642. Scheda: Nicolosi, “Oltre l’omosessualità. Ascolto terapeutico e trasformazione” (1993).

14 Ott

Joseph Nicolosi (1947), Oltre l’omosessualità. Ascolto terapeutico e trasformazione [“Healing Homosexuality. Case Stories of Reparative Therapy”, 1993]. Con la collaborazione di Lucy Freeman. Trad. Monica Rimoldi. Con una prefazione di Claudio Risé. Ed. San Paolo, coll. “Psiche e Società” n° 1, Cinisello Balsamo (MI) – Torino 2007. Pp. 309, compresi gl’ìndici.

https://i2.wp.com/img.libreriadelsanto.it/books/n/nxKkNYHGvJv5.jpgL’ho rinvenuto al Balôn nel cumulo dei libri, buttati, provenienti con ogni probabilità dalla biblioteca di qualche ecclesiastico morto, in mezzo a molti testi dirigenti a soda pietà. Le date (1993 e 2007) sono eloquenti d’una fortuna tardiva di questo indirizzo terapeutico nel nostro Paese, in primis grazie al fatto ch’esso ha cominciato a ridiventare un paese di destra, levandosi faticosamente ma volenterosamente ogni maschera ipocrita, a partire prevalentemente dal 1994; anche la psichiatria, lentamente ma inesorabilmente, ha preso un differente indirizzo, e la risoluzione dell’Associazione Psichiatrica Americana (1973), che non è certo un dogma, di rimuovere l’omosessualità dal novero dei “mental disorders” è tornata ad essere carne di porco per molte persone. Un andazzo che non ha avuto molta eco mediatica, salvo la canzone di Povia, “Luca era gay”, presentata al festival di Sanremo nel 2009, ma che in ogni caso riflette l’opinione di molti cattolici, ma non solo. Non mancano e non sono mai mancati analisti di sinistra, come Massimo Fagioli, le cui teorie non sono affatto in contraddizione con l’idea di una terapia riparativa dell’omosessualità.

Il volume inaugura la collana “Psiche e Società” dell’editrice cattolica, collana diretta dal prefatore Claudio Risé, che condivide l’opinione dell’autore, secondo cui l’omosessualità è frutto di mancata crescita, è un disturbo dell’affettività, e può essere curata tramite adeguato trattamento psicanalitico (già il concetto di disturbo dell’affettività è scarsamente dimostrabile, vedi che cosa ne pensava ad esempio Tobino: “Gli affetti non si ammalano”). Risé solleva solamente l’obiezione che il Nicolosi, semmai, non mette il debito accento sulla relazione diretta tra fioritura del fenomeno e diffusione di un modello familiare matrifocale dovuto all’affermarsi di ideologie che hanno messo in seria crisi il valore dei ruoli di genere a partire dagli anni Settanta: ma Nicolosi non manca di mettere in relazione omosessualità e femminismo come schieramenti ideologico-militanti spesso compresenti nel nome di una valorizzazione del principio femminile.

Nel libro sono esposti 8 casi, nessuno corrispondente ad un vero caso trattato dal Nicolosi nel corso della sua lunga carriera, ma risultanti dalla condensazione delle tipologie fondamentali emergenti da circa 200 casi affrontati in un ampio lasso di tempo. In  contrapposizione al TAG, programma ortodosso di accettazione di sé proposto da terapeuti attivi nella scuola e spesso a loro volta omosessuali (un programma non immune da difetti, perché ha causato parecchj suicidj, a suo tempo, tra ragazzini), quello del prof. Nicolosi è un programma finalizzato alla guarigione dall’omosessualità attraverso il recupero di un rapporto intimo ma non sessuale col proprio stesso sesso. E’ uno dei punti-cardine di questa teoria, ma è anche parecchio oscuro, dal momento che s’inferisce automaticamente che gli omosessuali non abbiano, di norma, amicizie maschili, ma solo relazioni sessuali con esponenti del proprio sesso. Stabilito questo, dev’essere detto che l’intero percorso riparativo avviene all’interno di strutture private, e che nulla di coercitivo traspare dalla prassi del Nicolosi, al cui studio si presentano omosessuali intenzionati già per loro conto ad eliminare questo peso dalla propria vita. Vi sono condotti anche minorenni, ma si tratta pur sempre dell’iniziativa dei rispettivi genitori, sulla quale non è possibile esprimere nessuna riserva morale o legale. Questo non pone affatto la presunta terapia al riparo dalle critiche: pubblico o privato non conta, quando si tratta, per l’appunto, di una pratica che si propone come terapia: in quel caso sono i risultati, e il giudizio della comunità scientifica a far testo. La comunità scientifica già s’è pronunciata in senso contrario: già implicitamente, per così dire, attraverso la posizione assunta in merito all’orientamento sessuale da parte delle organizzazioni ufficiali di tutto il mondo civile; mentre per quanto riguarda i risultati, è lo stesso Nicolosi a pronunciarsi con lodevole candore in merito. Se una lettura del genere non è totalmente sterile dipende esclusivamente dalle conclusioni a cui si può pervenire, anche tramite essa, circa certi orientamenti dell’opinione pubblica, che sono poi la cosa più importante: più importante di qualunque legge, giusta o sbagliata, e di qualunque risoluzione ufficiale.

