653. Scheda: De Silva, “Mia suocera beve” (2010).

22 Ott

Diego De Silva (1964), Mia suocera beve, Einaudi, Torino sett. 2010. Pp. 338 compreso l’ìndice.

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Mia suocera beveContinuano in questo volume, dopo Non avevo capito niente, le avventure e le riflessioni dell’avvocato Vincenzo Malinconico, sempre più verbillant. Non che manchino, soprattutto in questa seconda puntata, eventi esteriori di rilievo. L’avvocato rimane infatti coinvolto in una sorta di sequestro di persona, altamente mediatico, durante il quale diventa – lui che come avvocato non vale pressoché una cicca – una celebrità; nel frattempo continuando le alterne vicende con le sue donne – Nives la psicologa, e la collega Alessandra Persiano – e con i figlj, Alagia ed Alfredo.

Càpita insomma che il Malinconico un giorno si trovi a far la spesa in un supermercato – è un mercoledì -, e s’incoccj in un distinto signore di mezz’età, l’ingegner Romolo Sesti Orfeo, che l’avvocato non conosce. Ma è l’ingegnere che si ricorda dell’avvocato, per via d’un’azione legale intentata contro una ditta da parte di un operajo rimasto infortunato, Vittorio Comunale, che era un vecchio amico dell’ingegnere; il Malinconico s’era rifiutato di accettare la ridicola proposta di risarcimento danni da parte della ditta, ed era riuscito a spuntare di più. Il Sesti Orfeo, per parte sua, aveva trovato apprezzabile l’impegno dell’avvocato, e per qualche motivo per ora noto solo a lui adesso ritiene che il loro incontro sia provvidenziale. A un tratto, attraverso i monitor della videosorveglianza l’ingegnere scorge un uomo – sui quaranta, vestito da tamarro con lungo cappotto nero (è ribattezzato immediatamente [mentalmente] “Matrix” dall’avvocato), pare [ed è] un camorrista -, e s’incanta a guardarlo. Il Malinconico non capisce perché. Capirà pian piano, dopo che l’ingegnere avrà intercettato “Matrix” e sarà riuscito, minacciandolo con una pistola, ad ammanettarlo al corrimano del banco dei latticini. Malinconico e una vecchietta sono i soli spettatori della scena, che da sùbito, anche prima della sua mediatizzazione, assume i contorni netti dell’artificio:

… stavo lì, incapace di staccare gli occhi da quella scena che, a poco più di tre metri di distanza, continuava a crescere e ad aggravarsi in quel supermercato irrealmente deserto dove la gente sembrava non volerne sapere di entrare a fare la spesa […]. Pura pornografia, è chiaro. Perché quando la realtà si mette a dare spettacolo, è quello l’effetto che realizza. Per questo i reality show, che poi ne costituiscono un pallido tentativo d’imitazione, hanno il successo che hanno. Infatti non era solo il timore del peggio a tenere la mia attenzione così stretta. La verità, benché ammetterlo non deponga esattamente a mio favore, è che una parte di me voleva sapere come sarebbe andata a finire (p. 29).

Ed ecco la spettacolarizzazione, o la televisivizzazione:

Un momento dopo, sui due televisori è comparsa l’immagine di Matrix, inginocchiato e ammanettato di spalle al corrimano del banco dei latticini. Sembrava un filmato di Al Jazeera (p. 37).

La realtà riflessa dai monitor è paradossale; non è la riproduzione del vero, è la conferma che il vero è proprio il vero:

Istintivamente mi sono girato a guardare il monitor alle mie spalle, o meglio in alto, pensando di trovare anche lì la schermata di Matrix in versione ostaggio, come infatti è stato. A quel punto la mia confusione ha cominciato a diradarsi. Matrix ha sputacchiato ancora un po’. Quando ha ripreso a respirare più o meno regolarmente, e nel sollevare lo sguardo è incappato nei due televisori che torreggiavano dall’alto della parete di fronte, è rimasto perplesso, quasi avesse visto qualcuno che gli pareva di conoscere. All’inizio non deve averci proprio creduto, perché s’è prima guardato addosso (“Ma sono i miei vestiti, quelli?”), dopo di che ha fatto il collo telescopico in direzione del monitor, accompagnandosi con un rapido destra-sinistra-destra con le spalle (un po’ come fanno i pugili quando si studiano reciprocamente nei combattimenti). Una volta che il test mobile gli ha fugato l’ultimo dubbio, ha digrignato i denti ed è andato in iperventilazione, quasi che solo allora avesse cominciato a sentirsi davvero in trappola (p. 38).

Sopraggiunge, e anche a lui è tolta la possibilità di muoversi, il salumiere Matteo, proprio quando “Matrix” sta facendo un tentativo di liberarsi; c’è una colluttazione tra lui e l’ingegnere; la pistola salta via dalle mani del Sesti Orfeo:

Quanto a noi tre disutili: Matteo il salumere continuava a fissare la pistola come una specie di organismo alieno che gli infettava il software psicomotorio; io sarei voluto intervenire in difesa dell’ing. Romolo Sesti Orfeo, ma l’ignoranza delle sue ragioni remava contro il mio impulso; la vecchia aveva ritrovato la voce, era uscita dal nascondiglio dietro le mie spalle e adesso urlava: “Polizia! Per carità, chiamate la polizia!”, mentre seguiva i combattimenti sui televisori invece che dal vivo (circostanza che in seguito mi avrebbe fatto riflettere circa la tendenza delle persone a cercare sullo schermo la certificazione della realtà) (p. 54).

Quello che segue è il reality dell’ingegnere. Da un punto di vista strettamente tecnologico, pensa Malinconico, è un colpo di genio, perché si limita ad “impiegare l’attrezzatura… di cui il supermercato era dotato senza apportarvi alcuna modifica sostanziale…” (p. 65). Il reality è, insomma, già implicito nello strumentario tecnologico che rende possibile la sorveglianza e la tutela in tanti luoghi pubblici; l’ingegnere si limita a sfruttare questo mezzo, non inventa nulla e non cambia nulla. Mentre il reality va avanti per conto suo, il meta-reality procede parallelamente nella testa dell’avvocato; qui la sua filosofia dell’immagine ha un ulteriore approfondimento, che val la pena di considerare:

Attraverso gli altoparlanti del supermercato sentivamo perfettamente anche le voci del pubblico, adesso. Non sto neanche a ripetere tutte le scemenze che dicevano (roba tipo: “I talebani“; oppure un’altra, pindarica: “Quello o conosco, è uno del Posto al Sole“) (p. 65).

