o, peggio, opportunistiche: dato che non esiste nessun motivo di dubitare che Brizzi – che da qualche anno comunque non pubblica con Mondadori – abbia effettivamente trovato massima libertà di espressione all’interno di quella casa editrice, c’è solo da prenderlo sul serio. E da trarre qualche conclusione rispetto la sua figura, nel complesso, come quella dell’unico autore italiano che abbia saputo intrattenere, nonostante contenuti non banali e un impegno letterario che di occasionale non ha nulla, un rapporto cordiale, finch’è durato, con la televisione. Più giovane di Busi o Pinketts, le cui prove sono state sempre piuttosto deludenti, o clamorosamente fallite (credo che Pinketts si sia giocato più lettori andando in televisione che standone fuori), nutrito di televisione – berlusconiana soprattutto – e a suo agio tanto da questa quanto dall’altra parte dello schermo, ha saputo convivere col mezzo, come spettatore un po’ plagiato, come ospite, come autore, con una leggerezza straordinaria, circostanza tanto più notevole quanto più si consideri che la sua era una presenza che doveva giustificarvisi in qualche modo – non era un vecchio leone delle patrie lettere, ma un giovane scrittore – e che non ha rappresentato per lui, assolutamente, una seconda carriera. E’ difficile trovare artisti, anche soi-disant, di contenuto che riescano a non scottarsi, a contatto col mezzo. Anche una figura dotata di una sua complessità – se fasulla o effettiva non importa, si parla proprio d’immagine – come Morgan, che nel suo In pArte Morgan sosteneva – analizzando i testi delle canzoni di Tenco, preso come emblema del contrario-da-sé – di essere un adattato, pareva così ben ambientato, anche in contenitori così discutibili, e alle prese con colleghi anche peggio che discutibili; eppure è inciampato sulla cocaina in maniera così strana: laddove non si è assistito esattamente, o non semplicemente, ad una radiazione aqua ignique per motivi del più bieco moralismo, quanto piuttosto alla demolizione, intervista dopo intervista, di una figura pubblica che aveva una magagna a monte – e non era proprio, in sé, la cocaina. Quasi come nel caso di Marrazzo, il peccato avrebbe dato scandalo già di per sé, ma non sarebbe forse stato così mediaticamente letale; quello che è stato decisivo in questo senso è stata la fragilità dimostrata di fronte allo smarronamento. Brizzi non si è lanciato verso la televisione con l’entusiasmo di tanti altri, ha piuttosto accettato il confronto non senza spirito critico e con souplesse, in assenza totale di fragilità regresse, inquantoché non ricattabile. Brizzi, tanto per cominciare, non si droga e non va a trans – o, ciò che più importerebbe in ogni caso, non ne avrebbe l’aria.

E in fondo il pregio del libro è tutto qui: a fronte dei botontoni di pubblicazioni, sempre più documentate e voluminose, sulle malefatte di Berlusconi, questo almeno si sforza di rendere un’idea abbastanza esauriente di quello che ha significato crescere in un’Italia dominata da determinati modelli culturali, o subculturali, veicolati dalle televisioni dell’attuale presidente del consiglio. Chiaramente, a seconda della propria esperienza, liberissimo ciascuno di accettare, accettare solo in parte, rifiutare quest’assunto. Io per esempio non sono convintissimo che le cose siano andate in questo modo: non ho la certezza matematica che la cultura popolare italiana sia stata forgiata in maniera così determinante e mirata dalle televisioni private. Credo, piuttosto, che Berlusconi e chiunque da lui dipendesse abbiano insieme spontaneamente espresso e al contempo cavalcato tendenze a sé precedenti, come tutti; che tutt’al più le televisioni abbiano contribuito a radicalizzare quelle stesse tendenze, ma non a crearle. Tanto più notevole e sorprendente mi sembra, allora, il particolare taglio di Brizzi, che si basa sul presupposto che questa cattiva educazione ci sia stata. Non ho avuto l’impressione che nella sua spigliata e sorridente trattazione Berlusconi sia diventato il parafulmine speculativo di tutta una serie di atteggiamenti culturali deteriori; l’adattato Brizzi vede molto sportivamente la vita come fatta d’azione e reazione, questo è evidente. Tra biografie, anche in versi, grosse come dizionarj, atti processuali riprodotti per esteso, senza il bene di un taglio o di un omissis, accuse più o meno apocalittiche di resurgenze (neofascismo mediatico), sdegni civili che, dopo tanto agitamento di straccj, faticano, forzosamente, ad ingranare, chissà che non sia proprio a questo libretto, scorrevole, scritto si direbbe a braccio (non fosse per l’abbastanza folta bibliografia che lo conclude; ma non manca qualche manieristica reticenza, in senso retorico, dovuta a presunto lapsus memoriae), che dovremo un’idea abbastanza esauriente di questi anni; anni di merda, beninteso, per tanti aspetti, ma soprattutto anni di vita.

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