Albert convive con i genitori, lavora in un vivajo, ama i fiori. Odia essere eccitato sessualmente, ha vissuto poche e problematiche relazioni, tutte occasionali. Prova risentimento nei confronti dei genitori, che non ne hanno riconosciuto l’identità maschile. E’ un masturbatore ossessivo (qualità tipicamente omosessuale, secondo il Nicolosi). Durante la terapia conosce un uomo con cui fa sport; riacquista fiducia nei confronti del proprio corpo; pallido accenno d’interesse per il corpo femminile. Un anno dopo è fidanzato con Helene; ha tentazioni omosessuali solo nei momenti di stress.

Tom, uomo molto bello, 40 anni, ha un’attività, ha mandato a monte il matrimonio quando ha confessato alla moglie di avere un rapporto con Andy, 24 anni, che lavora da loro ed è un po’ della famiglia. Ha avuto rapporti sessuali precoci (8 anni) con il fratello. Frequenta molto il mondo gay, ma le relazioni omosessuali non sono durevoli. La moglie lo ajuta nel percorso di guarigione, ricompattano la famiglia (hanno figlj). Pochi anni dopo Tom muore di AIDS.

Padre John, 52 anni, è un gran consumatore di pornografia, frequenta un certo alberghetto a ore. Ce l’ha con dio, perché dio è il padre, e suo padre lo sminuiva. Durante la terapia continua nelle sue attività gaye perché vuole creare distacco, sentire la felix culpa e “fallire con successo”, come dice lo scrittore Colin Cook. Che è tutto dire, perché questo scrittore Cook era un collaboratore dell’associazione del Nicolosi poi scoperto a far sesso con gente che aveva in terapia; dovette riprendere il percorso, con esiti che però il professore definisce ottimi. Padre John dopo un po’ di terapia comincia a notare le donne.

Charlie, bibliotecario, colto, deciso e intelligente ma cresciuto come una “checchina” da un parentado tutto femminile. Primi rapporti a 13 anni con Andy, lo “stallone del gruppo”, ad un campeggio. Aveva la fantasia di possedere una donna coadiuvato o incoraggiato da costui. Fa sport con un uomo, riprende possesso del proprio corpo.

Dan lavora in televisione, è molto virile e spesso sfotte insieme ai colleghi un collega evidentemente gay. E’ rabbioso, vuole rispetto a tutt’i costi. Il padre autoritario non lo riconosceva come maschio, non lo faceva lavorare nella sua officina. La madre era ansiosa ed estranea. Primo amore sfortunato al liceo.

Steve, 24 anni, l’unico caso descritto di abbandono della terapia. Feticista dell’abbigliamento western, della pelle e degli stivali, si masturba davanti allo specchio dopo essersi vestito da cowboy.

Edward è un adolescente sorpreso dalla madre in lieta compagnia con riviste pornogay. E’ venuto in contatto anche con il Progetto10 della sua scuola, uno sportello istituzionale di consulenza per ragazzi omosessuali, che serve alla piena accettazione delle tendenze sessuali. Ama recitare, perché lo rende sicuro di sé – perché deve essere altro da sé stesso, dice Nicolosi. Ha un dialogo col padre davanti all’analista; il padre s’impegna ad insegnargli la professione legale nel suo studio.

Roger, 27 anni, è un insegnante dall’abbigliamento stravagante (ama anche lui gli stivali), che tenta di uscire dall’omosessualità; come anche l’ex-amante Perry. Odia i rapporti omosessuali ed esce distrutto dalle relazioni. Subisce gli allievi e i genitori. Ha il primo rapporto a 5 anni con un tredicenne. Per lui è un problema enorme rinunciare all’intensità dell’innamoramento – infatti è quello che il professore cerca di eliminare, la possibilità dell’innamoramento.