Non c’è nulla di gratuito; qui ci ritroviamo di fronte a due distinti gruppi di persone; gli happy few che possono seguire l’evento sia dal vivo sia sul monitor, e una massa di curiosi che possono seguirlo solamente tramite monitor. I primi si servono del monitor per avere una conferma che tutto quello che sta succedendo è vero; i secondi invece vedono solamente le immagini sul monitor, e associano ad esse reminiscenze di realtà spettacolarizzata o di spettacoli tout court: i “talebani” e la più celebre telenovela napoletana di ogni tempo. Anche l’ingegnere, considerato solo tramite immagine videotrasmessa, diventa finto:

L’ing. Romolo Sesti Orfeo ha di nuovo azionato il telecomando, dopo di che è avanzato verso il monitor che trasmetteva dall’ingresso, facendosi il primo piano.

– Fate silenzio, – ha tuonato.

Così appiccicato alla telecamera ricordava un po’ L’urlo di Munch (pp. 65-66).

Per il pubblico, invece, tutto è dubitabile, come s’è già detto, dato che non ha nessun termine di paragone:

– Giovanni? Giovanni, mi vedi? Yu-huu? Non mi guardare con quella faccia, mi conosci.

Giovanni (uno dei commessi, probabilmente: indossava lo stesso grembiule di Matteo il salumiere) lo fissava nello schermo col medesimo sbigottimento che in precedenza aveva plastificato la faccia del suo collega (l’ing. Romolo Sesti Orfeo doveva avere reputazione di mansueto padre di famiglia, là dentro).

Avete chiamato la polizia? – ha chiesto.

Giovanni non favellava. A guardarlo meglio, mi sembrava che a renderlo così intronato fosse – più che lo shock dovuto al trovarsi davanti l’ing. Romolo Sesti Orfeo in versione criminale – la circostanza che qualcuno gli stesse parlando attraverso un televisore. E quel disagio, se volete saperlo, lì per lì m’è sembrato perfettamente comprensibile, perché non è mica tanto normale stare davanti a uno schermo a parlare con qualcuno. D’accordo, ci siamo abituati: il videocitofono, Skype, le teleconferenze… Ma resta  un disagio della comprensione, una difficoltà per certi versi simile, immagino, a quella che vissero le persone anziane quando fu inventata la tv. In famiglia si raccontava che una mia bisnonna, quando la sera si accendeva la televisione, andava a cambiarsi e pettinarsi perché era convinta che fossero arrivati degli ospiti. E non è che fosse malata o pazza: semplicemente, non c’era verso di farle capire che poteva vedere senza essere vista (pp. 66-67).

Beh, niente male. Giovanni, che stenta a riconoscere l’ingegnere inopinatamente apparso in primo piano nel monitor, è a sua volta faticosamente individuabile anche per Malinconico; il quale (lo vedi dalla forma eccessivamente dubitativa “uno dei commessi, probabilmente: indossava lo stesso grembiule di Matteo il salumiere”) deve rifarsi, dalla sua specola appunto privilegiata, al termine di paragone immediatamente disponibile, Matteo col suo grembiule, per identificare un altro dipendente del supermercato. La domanda dell’ingegnere, poi (“Avete chiamato la polizia?”), che chiede conto dell’atto più naturale da farsi nel caso di un rapimento, presuppone a propria volta la consapevolezza, da parte del Sesti Orfeo, di una ricezione disturbata, cortocircuitata: dato che la conoscenza che il pubblico ha dei fatti è mediata dai monitor, sa bene che le reazioni possono essere diverse da quelle che potrebbe avere chi ha la piena coscienza che quanto sta accadendogli sotto gli occhj è perfettamente reale. Sicché, nel caso del pubblico, il monitor s’inferisce essere, secondo una logica esattamente invertita di senso rispetto a quella che segue chi ha sia realtà sia monitor sotto gli occhj (nel qual caso il monitor è strumento di verifica), un veicolo di menzogna. In effetti l’intronamento di Giovanni è dovuto proprio a quel motivo. Notevolissimo – pur nel notevole stress che, specie in una narrazione, costano queste notazioni meta-mediatiche – il wit col quale il Malinconico chiude il paragrafo, col riferimento alla bisnonna, che si vestiva di tutto punto perché non concepiva il vedere senza essere visti. Laddove la bisnonna, la cui estrazione, per ragioni anagrafiche, era tutta quanta precedente la civiltà dell’immagine, e soprattutto dell’immagine in movimento, aveva del tutto spontaneamente quel comportamento che qui, invece, si stenta ad avere. E si noti, sempre, come i monitor siano il più delle volte chiamati “televisori“!

Una scelta lessicale e semantica che occorre ad un calcolato cortocircuito con La televisione, quella vera, quella propriamente definita tale:

– Sembra che stiamo aspettando qualcuno, – ho detto, tanto per interrompere lo strazio.

– Esatto, – ha ribattuto l’ing. Romolo Sesti Orfeo.

– Non i carabinieri, – ho azzardato, visto che mi sembrava che gli andasse di dire qualcosa in merito, finalmente.

Mi ha fissato come a dire: “Sei in gamba, tu”.

– Proprio così.

– E chi, allora?

– Secondo lei?

Al che mi sono girate.

– Mi dica l’iniziale, che vado avanti da solo.

Lui ha fatto una pausa polemica, ma siccome la battuta gli è piaciuta, e per un pelo non ha riso, mi ha risposto:

La televisione.

Matrix è andato in stallo.

E anch’io.

Mi sono fermato un attimo a riflettere, benché quell’idea, stranamente, mi apparisse tutt’altro che imprevedibile.

Un’altra? – ho chiesto.

– Non crederà mica che abbia messo in piedi tutto questo per una visione privata (p. 68).

Regista della situazione è l’ingegnere, non solo perché ha una pistola in mano – la pistola viene, secondo logica, dopo -, ma perché è il solo ad avere piena consapevolezza dei medium di cui si serve e di cui sollecita l’uso: quello di cui si serve lo ha installato, ne cura la manutenzione, ne conosce funzioni e disfunzioni, e sa alla perfezione che dice la verità; quello che cambia non è lo strumento [ricordiamo che l’ing. non ha inventato proprio nulla, come ammirato nota l’avvocato], ma il contesto, la funzione specifica. Non è stato del tutto corretto definire “televisori” i monitor del supermercato; è vero, sotto molti aspetti hanno lo stesso funzionamento, sono la stessa macchina, ma di fatto la televisione propriamente intesa è un medium di eccezionale risonanza, mentre i monitor della videosorveglianza servono solo ad “una visione privata“. Matrix e Malinconico, presi alla sprovvista, hanno completamente trascurato (“Un’altra?”) questa differenza sostanziale.

