651. Dialogo con Gilda Policastro.

20 Ott

https://i1.wp.com/www.fondazione-crmo.it/uploads/Image/Foto%20Policastro.jpgGilda Policastro si è laureata a Roma nel 1999 con una tesi su Dante e le catabasi antiche; nel 2003 ha conseguito un Dottorato di ricerca in Italianistica presso l’Università di Siena-Perugia, e qui è attualmente ricercatrice. In volume ha pubblicato tra l’altro In luoghi ulteriori. Catabasi e parodia da Leopardi al Novecento (Giardini, Pisa 2005), Il potere come degradazione e l’apocalissi come soluzione: Pasolini da Salò a Petrolio (Bulzoni, Roma 2005), una Guida alla lettura per Le strade che portano al Fucino di Tommaso Ottonieri (Le Lettere, Firenze 2007), il saggio Pirandello e Brecht: un incontro possibile? in Gli intellettuali italiani e l’Europa (1903-1956), a cura di Franco Petroni e Massimiliano Tortora (Manni, Lecce 2007), Sanguineti (Palumbo, Palermo 2009), e, ultimamente, la “prosa in prosa” La famiglia felice (D’If, Napoli 2010) e, soprattutto, il romanzo Il farmaco (Fandango, Roma 2010), che ha suscitato notevole interesse. Ha inoltre firmato numerosi interventi critici in rivista, in particolare su Dante, Leopardi, Pirandello, Pavese, Pasolini, Manganelli, Sanguineti. Redattrice della rivista «Allegoria», collabora con «Alias» e «Liberazione». Ha pubblicato poesie su «l’immaginazione» (agosto-settembre 2006, con una breve nota di Romano Luperini) e in un volume di “Ogopogo” con illustrazioni di Cosimo Budetta (agosto 2007).

 


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Quando hai cominciato a scrivere? È importante cominciare presto?

Non credo esista una regola generale. Posso dire che io, a differenza di quanto accade comunemente, ho cominciato con la prosa: racconti e romanzi, praticamente da quando mi sono confrontata come lettrice coi grandi classici. Mi ponevo allora soprattutto questioni di forma, di struttura: tra i miei progetti mai realizzati c’era una serie intitolata Quadri d’autore, sul genere dell’ekfrasis che oggi gode di grande fortuna (penso a un esempio mirabile come La vita dei dettagli di Antonella Anedda, ma anche ad esperimenti che mi lasciano meno convinta) e poi un romanzo intitolato La logica fuzzy, anche questo anticipatore, se posso dirlo, di una tendenza che poi si è rivelata molto feconda, della contaminazione fra la letteratura e altri ambiti, specie scientifici. Poi, nell’ultimo decennio, ho cominciato a lavorare sulla lingua in modo più specifico, e ne è derivata quasi di necessità una maggior propensione per la poesia, che però è stata sempre molto vicina, nel mio caso, a una tradizione di poesia “narrativa”, se non vogliamo dire, con una formula anche questa oggi in voga, di “prosa in prosa”.

Quanto tempo ti ha richiesto la stesura de Il farmaco?

Ho lavorato per due anni in modo discontinuo sul tema della malattia in senso molto ampio, come condizione oggettivamente universale (a partire dall’assunto sveviano della vita come “malattia della materia”), raccogliendo suggestioni dalle letture più disparate: inizialmente l’idea era di un romanzo-saggio attorno a questo tema, con ciascuno dei capitoli introdotto da una delle definizioni raccolte (da Groddeck a Foucault, passando per un insospettabile come Lotman). Per fortuna l’editore ha incoraggiato una via diversa, più libera, pur senza forzature e nel pieno rispetto dei motivi singoli cui mi premeva dare forma e incarnazione (ad esempio il sadomasochismo dei rapporti, come alternanza di caratteri in connessione ai ruoli).