Dopo qualche seduta individuale, si passa alle sedute di gruppo, come quelle degli alcolisti anonimi (che è un paragone che Nicolosi istituisce volentieri). Ci sono tre livelli successìvi:

  1. SENZA, chiacchierata generica, in cui si parla degli eventi della settimana, senza entrare nel merito dei motivi di quello che s’è detto e fatto;
  2. ENTRO; due o più persone cercano le motivazioni di quello di cui si parla;
  3. FRA: due membri del gruppo parlano tra loro del loro stesso rapporto.

Infatti i pazienti – o meglio: “clienti”, come li chiama il professore, e fa benissimo – sono messi a coppie per vedere se riescono a sviluppare reciproci rapporti non sessuali. Riassumendo: l’omosessualità non esiste come condizione, esistono solamente comportamenti omosessuali dovuti ad un’erotizzazione del modello maschile, con conseguente mancata interiorizzazione. L’interpretazione che si dà del fenomeno non è mai, assolutamente, sociale: anzi, val la pena di rammentare che il prof. Risé nella prefazione distingue tra un prima, quando la pressione sociale era la causa prima dell’entrata dei gay in terapia, e un dopo, che dovrebbe essere questa nostra attualità, in cui determinati modelli sarebbero diventati addirittura dominanti. Lo stesso Nicolosi parla del TAG definendolo sprezzante un prodotto da “cultura popolare”, quasi la sua teoria, retriva e polverosa, fosse addirittura roba raffinata, da élite o da avanguardia.

La causa risiede esclusivamente nei genitori: la madre è dominante e/o invadente, mentre il padre può essere o autoritario o passivo, ma in ogni caso non intenzionato a riconoscere l’identità maschile del figlio. Il figlio non introjetta la virilità, ma l’erotizza, cercando di completarsi come maschio nello scambio sessuale: per questo apprezza maggiormente gli eterosessuali, di cui gli manca il rapporto disinvolto col corpo (che cosa c’entra questo con l’omosessualità? Tutti gli eterosessuali, donne e uomini, hanno un rapporto disinvolto col proprio corpo?). S’è detto che è un masturbatore ossessivo: ma non arriva mai a considerare il pene come parte di sé (càpita a molti. E’ anche il motivo per cui è chiamato “cazzo” [=cagnolino] o “uccello”; come la vagina è chiamata “mona” [=monicchio, scimmia] o “passera”, &c.). La fellatio è un tentativo di succhiar fuori la virilità dal partner [e il partner che se lo fa succhiare, cerca di farsi succhiar fuori la propria virilità per sentirsi più finocchia?]. L’omosessuale è un maschio incompleto, passivo, che ha un problema con la vita in generale, come ricorda il filosofo Eli Siegel [brutta figura di ebreo complessato, non filosofo ma sedicente poeta, à la manière degli europei Pitigrilli o Maurice Sachs, intinto di fascismo, fondatore a sua volta di una specie di setta che, nel nome del suo “realismo estetico”, pretendeva di curare l’omosessualità]. I suoi rapporti sono e saranno sempre insufficienti, prosegue il professore [e questo è veramente il colmo], perché puntano ad una fusione che non può avvenire. Ma questo è il tormento di qualunque amore romanticamente inteso – nel qual caso, inoltre, parlare di “insoddisfazione” non ha nessun senso; piuttosto di tormento, appunto, si può parlare, di infelicità amorosa, che è un sentimento assorbente, totalizzante, impossibile da definire come “insoddisfacente” – richiamando l’insoddisfazione un’idea d’insufficienza, mentre qui è l’insufficienza dell’amante ad essere un tipo specialissimo di dolore. Nonostante le stesse cose siano ripetute in continuazione e da tutti anche per quanto riguarda i rapporti eterosessuali, che non sono e non possono essere affatto privi delle frastagliature, delle intermittenze e delle insoddisfazioni che qui si riferiscono solamente a quelli omosessuali, il professore ha deciso di fare la rivoluzione: in particolare per quanto riguarda il conseguimento dell’assoluto, questa fusione tra uomo e donna può avvenire! Infatti: tutt’i matrimonj sono felici e durano cent’anni. La passione, anche distruttiva, tra uomo e donna non esiste. Non esistono uomini e donne eterosessuali che hanno un cattivo rapporto, o problematico, con la propria sessualità. Non esistono frigidità, rifiuto ossessivo del corpo, pedofilia, necrofilia, zoofilia, ejaculazione precoce, impotenza psichica, erotomania, satiriasi, ninfomania, nevrosi, violenza, paura del corpo, dei comportamenti del corpo, degli umori del corpo.