Segue (da p. 79) tutto un approfondimento della nozione di sguardo, indipendente, però, dalla pròtesi tecnologica. L’ingegnere vuole insalaminare Matrix con nastro da imballaggj, che si fa portare da Matteo il salumiere. Matrix guarda fisso in faccia Matteo, che si àgita moltissimo; l’ing. intima a Matrix di guardare lui, e non il salumiere. Qui si realizza (non so bene come, eccezion fatta per una strana torsione strabica dei bulbi oculari) un’ulteriore duplicità di sguardo, non più reale-video, ma reale-reale:

Matrix volta il capo in direzione dell’ingegnere con scientifica lentezza, facendo in modo che il suo sguardo mantenga una minacciosa obliquità verso il povero salumiere, che… impallidisce… (p. 79).

E’ poi Malinconico [colpisce, intorno a questo Romolo Sesti Orfeo, questo terzetto di “Ma“: Ma-linconico, Ma-tteo, Ma-trix (più Ma-ssimiliano, il ragazzo morto e presente in memoria, e anche come causa ultima; v. sotto); un po’ artificioso, tantopiù che non credo sottolinei alcunché] che annastra Matrix; ma, compiuta l’operazione, con stizza getta il rotolo del nastro in direzione dell’ingegnere, facendoglielo volare sopra la testa; un gesto che guasta la scena escogitata dall’ingegnere, e introduce di prepotenza un’altra imposizione estetica, stavolta del Malinconico, profondamente scocciato non si sa bene se più dalla baracconata messa insieme, o (ma questa seconda che dico è più credibile) dal protagonismo visivo di chi l’ha congegnata, ossia l’ingegnere; gesto estetico che a sua volta richiede verifica a video:

… sollevo il braccio destro e lancio il rotolo di adesivo oltre la testa dell’ing. Romolo Sesti Orfeo, sfiorandola, tanto che lui è istintivamente costretto a chinarla nel timore che lo colpisca; dopo di che mi guarda stupefatto.

A quel punto non dovrei dire una parola e infatti taccio, caricando simbolicamente la platealità del mio gesto, che in questo momento (anche per via delle telecamere che ci riprendono, probabilmente) mi fa sentire parecchio plastico, lo confesso.

Di lì a poco, infatti, realizzo di aver compiuto una stroncatura estetica del siparietto messo in piedi dall’ing. Romolo Sesti Orfeo. Tirandogli contro (per quanto non addosso) il nastro da imballaggi, devo avergli metaforicamente rinfacciato la bassezza del compito che mi ha costretto (in via suppletiva, oltretutto, visto che quel babbione di Matteo il salumiere era pietrificato) a eseguire.

Mi do una specchiata al monitor, ricavandone l’impressione d’essere io a condurre, adesso (è incredibile come la tv riesca a sdoganare il vanesio che ci abita). In fondo, ho rubato la scena al tipo che l’ha montata con tanta fatica; anzi: me la sono guadagnata. Chissà che non sia questa – congetturo estemporaneamente – la traduzione corretta dell’espressione “Rubare la scena”. C’è da rimanere basiti al pensiero di quanto spesso si usi il termine opposto per dire una cosa. La lingua italiana è piena di abusi condonati.

[“il vanesio che ci abita“: leggi: “Il vanesio che abita in noi“]. E’ interessante quel “congetturo estemporaneamente”, che in effetti potrebbe parere ridondanza; nel senso che tutte le congetture di Malinconico sono ovviamente estemporanee, e ci mancherebbe, dato che la divagazione è la sua cifra; ma in questo caso serve a fissare il momento della specifica congettura all’après coup, cioè al momento di scriverne, non al momento della performance, ed è un modo rivelatore, nel suo piccolo, di definire la congettura in seconda battuta.

La scenetta, di per sé, segna il momento della deriva definitiva, per così dire, all’interno del medium: esso non è più uno strumento, per quanto infido, ma il motore stesso dell’azione. Il fatto che ci sia fa fare cose che non si farebbero se mancasse. In questo preciso momento l’ingegnere, benché abbia la pistola in mano (ma l’ho già detto che la pistola conta poco), comincia a perdere la sua posizione di regista e motore dell’azione. Prima era il solo a saper sfruttare, invece che studiare / subire il mezzo; adesso anche Malinconico ha cominciato a sfruttarlo. Seguono, prevedibilmente, la delusione dell’ingegnere (p. 82), che però si riprende quando si ricorda non essere “qui per avere l’approvazione di nessuno” (p. 84).

In quella arrivano i carabinieri, un uomo alto col pizzetto e una donna fulva, che immediatamente il Malinconico tra sé ribattezza “Mulder” e “Scully“, che mostrano notevole padronanza del mezzo. Mulder, che in realtà è il capitàno Apicella, è sì disorientato, ma solo dalle risposte dell’ingegnere, e dalla sua fermezza, dalla sua decisione assurda di istituire un processo in presenza delle televisioni in mezzo ai banconi di un supermercato. Malinconico s’è insomma impossessato del mezzo, i carabinieri ne sono già padroni; Matrix, a sua volta, comincia ad impossessarsene – non ha la libertà di movimenti che ha l’avvocato, ovviamente, e il momento del passaggio da vittima a padrone del medium non può essere riflesso da alcuna platealità, e dunque dev’essere desunto da segnali meno appariscenti; quando l’ingegnere gli rifiuta un po’ d’acqua spruzzata in faccia per detergere il sangue,

Matrix stringe le mascelle, capitalizzando la rabbia. Scommetto quanto volete che in questo momento sta visualizzando lo storyboard del videoclip delle torture che vorrà personalmente infliggere al suo carceriere prima di spedirlo al creatore, casomai uscisse vivo da questa storia (p. 111).

Di lì a non molto arriva la diva del trash Mary Stracqualurso, di cui si trova il ritratto completo riportato in calce a queste note; ossia arriva La Televisione propriamente detta. Costei, come si leggerà sotto, è una semianalfabeta cianciona smandrappata, che sgancia spropositi a raffica esprimendosi in un italiano approssimativo crivellato di pietosi ipercorrettismi. Anch’essa influisce, con la propria presenza e quella del relativo cameraman che inquadra i monitor, sul prosieguo. Di nuovo, però, se la posizione di Matrix nei confronti del mezzo – perché è lì che si gioca tutto – è mutata il Malinconico non può sapere; può solo congetturare:

Respiro, mi guardo intorno e intercetto volti stremati come il mio. Matrix, invece, è diventato inespressivo. Se finora la sua mimica ha oscillato fra la lesa maestà e i propositi di vendetta, adesso in faccia si ritrova una tabula rasa, una superficie orrendamente placida.