In fondo ai ringraziamenti, nel libro, citando Sanguineti, dici di aver detto la verità, anche se non tutta la verità. Colpisce il contrasto tra uno scrittore-poeta così ‘costruito’ e la nudità con cui ti presenti nel tuo romanzo. O la lezione di Sanguineti ha soccorso anche in questo caso?

C’è un’aspirazione alla nudità delle cose, diciamo così, che passa però, secondo la lezione sanguinetiana, attraverso il travestimento verbale, lo schermo della letteratura e della tradizione: penso al fatto che Sanguineti abbia parlato della perdita della madre solo in un tratto di Laborintus, il 21, camuffandolo con tutte le citazioni che gli fosse dato recuperare. Credo di aver provato anch’io una strada simile, probabilmente con qualche concessione o cedimento emotivo in più.

Ti sei occupata, come studiosa, prevalentemente di scritture novecentesche (Pirandello, Pavese, Pasolini, Manganelli, Sanguineti), ma ti sei laureata con una tesi su Dante e sei autrice di saggj  sui classici (come questo su Traduzione e invenzione da Leopardi a Pavese). Qual è il tuo rapporto coi classici, specie grecolatini? Come influiscono sulla tua scrittura?

Pavese diceva di rileggere periodicamente le tragedie greche: è qualcosa che in qualche modo provo a fare anch’io, e non solo con le tragedie greche, in generale con i classici, che hanno certo orientato la mia formazione e le mie predilezioni estetiche tanto come critico che come autore (penso a Leopardi, a un testo per decisivo come le Operette morali, né romanzo, né poema, né trattato…e allora cosa? “quel libro senza eguali”, come disse Calvino). Forse la longevità, come la definivano i culturologi, è l’unica vera misura della qualità di un testo: se le tragedie greche sono ancora qui dall’Atene del V secolo, è perché pongono questioni attinenti all’umano (ricordo il mio professore di greco all’università, che ci spiegava in sintesi estrema come i tre tragici avessero esaurito tutte le possibilità di indagine dell’esistenza: il rapporto tra uomo e cosmo – Eschilo – tra l’uomo e l’Uomo, cioè l’essenza dell’umano – Sofocle – e tra uomo e uomo, cioè i rapporti umani all’interno della vita associata – Euripide). Ecco, è un’aspirazione, più che una traccia precisa, questa volontà di accostarsi all’essenza, a ciò che riguarda il senso ultimo delle cose.

Enza, la complessa protagonista del tuo romanzo, ha una personalità contraddittoria, oscillante tra due poli che si potrebbero per comodità identificare classicamente con ‘sadismo’ e ‘masochismo’; cifra della sua condizione sembra essere in ogni caso la dipendenza. Viene spontaneo chiedersi: che valore potrà avere per te, o per una donna della tua generazione, quello che un tempo si chiamava femminismo?

Nessuno, e lo dico con grande rammarico. Mi è capitato di sostenere in un dibattito pubblico alla Casa delle donne, durante la recente edizione di Romapoesia, che le mie coetanee, e peggio ancora le più giovani, stanno tornando ai valori delle nonne, rinunciando alle conquiste delle madri (di solito femministe): la casa, la famiglia, i figli. Alla generazione delle trentacinque-quarantenni è mancato del tutto un orizzonte collettivo di confronto e di discussione sui temi comuni. Le più grandi conquiste in materia di libertà per la donna, dall’aborto al divorzio, le abbiamo trovate già lì, sono scontate e dunque non abbiamo una gran coscienza della forza del pensiero e della riflessione comunitaria da cui sono scaturite.

Si può definire l’ospedale in cui lavora Enza come una metafora dell’esistenza?

Direi che si può definire solo in questo modo, non avendo dei connotati precisi che lo possano identificare come luogo nel tempo, secondo un cronotopo prestabilito. Si tratta di un luogo separato, ma che finisce con l’inglobare tutto il resto, la vita dei sani dovrebbe “rimanere a valle”, distinta, ma sani, nel libro, non ce ne sono, e i germi valicano le mura domestiche tanto dei medici che dei pazienti, contaminando ogni cosa.