Il professore sostiene: I rapporti omosessuali sono fondati sull’ambivalenza: l’omosessuale insieme ama e odia il compagno. Dato che la motivazione sociale di questi rapporti nevrotici è stata, come possibilità, diffalcata, rimane sempre la possibilità di ricordare al professore che ha che fare esclusivamente con un’umanità malata, che non accetta la propria sessualità: la sua specola è quella. Altri omosessuali non ne conosce. La riprova, secondo lui, che l’ambivalenza è la cifra dell’amore omosessuale starebbe nel fatto che la gran parte della pornografia omosessuale è s/m. Ma questo è falso come giuda: basta andare su youporngay per rendersi conto che la grandissima parte dei filmati è di tipo assolutamente classico; se proprio si vuole la prova provata, si ordinino i filmati per numero di visite, e si vedrà che lo s/m non è affatto rappresentato come dice il professore. Tra maschio e maschio (ah, già: il professore non si occupa di omosessualità femminile. E le lesbiche?) c’è accesa competitività. Perché, tra maschio e femmina non c’è?

Per uscire da questo stato di cose, l’omosessuale deve cominciare a edificarsi un’altra percezione di sé come maschio, imparando a intrecciare, come s’è detto, relazioni amicali non sessuali con altri uomini. Sono esclusi, evidentemente, tutti quegli omosessuali che relazioni amicali con altri uomini non hanno difficoltà ad averne – ma di quelli il professore non può conoscerne. La ricetta è tutta qui: e non sfuggirà al lettore avvertito che quello che il professore, nel nome della sanità, suggerisce è passare da un’autorappresentazione ad un’altra. L’autorappresentazione è una maschera psichica, ed è ovvio che la persona equilibrata debba auspicabilmente disfarsene; solo che l’autorappresentazione di partenza è mera illazione del professore – chi l’ha detto che la matrice è nell’autorappresentazione? – mentre quella d’arrivo è una mera autorappresentazione, come sempre il professore dice. La condizione di partenza non è dimostrata come falsa – è dimostrata come patogena, in molti casi, ed è verissimo, ma non per le motivazioni addotte dal professore -, mentre quella d’arrivo, che dovrebbe essere quella sana e giusta e buona e secondonatura, è dimostratamente una finzione, anzi, una menzogna.

Ma il peggio deve ancòra venire. Alla fine del trattamento, ed è la cosa più stupefacente, meno della metà dei “clienti” – come chiamarli pazienti, se nemmeno il professore si osa farlo? – arriva a quello a cui il professore si riferisce non chiaramente come “eterosessualità” o “matrimonio”; gli altri devono accontentarsi di aver abbandonato l’omosessualità. Sennonché, se gli otto casi emblematici proposti sono realmente dimostratìvi delle tendenze generali, questa stima è persin troppo ottimistica, perché su otto solo due, ossia Albert il fiorajo e il prete John, iniziano ad avere vaghi rapporti con l’altro sesso, e il secondo solo molto alla lontana – parla di una generica attenzione, di uno sguardo, nulla più.

Ma sembra chiaro in che cosa consista, però, il traguardo dell’eterosessualità quando si riferisce, di Roger ormai in via di guarigione (!), il rimpianto per il coinvolgimento romantico, per l’eccitazione da innamoramento. Tolto quello, mi pare, hai tolto tutto. Non credo che esista un solo essere al mondo, compreso il professore, che la pensi diversamente. A questo punto è patente quello che il professore lascia intendere e non dice: la non-omosessualità, specie maschile (le lesbiche dove sono finite? Perché non se ne occupa?), è un valore in sé, superiore e preferibile ad una qualunque vita sessuale, se questa è una vita sessuale omosessuale. E’ una specie di castrazione psichica, quella che propone il professore. D’altra parte il ragionamento è disgustoso, ma coerente: l’omosessualità è incompletezza; la non-omosessualità è automaticamente completamento. Si realizzerebbe, cosa peranco ignota al sole, il paradosso di una completezza più incompleta dell’incompletezza; laddove l’incompletezza vera starebbe nell’avere un’attività amoroso-sessuale, tolta la quale attività si avrebbe la sospirata completezza. Ma si potrà?

Si può ancòra capire la preferenza a prescindere accordata all’eterosessuale rispetto a qualunque omosessuale; ma quella del professore non è una fabbrica di eterosessuali, è un opificio di eunucoidi, di monchi.