Mi vengono in mente quei telefilm di pronto soccorso dove il medico si allontana per qualche secondo e quando torna dal ferito lo trova già secco. Il collegamento di Mary Stracqua dall’ingresso deve averlo rintronato, è chiaro.

(Chiaramente questo è un falso segnale; la sua fisionomia, già Malinconico ha anticipato, è  orrendamente placida, e non perché stia male).

Provo a mettermi nei suoi panni, ricapitolando l’accaduto, e penso: “Allora. Sono ammanettato al tubolare del banco dei latticini di un supermercato di periferia; ho addosso una dozzina di televisori che mi riprendono in questa condizione umiliante; probabilmente morirò, perché il tipo che mi ha combinato questo scherzo non sembra essere esattamente interessato a farmi uscire di qui in piedi; ancora non so perché mi sta capitando tutto questo, e a coprire la diretta della mia disgrazia hanno mandato una vecchia bifolca di una tv nemmeno nazionale che non parla l’italiano e fa battute imbecilli” (pp. 148-149).

La Stracqualurso sarà presto tacitata. In realtà anche Matrix s’impossesserà del mezzo, a suo modo, non meno di quanto abbia saputo fare il Malinconico. Questo dopo che l’ingegnere avrà spiegato il perché di tutto questo.

“Matrix”, che si chiama Gabriele Caldiero, ha causato la morte di Massimiliano, il figlio dell’ingegnere, due anni prima; i giornali avevano dato scarso rilievo alla questione, ma il figlio dell’ingegnere e l’altro ragazzo falciato dalle pallottole non avevano nulla che fare con la camorra, era stato un errore di persona.

I giornali dovevano aver abbreviato il cognome, nel riferire la notizia. L’avevano trucidato insieme a un amico davanti a una cornetteria all’alba. Un’esecuzione di camorra in pieno stile, eseguita con esemplare ferocia. Solo che la fedina penale di Massimiliano Sesti era risultata perfettamente pulita, al contrario di quella dell’amico, su cui compariva un precedente di droga di poco conto. Un episodio trascurabile, eppure sufficiente a far calare un’insopportabile ambiguità sulla morte di entrambi […]. Ma quando la camorra uccide così frontalmnete, è difficile che poi si faccia la fatica dell’approfondimento. La memoria collettiva non è disposta a fare lo sforzo di credere all’innocenza delle vittime. Morti come questi non suscitano pietà… (p. 158).

La magistratura, in capo a due anni, non è ancòra riuscita a stabilire con esattezza che i due ragazzi erano totalmente innocenti, dal momento che, dei camorristi responsabili, quelli che attualmente sono agli arresti continuano impunemente a saltabeccare da una versione dei fatti all’altra, mentre l’esecutore materiale, che è “Matrix”, è libero come l’aria; non solo, ma un mercoledì sì e uno no si reca tranquillamente ad acquistare, sempre in quel supermercato, lo yogurt della marca preferita. Nel frattempo la memoria del figlio, oltre a quella dell’altro ragazzo, è rimasta infangata. Ecco il perché del gesto estremo dell’ingegnere.

Arriva a questo punto, con un certo comodo, una giornalista della RAI (p. 172). E’ a sua volta trattata malissimo e presto zittita sia dall’ingegnere sia dall’avvocato; i quali rimangono a discutere tra loro. Ed è quando l’ingegnere ha fatto tutto un suo discorsetto, il discorsetto dell’uomo che non crede più nella giustizia umana e che non ha più nulla da perdere, che anche Matrix dimostra di saperci fare, col medium:

– Non lo sopporto più questo pantano, avvocato. Questo tacere verità che sono alla portata di tutti. Oggi mi prendo la parola, e non voglio rispettare più nessuna regola. Voglio anch’io un processo alla carlona, raffazzonato e sommario, celebrato fra i prosciutti e le mozzarelle. Guardi, ci sto esattamente dentro. Non c’è neanche bisogno di mandare i consigli per gli acquisti. Voglio che un pubblico, un vero pubblico, generalista e televisivo, senta parlare di mio figlio, che ricordi la sua storia, che creda approssimativamente alla sua innocenza. Mi basta questo. Voglio il beneficio del dubbio, ma che sia un dubbio vero, con una quota che ci crede e l’altra no. Non questa ambiguità colpevole a cui di fatto è già stato condannato. E guardi, non voglio neanche fare giustizia, non ho una pretesa così alta. Voglio solo che la giustizia si sappia.

Si ferma come a godersi il silenzio dopo la chiusa (che, gli va dato atto, ci ha lasciato più ammutoliti di prima: chissà se l’ha improvvisata o se l’era scritta), ed è allora – mentre sto facendo uno sforzo sovrumano per reperire un qualsiasi argomento minimamente valido da opporre al suo impeccabile qualunquismo – che veniamo raggiunti da un odore sgradevolmente familiare, per cui abbassiamo all’unisono lo sguardo in direzione di Matrix.

Ho detto “abbassiamo” perché è ai piedi del prigioniero che si sta allargando la pozzanghera di piscio.

Con ormai collaudato tempismo televisivo, risolleviamo gli occhi e li mandiamo ai monitor, per capire se il dettaglio in questione sia visibile anche in diretta (ormai non c’è gesto, parola o accadimento anche minuscolo di cui non andiamo automaticamente a cercare riscontro nei televisori: come se la realtà si fosse spostata lì dentro, e il presente andasse in differita).

Siccome non appare così evidente (il pavimento era già sporco di yogurt) incrociamo gli sguardi e ci accordiamo seduta stante per tacere in merito all’imbarazzante versamento.

E’ un piccolo patto che scatta in automatico fra noi, e cui aderisco istintivamente e immediatamente senza nemmeno capire chi o cosa abbiamo interesse, in quel modo, a difendere (l’intimità di Matrix violata da un’esposizione così violenta, le nostre immagini che non vogliamo televisivamente svilite o, peggio ancora, il reality show che sto contribuendo, seppure mio malgrado, ad allestire).

La sola cosa che non capisco, incrociando gli occhi di Matrix, che adesso guarda l’ing. Romolo Sesti Orfeo e gli sorride con la disperata soddisfazione di chi è riuscito ad assestare finalmente un colpo, è che l’ha fatto apposta.