Sei nota per essere una critica particolarmente battagliera, ma sei anche una poeta e, ora, una romanziera. C’è un versante “più vero” della tua scrittura? Che cosa prevale in te, la critica, la scrittrice, la poeta?

È un problema che nei decenni passati ci si poneva raramente, per non dire affatto: Sanguineti e Pasolini, per citare due autori molto diversi, non hanno lasciato inevaso nessun ambito espressivo, Sanguineti scrisse pure un testo per il Festival di Sanremo. Che si rassegni, perciò, chi oggi vorrebbe il campo letterario suddiviso in microaree territoriali, corrispondenti ad uno ed uno solo degli ambiti culturali. Credo che lavorare attorno a certi temi in modo ossessivo, come i critici e gli scrittori fanno da sempre, non possa che portare a slittamenti, contaminazioni, sconfinamenti.

L’esercizio critico è necessario alla scrittura?

Diciamo che l’aver esercitato a lungo un’attività critica può rendere molto consapevole uno scrittore, fino all’autoinibizione o, peggio, all’autovalutazione, con l’offerta-pretesa dell’unica interpretazione autorizzata, che è un rischio che molti degli scrittori-critici del passato hanno corso. L’opera va lasciata sola, a un certo punto, parafrasando un noto titolo di un poeta contemporaneo.

Da diverso tempo sei presente su Nazione Indiana, il più grande sito letterario italiano, con post molto seguìti. Come vedi la rete, e gli scambî che vi si hanno? È una vetrina, un luogo di possibilità, uno stimolo, una penalizzazione? Un male necessario?

Un’occasione insperata di confronto, dopo che il dibattito critico sembrava essersi estinto come genere, e più d’uno ne aveva decretato l’impossibile recupero. La rete, però, come mi è capitato spesso di dire, mentre segnala un grande bisogno di confronto e anche una enorme, diffusa passione per i libri e le questioni letterarie in generale, replica ed amplifica i peggiori difetti della critica giornalistica, dall’approssimazione all’improvvisazione all’impressionismo all’emotività. Ne deriva anziché un atteggiamento di rispetto o addirittura di soggezione per gli specialisti, com’era per i critici dei decenni passati, il loro rifiuto preventivo come categoria in sé, e addirittura l’accerchiamento o il dileggio quando le discussioni si facciano anche soltanto più puntuali, avvalendosi di un codice specifico.

Puoi fare qualche nome di scrittore, di oggi, possibilmente tuo coetaneo, che rappresenta meglio di altri questo tempo?

Non mi sento di attribuire questa responsabilità a nessuno dei coetanei: per fortuna ci sono molti coraggiosi che non temono, al contrario, di essere inattuali, come il bravo Giuseppe Schillaci nella sua prova d’esordio L’anno delle ceneri, un romanzo verghiano nel 2010, che non segue la moda dei romanzoni storici corali e torrenziali, ma racconta in una misura contenuta una storia di amore e superstizione dal forte impatto. Avevo amato anche il Peppe Fiore de La futura classe dirigente, qualche tempo fa: mi pare una voce interessante da seguire, per la capacità di raccontare storie ordinarie con un’ironia malinconica e straniata che dall’Aldo Nove di Woobinda nessuno ha tentato più di recuperare. Se devo dirti, però, mi pare che i risultati migliori degli ultimi anni, vengano più dalla poesia che dalla prosa: da Il colore oro di Laura Pugno, fino al Gian Maria Annovi di Kamikaze e altre persone, mi pare si osi molto di più, linguisticamente, e dunque in termini di rappresentazione del presente (perché il mondo è ancora attraverso il linguaggio che si esprime, come i narratori miei coetanei sembrano aver dimenticato). 

Gilda Policastro: intervista per la Sesia.


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