658. Dialogo con Giovanni Di Iacovo.

27 Ott

Su Giovanni Di Iacovo vedi qui; sui suoi scritti, qui; e qui la mia recensione del suo ultimo Tutti i poveri devono morire (Castelvecchi, 2010).

1.Il tuo romanzo colpisce per la stringatezza e per la costruzione coerente (e anche un bel po’ complicata), due qualità che condividi con pochissimi scrittori, specie italiani, di questi anni. Qual è la tua formazione di scrittore?

Essendo figlio unico, da piccolo ero spesso da solo e allora ho iniziato a crearmi una sorella immaginaria, Viola e a scrivere le sue storie, avventure che avevano lei come protagonista, un vero e proprio ciclo di episodi che scrivevo mentre mi nutrivo di Poe, Cortazar, Calvino e vari fumetti così come oggi mi nutro di Palahniuk, Wallace, Ellis e moltissimo cinema. E cronaca. Passo diversi mesi accumulando notizie, inquietanti dettagli storici, esperienze di vite borderline o episodi agghiaccianti o esilaranti dalla cronaca del mondo intero. Sotto questo fango scopro dei diamanti che diventano le idee guida del nuovo romanzo e il resto diviene la creta primordiale con la quale inizio a creare il corpo della narrazione.

2. Credo venga spontaneo chiedersi: come hai costruito il romanzo? Hai creato prima il codice del Cenacolo di Caino e poi ci hai fatto una storia o ti sei buttato?

Si, ho prima creato la base teorico-ideologica degli aristocratici assassini , poi ho creato i personaggi principali, poi ho creato le ambientazioni tra Londra e Berlino e poi li ho fatti vivere, interagire, amarsi, ammazzarsi, combattersi, scoparsi, insomma: li ho fatti vivere.

3. Come ti è venuta in mente la storia di frau Berlinermauer (la moglie del Muro di Berlino)?

Non ci crederai ma quella della donna innamorata e attratta sessualmente dal Muro di Berlino è una storia quasi del tutto vera… ma ho promesso di non rivelare di chi si tratta perché è una donna conosciuta.

4. Qual è la tua idea di – diciamo – letteratura? Che funzione può ancóra avere?

Sicuramente non quella di raccontare i fattarelli personali di chi scrive. Nel senso: io detesto la scrittura di banale autobiografismo, quello sbrodoloso diarismo dei miei coetanei che raccontano le loro pene d’amore, le ubriacature e altre cose normali che tutti viviamo ma che a loro li fa sentire talmente bohémien che ritengono che possano interessare davvero a chiunque.

O sei Maradona, o sei Che Guevara o sei Sid Vicious o altrimenti la tua biografia di ventenne ha un interesse relativo. E io sono perché la pagina, al narrazione, scuota, seduca, intrighi, smuova interessi.

Io non scrivo sperando che la gente si interessi a me, scrivo sperando che la gente si interessi alle mie storie.

La letteratura ha una funzione quando racconta, quando è frutto di un processo creativo e alchemico in cui convergono le tue idee, le tue invenzioni, elementi vissuti ma anche e soprattutto elementi creati, senso del ritmo e utilizzo di quegli strumenti che le arti della narrativa ci danno per intrigare, affascinare il lettore, attrarlo nel gorgo del proprio discorso, disgustarlo, violentarlo, appassionarlo, sfidarlo e divertirlo fino all’ultima pagina. Lì si dà il massimo di sé. Le mie storie gonfiano la mia muscolatura, quando la sera mi perdo nei deliri delle città ho nel mio sangue le mie storie e quelle vere e quelle da me create concorrono insieme a formare la mia identità.

Ma la mia vita preferisco vivermela sino in fondo, piuttosto che infliggerla agli altri scrivendoci un libro.

Nonostante confesso di avere un senso estetico che, da buon dandy post-industriale, cerco di applicare alla mia intera esistenza.

La letteratura oggi deve avere una funzione di “entertaining” di qualità, di contenuto, intrisa del coraggio di esprimere le proprie idee e punti di vista senza ammollarsi nel retorica politica o onanismo autobiografico. Giocare con i propri personaggi e con le proprie storie, offrire ai lettori un prodotto ricco e unico. Divertirsi nello scrivere.

5. M’è parso di capire che hai avuto una certa esperienza di vita all’estero. Per quanto riguarda la cultura – nel senso più lato possibile – c’è molta differenza tra l’Italia e il resto d’Europa (o il paese / i paesi in cui sei vissuto)?

Si, molta. All’interno dell’Italia le differenze tra un’area e l’altra non sono così nette come si vuol far credere. Certamente certe aree producono e propongono una cultura maggiore e più eterogenea di altre, anche se spesso la provincia produce roba più nuova e coraggiosa delle solite koinè, ma in Italia la cultura è sempre più vista come un hobby, come una velleità adolescenziale, non riconosciuta, mortificata.

Non è ancora pensabile coniugarla con un lavoro: “Ciao, tu che fai?” “Sono uno scrittore” “Ok, e di lavoro che fai?”.

Fin quanto a chi suona, canta, scrive, realizza arte e film non verrà data la possibilità di vivere del proprio lavoro, la produzione culturale in Italia oscillerà tra: ottima qualità che circola in nicchie e subculture strozzate dall’assenza di fondi e tra cultura che arriva a fluire nel mercato ma è mutilata da qualunque elemento di vera novità, coraggio e forza che la renderebbero di respiro europeo, internazionale e non solo italioide. Il rischio è questo: che la cultura per poter accedere a fondi che permettano di sopravvivere debba abbassare la testa e appiattire la proposta su standard filo-televisivi. L’Italia produce anche buona cultura ma è sempre troppo italiana, e poco europea, poco internazionale. Non parlo di successo, parlo di qualità ed ampiezza dei linguaggi e dei contenuti.

6. Stai presentando Tutti i poveri devono morire in moltissime città italiane; ti senti a tuo agio con le presentazioni?

Moltissimo, è il momento più bello dopo il parto del tuo romanzo, quello in cui puoi confrontare quanto hai scritto con il mondo all’infuori del tuo cervello. Puoi comprendere l’effetto che certi passi, certi personaggi, certe situazioni, certi messaggi hanno avuto su persone che non appartengono al tuo microcosmo. Questi feedback io li annoto tutti e li conservo per tenerli presenti nelle mie scritture successive. E poi mi diverto perché ogni presentazione, in qualunque città, la integro con reading, musica e videoproiezioni e con una performer che mi accompagna, insomma cerco di far entrare il pubblico dentro al mio libro non solo tramite le mie parole ma tramite tutti quei linguaggi espressivi grazie ai quali l’ho costruito.

7. Sei di sinistra; dal 2009 sei stato eletto consigliere in Abruzzo nel partito di Vendola. Come vedi la politica nazionale nel complesso? Che futuro può esserci?

Berlusconi è riuscito nella sua impresa di mutare antropologicamente l’uomo italiano. Berlusconi andrà fuori scena ma lascerà un popolo italiano profondamente diverso da quello di venti anni fa. Più arrivista, più aggressivo, più superficiale, senza scrupoli e beatamente incolto.

Accetteremo quindi di essere minoranza culturale o ci imbarcheremo nella missione di risollevare moralmente il paese navigando seguendo la stella polare della cultura?

Io, se posso, me ne resto a scrivere.

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