Quando vedi un prigioniero abbandonarsi a un bisogno così istintivo, capisci davvero che cosa voglia dire non poter usare le mani, ed essere in quelle di un altro. Partecipi quasi personalmente alla sua regressione. E non lo sopporti.

Pisciandosi addosso, Matrix ha compiuto un salto di qualità. Ha, per così dire, invertito l’onere del sequestro. Come se si fosse rivolto alla televisione dicendo: “Guardatemi. Guardate come mi ha ridotto“.

E l’ing. Romolo Sesti Orfeo, praticamente da un momento all’altro, si ritrova investito di un profilo aguzzino

[tipico di De Silva l’uso di “aguzzino” aggettivo: non c’è lacuna di specificazione].

che fino a un minuto prima non aveva (almeno, non così chiaramente).

Il che, per forza di cose, cambia tutto (pp. 183-185).

Qui, per una volta – la prima – senza entrelacement, il Malinconico si lancia in una disamina piuttosto lunga sul significato del gesto di Matrix. Di fatto, dice, il reality si fonda sulla perdita della faccia da parte del concorrente, col quale il pubblico non deve poter avere nessuna solidarietà. Matrix ha reso possibile la solidarietà, ergo il reality è diventato serio, ergo il reality è rovinato.

Mulder ripete le sue esortazioni all’ingegnere. E l’avvocato, che in fondo è stato ingaggiato proprio per quello, s’impegna in un’energica arringa (dalla quale traspare con evidenza che il vero problema del Sesti Orfeo non è tanto il fatto che il figlio sia morto, quanto il fatto che la memoria del figlio morto sia rimasta infangata, che tutti possano pensare che fosse un camorrista; che è, di nuovo, un problema d’immagine):

– E se lei crede di aver reso un bel servizio alla causa di suo figlio, si sbaglia completamente, – ribatto.

– Come ha detto?

Non ha fatto molto per lui, mi creda. Oltre a renderlo famoso, s’intende, – sollevo le mani verso i televisori, sminuendone l’importanza, – il che non mi sembra un gran risultato, se vuole saperlo. […]. Questo allestimento non prova niente. Non prova che quest’uomo sia colpevole, né che suo figlio fosse innocente. Non abbiamo nessun motivo di crederle.

Sento un altro “Waaa”, ma calante di un paio di ottave.

– Massimiliano non aveva nessuna colpa, – risponde, con una percepibile incrinatura nella voce, – se non quella di trovarsi nel posto sbagliato.

Come lei adesso. (p. 197).

Grazie alla sua dialettica, Malinconico riesce a fiaccare la determinazione dell’ingegnere, nel contempo distraendolo dalle manovre di Mulder, che riesce di soppiatto a raggiungere la corsia e ad intimare all’ingegnere, spianando l’arma d’ordinanza, di gettare la pistola. Ma il povero Sesti Orfeo rivolge l’arma contro sé; non riesce ad uccidersi ma finisce in coma.

Il nocciolo del romanzo, senza nulla togliere a quello che necessariamente complementa e completa quello che era stato introdotto dal primo Non avevo capito niente, è qui: non è tanto in questa sezione il verbillant, per quanto non tutto quanto mondi proprio nespole: l’arte descrittiva di De Silva è a tratti un po’ impacciata, e tutta questa grande scena è sostanzialmente statica. Ma tutto l’apparato di riflessione che vi sta dietro non è esattamente da filosofo involontario; l’autore ha, mi sembra dagli esempj succitati, le idee piuttosto chiare, e ha approfondito con una certa diligenza il tema. Quello che funziona meno sono altre digressioni, più occasionali e stiracchiate, e altre tematiche; De Silva rimane più felice quando torna in tema di comunicazione – e, in fondo, anche se vi si parla di diverse altre cose, questo romanzo ha la sua ragion d’essere proprio nel concetto che l’autore s’è fatto del rapporto che abbiamo con il video, e, latamente, con la comunicazione. Se il romanzo fosse stato tutto divagante, le divagazioni non avrebbero dato alcuna noja; il fatto è che c’è tutta una sezione, che si estende fin oltre la metà del volume, che è organica, per quanto con inserti fantaisiste, sicché tutti gli altri temi capricciosamente trattati risultano incontrollati, buttati lì alla come viene viene.

All’uscita, sgomitando tra la folla, l’avvocato è scortato fino all’ambulanza, dove lo raggiungono Alagia e Alfredo, che gli dicono che anche Nives è accorsa, per andarsene immediatamente non appena è uscito sano e salvo dal supermercato. Gesto di sorprendente discrezione da parte di Nives, che non ha mai accettato la loro separazione, e lo perseguita con messaggini acidi sul cellulare, e fa anche degli alimenti – lei molto più abbiente di lui – una peraltro dichiarata occasione di rivalsa. Quello che il Malinconico ignora, e continuerà ad ignorare per un po’, è che anche la sua attuale compagna, Alessandra, era presente durante il drammatico sequestro, ma, visti Nives, Alagia e Alfredo si è sentita di troppo, e non s’è voluta far vedere. Il Malinconico la vede dopo, all’uscita dall’ospedale dove s’è informato delle condizioni del Sesti Orfeo in coma.

L’evento mette a dura prova il rapporto tra l’avvocato e la collega. Non solo: per l’atteggiamento di falsa modestia, da “eroe mancato”, l’avvocato è cazziato dalla suocera, Assunta detta Ass, con la quale il dialogo – non differentemente da quello con i figlj – è assolutamente disinvolto; alcuni pregevoli esempj dell’eloquio della suocera si trovano a pp. 214 ss., quando i due si sentono per telefono mentre Malinconico è ancòra in ospedale; “Vedi di non dire stronzate, Vince'”, seguìto (p. 215) da un tutto sommato pulito “Sei un vero cialtrone, Vincenzo”, immediatamente dopo rinforzato da un robusto “Va’ a farti fottere” (ivi); seguono: “Chi cazzo ti credi di essere, James Bond al servizio di sua maestà…?” e “Ma vaffanculo!” (ivi); al che Malinconico chiede: “Ma sei deficiente?” (ivi); guaj a lui, ribadisce la suocera, se farà lo stesso “miserabile cabaret” da eroe mancato col “primo coglione di giornalista” (p. 216), ché gli sputerà in faccia.

La suocera che beve del titolo è appunto Assunta, alla quale è stato appena diagnosticato un cancro; andandola a trovare la prima volta dopo la diagnosi, Vincenzo Malinconico ha pensato di buttarla sul ridere (!), attirandosi peraltro la riprovazione di Alagia ed Alfredo  regalandole una bottiglia di Jack Daniel’s.

(C’è una scenetta di tira-e-molla tra Malinconico e i figlj proprio un po’ bruttina, e troppo lunga, pp. 70 ss., divertente solo per le espressioni icastiche con cui la famigliola si apostrofa; l’autore scrive “Mamma” e “Papà” con la majuscola, ma l’avv. esorta i figlj a non rompere “i coglioni“, p. 72, Alagia gli dà del “cafone“, p. 74, accusandolo di averla lasciata “come una stronza dall’altra parte della strada”, p. 75; dopodiché i due gli scoppiano a ridere in faccia, da p. 76 [ad Alfredo parte peraltro una caccola], al che Papà dice: “Andatevene tutti e due affanculo“, p. 77, chiedendo ad Alagia: “Ti ha mai detto nessuno che sei una stronza?”, ivi, ottenendo un “cretino” in risposta, p. 78; all’uscita dal supermercato, Alagia regala il Papà di un fragrante “Vaffanculo, Vincenzo“, p. 210, a cui l’interessato ribatte con un chiarificatore “Vaffanculo io? Vaffanculo voi!”, ivi; Alagia torna all’attacco con un “Ehi, scemo“, ivi).

Ma Ass (l’avvocato, a proposito, si raccomanda a quelli che sanno l’inglese di non fare facile umorismo) è una donna di incredibile, incredibile spirito, e non solo accetta con una grande risata il regalo, ma si scola allegramente, coadiuvata dalla badante rumena Miorita, la bottiglia di liquore. Nei giorni seguenti l’avvocato sconta un po’ il paradosso di essere un avvocato di mezza tacca e di godere di tanta pubblicità: il Sesti Orfeo, senza peraltro riuscirci granché, l’aveva allettato proprio con questa prospettiva: oggi non conta essere, conta apparire, gli aveva spiegato, ed essere visto in televisione, grazie a quel chiassoso reality-sequestro, gli avrebbe portato tutto un vivamaria di clienti. Per il momento il Malinconico si ritrova con la segreteria zeppa di chiamate di amici che manco sapeva di avere, il nome su tutte le maggiori testate della stampa nazionale (e questo, pp. 235-236, è un bel pezzo, in cui l’autore si diverte ad imitare gli stili di Antonio D’Orrico, Mariarosa Mancuso, Massimo Gramellini, Goffredo Fofi, Maria Laura Rodotà, e soprattutto l’autore di tanti pastiches, Michele Serra, appunto con un pastiche che mi pare assai convincente), e un invito alla trasmissione della Bignardi (che poi non si farà per ragioni di coerenza tematica).

[Le serie di falsi sono in verità due: questa delle varie firme giornalistiche; e poi (pp. 299 ss.) quella della trasmissione della Bignardi. Ma mentre l’imitazione degli stili per iscritto, che ha comunque una storia vecchia quanto la scrittura stessa, riesce bene al bravo scrittore, quella del tipo di presenza televisiva, ovviamente più sfuggente (di Daria Bignardi, Giancarlo De Cataldo, Ambra Angiolini, Emanuele Filiberto, Vittorio Sgarbi, Fabrizio Corona; laddove il “principe” e il puttaniere sono ritratti come due spuzzette, stranamente, mentre sono i due galletti di letamajo che tutti conosciamo, e dunque non sono riconoscibili) è infelice, e come spesso càpita a De Silva troppo lunga e tirata, e complicata ulteriormente dal fatto che la trasmissione di fatto non si farà mai, e che è tutto un sogno; che il Malinconico fa dopo aver deciso di partecipare alla trasmissione solo per avere la scusa di “salire” a Milano e vedere che fa Alessandra Persiano. Nel sogno, infatti, a un certo punto la trasmissione diventa qualcosa “un po’ L’isola dei Famosi e un po’ Carràmba!, per capirci” (p. 306), dopodiché nello studio rimbomba, carica d’accusa, la voce di Alessandra, che gli rinfaccia la sua intenzione di venire a spiarla a Milano (v. sotto), e mette in luce sordida il suo incontro con la giovanissima Irene (v. sotto), &c.].

Ma il grosso, triste problema del Malinconico è in primis Ass. Che, dal momento che potrebbe essere benissimo al capolinea, decide per una volta nella vita di “fare la stronza“, e stabilisce di non voler vedere più la figlia Nives, che ci soffre moltissimo, né di affrontare la chemioterapia. Vede malvolentieri anche Alagia e Alfredo; chiede solo di Vincenzo, che a un certo punto riuscirà a convincerla, non sa nemmeno lui come, a rivedere Nives e ad affrontare la terapia (la telefonata tra la suocera ricredutasi e il Malinconico, pp. 330, contiene, della suocera, un “permetti che mi girano i coglioni?” [!], un elaborato “T’informo, cara suocera, che è partito il conto alla rovescia per la tua spedizione a farti fottere” seguìto da un “vaffanculo” incrociato). Alessandra Persiano, poi, con la scusa di un impegno di lavoro, se ne va a Milano lasciando lontanamente intendere che potrebbe anche non tornare; esasperato dal suo modo di sottrarsi, l’avvocato manda a rotoli la relazione definitivamente appena riesce a risentirla per telefono. In più conosce Irene, che è stata la ragazza di Massimiliano Sesti Orfeo; al secondo incontro, durante una bicchierata in un locale modajolo, tra i due scocca la scintilla, nonostante lui – come ripete spesso – non sia più giovane e non sia nemmeno bello, e lei sia simile a Cameron Diaz e sia giovanissima. Decidono comunque di non affrettare. Il romanzo si conclude con una chiamata di Alessandra Persiano alla quale l’avvocato riesce a non rispondere.

Rimangono ovviamente in sospeso varie fila che il terzo capitolo della saga, verbillage permettendo, consentirà o non consentirà di portare a conclusione; cumulativamente: riuscirà Nives a trovare un altro uomo e smetterla di scassare? Alfredo si rivelerà finalmente omosessuale (questione rimasta in sospeso dalla prima puntata)? Ce la farà Assunta? Ce la farà l’ingegner Romolo Sesti Orfeo? Si metteranno insieme Vincenzo e Irene?

Da un certo punto di vista tutto questo non ha molta importanza – giustamente, non è Un posto al sole, e la trama qui è poco più che un pretesto. Esattamente come non ha moltissimo significato – un po’ sì, ma non moltissimo – contrariarsi leggermente perché quest’avvocato mediocre e uomo piuttosto debole, non bello e non giovane, risulti alla fine un filino troppo affascinante – 1. Una professionista di successo come Nives s’induce a comportamenti puerili perché non può riaverlo; 2. Alessandra Persiano, la più bella del tribunale, non resiste alla tentazione di farci sesso e lo trascina in albergo perché non regge fino a casa; 3. Assunta, moribonda, lo preferisce alla propria stessa figlia, e ai proprj nipotini, pare proprio perché compiaciuta del gesto in fondo coglione di regalarle una bottiglia di whisky quando le è stato diagnosticato un cancro; 4. Un ingegnere di vaglia lo designa difensore d’ufficio della propria potenziale vittima in memoria di quella che forse è stata la sua unica causa vinta; 5. La ragazza del morto figlio dell’ingegnere, dopo averlo visto in tv, se ne innamora pazzamente, nonostante potrebbe essere pure suo padre, o all’incirca. La spiegazione di tanto incòndito potere d’attrazione risiederebbe, poi, nella sua qualità più spiccata, quella di essere (come recita il sottotitolo in copertina) un “filosofo involontario”, un congegnatore compulsivo di quei “pensieri stravaganti e fuori luogo di cui ci mette a parte in tempo reale, facendoci ridere e riflettere, trascinandoci nella sua testa sgangherata e bellissima” (dal I risvolto di copertina). Tutti pensieri di cui ad essere messi a parte più extensive sono i lettori, mentre i comprimarj godono del profluvio delle sue associazioni in modo più occasionale; sarà per questa disparità di razioni che il Malinconico – o l’autore – esercita un fascino diversamente intenso sugli altri personaggj e, credo, i lettori. Si dà in effetti il caso che alcune delle sue deliranti riflessioni siano molto belle [specie quando critica, segno forse d’una personalità dell’autore un filìno più risentita di quello che vorrebbe dare ad intendere], altre decisamente sghembe e spallate, altre semplicemente tediose e insulse, fatte d’aria macinata a vuoto. Io mi rendo conto – credo di rendermi conto – che Vincenzo Malinconico debba essere accettato così com’è, compreso del fiume lutulento che gli scorre nella testa, e che trascina pagliuzze d’oro e tronchi marcj; ma appunto perché non sempre il cespite è irrorato dalla stessa rugiada, vien fatto, solo col preferire le une parti alle altre, di auspicare, quasi automaticamente, che alcune cose men riuscite fossero diffalcate prima di andare in stampa.

Paradossalmente, tutta la sezione dedicata al Sesti Orfeo e al suo folle – ma riuscito, nello scopo di ottenere risonanza – tentativo, benché quella drammaticamente più tesa, è dal punto di vista ‘filosofico’, sì, la più organica, ma dal punto di vista narrativo la più stiracchiata e lunga; non riporto esempj perché mi sembra inutile riportare parti inutili solo per far vedere quanto sono inutili; ma se le veda chi vuole, i dialoghi sono falsi e adacquati, la tempistica è tutta sbagliata (lentissima, con ripetizioni e sensazione che nulla vada avanti). Non molto opportunamente, l’autore ha stabilito di interromperla di tanto in tanto e somministrarla a rate intercalata da analessi circa il rapporto con la moglie, la suocera che beve, &c.: solo che anche a mettere tutto insieme l’effetto di crescendo non c’è, e l’azione non evolve finché “Matrix” non si piscia addosso (di proposito, per mostrare l’ingegnere come un aguzzino) e, in rapida successione, “Mulder” non riesce a raggiungere l’ingegnere. Ma, appunto, è una sezione narrativamente non felice, affogata sotto descrizioni a vanvera e digressioni non tutte folgoranti. Pazienza. Però proprio in mezzo a questa palude c’è una parentesi, per la verità lunghetta, sul trash in cui De Silva (o Malinconico) mostra un acume altrove non altrettanto apprezzabile. 

Sarebbe a proposito della succitata eroina del trash locale Mary Stracqualurso, o più spicciativamente Stracqua, e tuttavia la riflessione, chissà perché, passa rapidamente dal tema del trash televisivo locale a fustigare non il trash, ma certi cultori dello stesso, i “sublimi del trash“, in particolare certi catoni di rete, in specie bloggeurs, che credo proprio non potranno esimersi dal sentirsi chiamati in causa da notazioni così pungenti – il cui scopo è, abbastanza comprensibilmente, quello di stabilire un netto discrimine tra un vero scrittore e un blateratore telematico. Tanto è bella e centrata questa parte – che sia equo o iniquo quello che vi si dice decida ciascuno – che la riporto per intero. Dato che gli strali scoccati dal De Silva non sono diretti ad personam ma gli esempj concreti fanno piacere a tutti, e dato che non conosco nessun blog che quanto quello della Betty rappresenti almeno all’80-90% quello che, pur a fini di condanna, tanto salientemente il De Silva evoca, porrò, a pro dei lettori, alcuni link, che faranno da scolio e, in uno, da dimostrazione pratica.

LA BANALITA’ DEL CANE.

A me, in un certo senso che poi spiegherò, Mary Stracqualurso piace. Chi si sia imbattuto anche soltanto una volta nella sua inconfondibile prosa, credo possa capirmi.

Quando, facendo zapping sulle tv locali, l’acchiappo in piena ospitata in un tg o nell’atto di elargire una pillola di saggezza a un cronista praticante che le porge il microfono credendo di abbeverarsi alla sapienza di una vecchia gloria del giornalismo, non c’è verso, devo ascoltarla fino alla fine.

Mi beo della sua ignoranza caprina, della sua cronica disinformazione in ogni campo, della dizione inurbana che la identifica, dell’agghiacciante disinvoltura con cui sostituisce la d alla t, la c alla g, la f alla v, la p alla b, la z alla s.

Mi danno non so che piacevole stordimento l’0vvietà disarmante delle sue opinioni, il moralismo mediocre, la presunzione infondata con cui pontifica su qualsiasi argomento senza conoscerlo, gli sputacchi sulle consonanti occlusive bilabiali che spesso costringono l’interlocutore a scansarsi con improvvisi quanto ridicoli scatti cranici (con la dentiera ha dei conflitti irrisolti di fissaggio), quel sentirsi irrefrenabilmente spiritosa e sagace (convinzione che trae essenzialmente dal fatto che quando fa una battuta ride da sola, spesso addirittura in anticipo), la viltà congenita, il non fare mai il nome di un potente, salvo quand’è il caso di leccare un culo eventualmente utile.

E per i cinque minuti successivi alla sua performance resto a piangere lacrime di coccodrillo davanti allo schermo, soddisfatto e responsabile del male che mi faccio da solo, un po’ come i diabetici che s’ingozzano di Nutella di nascosto.

Il cruccio costitutivo della mia perversione è che non riesco a spiegarmelo, un fenomeno del genere. Guardo Mary Stracqualurso per sapere se esiste veramente, e come fa.

Ma al di là (e prima) degli interrogativi metafisici, c’è una parte di me (di tutti noi – e siamo in tanti – incapaci di resistere al fascino impunito dell’analfabeta) più istintuale, immediata, che risponde sintomatologicamente allo stimolo stracqualursiano. Mi basta un “Quinti”, un “Appundo”, un “Infece”, per incollarmi al teleschermo e alzare il volume, interrompendo ogni altra occupazione in corso.

E non pensate che sia un patito del trash. Io lo detesto, il trash. Non ce l’ho il gusto del cattivo gusto. Sono abbastanza lucido da pensare che, se appena becco Mary Stracqualurso in tv, sospendo la visione di ogni altro programma e vedo lei, vorrà dire che mi piace.

Anche a quelli che fanno i sublimi del trash piace il trash, ma non lo dicono. Sono come i froci accovati che fingono di vedere i film porno generalisti ma si concentrano sui batacchi.

Io, se una cosa non mi piace, mi limito a non frequentarla. I sublimi del trash, quelli che fanno sistematicamente le bucce ai concorrenti del Grande Fratello, si trasformano in accademici della Crusca appena l’ospite di un talk show barcolla su un congiuntivo, danno le pagelle al bon ton dei famosi, giudicano il modo in cui portano la forchetta alla bocca o abbinano i capi che indossano, li trovo proprio stronzi.

Intendiamoci: se uno che parla in pubblico prende una scarola, sono il primo a ridere. Ma non sono un cacciatore di analfabeti, non ho quel tipo di sadismo.

Tra l’altro, se vogliamo dirla tutta, per fare le bucce a qualcuno – anche a uno che partecipa al Grande Fratello – bisogna aver fatto qualcosa, nella vita. E se date un’occhiata al profilo medio del cultore di trash, nove volte su dieci troverete un medioborghese irrisolto, con famiglia a carico ma a sua volta a carico della famiglia (spesso della moglie), privo di talento ma genericamente erudito, con aspirazioni artistiche e/o intellettuali, puntualmente naufragate, che alla domanda: “Scusa, che lavoro hai detto che fai?”, piomba in un tragico, inebetito silenzio che però subito rimuove, appioppandosi delle definizioni che lasciano l’interlocutore nel più claustrofobico degli imbarazzi.

Come un maniaco che spalanca l’impermeabile offrendo ai poveri passanti lo spettacolo irrichiesto dei penosi attributi che si ritrova, l’appassionato di trash esibisce una competenza minuziosa in tema di cattivo gusto (specialmente televisivo), al disperato scopo di vendicarsi della sua biografia. In altre parole, soffre di tigna da insuccesso. Benché i fatti (e soprattutto l’anagrafe) dicano il contrario, lui è convinto di essere artisticamente dotato. Un po’ come i vecchi che si sentono giovani dentro. Ha tentato diverse carriere, tenendosene sempre una di riserva come alibi (politico e in subordine giornalista; rockstar e in subordine critico musicale; poeta e in subordine scrittore; regista e in subordine autore televisivo; e l’elenco potrebbe continuare a lungo), ma la pura e semplice verità è che non sa fare un beato cazzo.

Ed è proprio di fronte a questa elementare scoperta che il tignoso da insuccesso ha eseguito l’acrobazia più memorabile, raccontandosi il proprio fallimento come una dimostrazione di polivalenza artistica, una generica attitudine al Po’ di Tutto; al pari dei musicisti negati che si esibiscono ogni volta con uno strumento diverso ma non ne sanno suonare nessuno.

In conseguenza di questa immotivata fiducia in un talento in attesa di specificazione, l’oggetto della fama cui il tignoso da insuccesso aspira diventa praticamente incidentale. Farebbe qualunque cosa, dal cinema neorealista al cabaret, se gli arrivasse un’offerta.

Da questo punto di vista, fra lui e una velina moderna, per la quale una particina in un cinepanettone e un ministero sono traguardi equivalenti, non c’è alcuna differenza. Ma la velina di oggi ha da poco compiuto i diciott’anni e può permettersi la minigonna: lui no.

Il tignoso da insuccesso finisce per passare la vita in attesa dell’occasione che gliela cambierà. Pensa che, se gliene offrissero la possibilità, farebbe il culo al mondo. Siccome, però, il mondo non gli presta il minimo interesse, lui gli dà l’assalto in rete, pubblicando (dice proprio così, quando pontifica su bacheca elettronica, convinto che quel verbo corrisponda davvero all’attività che svolge con tanta dedizione) impietose recensioni in ogni campo dello scibile, dal cinema alla televisione, dalla poesia alla letteratura, dalla politica al costume, dalla techno alla lirica, dall’architettura d’interni al fashion giovanile (di cui si autoproclama un formidabile esperto, manco poi li frequentasse, i giovani, che tra l’altro non si capisce perché dovrebbero frequentare lui); ma dal momento che il suo antagonismo non fa presa se non nella confraternita dei disperati telematici che conosce personalmente uno a uno (perché i caduti in disgrazia stanno sempre a sottoscrivere cartelli d’intesa), l’unica è andare in cerca di mentecatti che almeno, rispetto a lui, abbiano il difetto di non conoscere la lingua italiana.

Quando parliamo di Mary Stracqualurso, invece, dobbiamo superare le mistificazioni del trash e le deviazioni patologiche della tigna da insuccesso per approcciare un fenomeno che, come dicevo all’inizio, ha davvero dell’inspiegabile […].

&c.&c.: qui poi Malinconico (cioè De Silva, in tutto e per tutto: non ha molto senso che un paglietta semifallito sia tanto surcilioso nei confronti dei sublimi del trash, mi pare; non se lo può permettere) si dilunga sulla Stracqualurso, e alla fin fine non spiega proprio un bel nulla: semplicemente la Stracqua è una strafalciona arruffona ambiziosissima che non sa fare nulla ma ha le mani in pasta dappertutto – e dunque anche il Malinconico sarebbe un sublime del trash, non internettaro e non metodico, anzi singolarmente selettivo, se non ossessivo (piange, addirittura, dopo aver visto l’idola in televisione), ma un sublime del trash a sua volta.

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