Non ha nemmeno senso mettersi a discutere dell’ispirazione attolica di questa morale distorta: essa morale distorta E’ cattolicesimo all’ennesima, è castità ecclesiale, è farsi capponi per il regno dei cieli – sennonché è pure peggio, perché almeno la morale cattolica minaccia strali e promette premj & consolazioni altrettanto iperbolici – giustamente il regno dei cieli è al centro della ricerca, è la ricompensa di ogni sacrificio -, mentre questo percorso di terapia riparativa, tenuto insieme con due pregiudizj, quattro psicologemi alla moda di sessant’anni fa e sei robusti scaracchj, lenisce sopportabilissimi dolori, promette vantaggj delle palle e non mantiene un beneamato cazzo. Semplicemente è l’espressione psicotica di un Lump omosessuale che odia la propria natura, prima umana che sessuale, e pretende di erigere, hitlerianamente, la propria miseria mentale a regola, a terapia, a sistema di vita. Finché se la suonano e se la cantano, si dirà. E invece no: finché si stamperanno libri e si canteranno canzoni e si teorizzeranno percorsi di terapia riparativa, il discrimine tra pubblico e privato, tra affari miei e questioni loro, rimarrà sempre troppo labile per consentire a chiunque di lavarsene le mani. In specie se di mezzo c’è – è odioso, sarà odioso, dirlo, ma è così – una categoria a rischio, ancòra socialmente fragilissima.

Le conclusioni sono tetre come i presupposti. In sintesi: rischj di ricadute sono continui, come conferma un non meglio precisato luminare ottantaduenne che il professore si degna di citare (non dico che sia tassativo che a pronunciarsi in consimili materie sia gente a cui si rizza ancòra, ma non riesco ad evitare la sensazione di una poderosa presa per i fondelli). Questo, però, il caso dello scrittore Colin Cook insegni, è una falsa avvertenza pragmatica; di fatto questa letteratura, rivolta a preti finocchj e in genere ad omosessuali con vocazione al crocifisso, se può promettere poco e non può mantenere nulla, almeno può consolare; e dunque il professore mette le mani avanti: con la metafora, che mi disgusta, non so perché, del vaso di creta, che una volta che è stato spezzato e rincollato può perdere acqua dalle crepe. Non è una constatazione amara, anzi: è indulgenza nei confronti di quei preti in malafede e di quegli omosessuali vittime della cattiva educazione cristiana che sicuramente torneranno a farsi le pippette su youporn, ad andare a puttani e a fissare le cosce dei carabinieri. L’importante è che sappiano, con tutta la fibra, che questo è male assai; e se ne sentano in colpa. Anzi, se proprio, come certi gesuiti del buon tempo andato, indipeti frustrati, trovavano la loro occasione di martirio nella quotidianità, così anche il vitio nefando, purché vissuto come malattia, può essere occasione di martirio a sua volta; c’è padre John, il viscido porco, a dare tutte le pezze d’appoggio del caso, la felix culpa, il fallimento di successo e tutte le altre belinate su cui la chiesa ha costruito – con molta più fatìca che non si creda, perché queste sì son cose ripugnanti all’uomo e alla natura – la sua lurida fetente fortuna.

Non solo il gay di per sé è in errore; essendo egli in errore, tutto quello che fa è sbagliato. Charlie, durante una delle sedute collettive, condanna tutta la produzione gay come erotica. E’ una condanna che ha buon gioco, dato che non può essere altrimenti. Rimane da spiegare quale arte non sia erotica, però: quella eterosessuale sicuramente non lo è di meno, dal momento che se si escludono racconti, romanzi, novelle, film, sculture, dipinti, melodrammi, musical, operette, vaudevilles, farse in un atto, prosimetri, tragedie, commedie, tragicommedie, drammi pastorali che hanno centrale il tema amoroso rimane quasi nulla, e quello che rimane è in pochissimi casi sublime, nei restanti non val nulla. Gli è che il dato erotico, nella produzione ‘omosessuale’, si nota maggiormente perché è più raro, mentre in quella mainstream, eterosessuale, nemmeno si nota più, è una delle tante procedure opache di cui è intessuto qualunque discorso narrativo. L’assoluto teoricamente rappresentato dall’eterosessualità maschile, contrapposto al principio femminile-omosessuale, è un terrore tipicamente omosessualfascista: è tutta questione di prospettive. L’assoluto si manifesta laddove c’è chi è in grado di attingerlo, non laddove c’è eterosessualità: sennò il mondo non sarebbe mondo, ma un giardino (in cui i Nicolosi non entrerebbero, sia detto per inciso). Il problema di Nicolosi è che fa coincidere “sessuato” con “erotico”. Le sovrastrutture con cui l’amore eterosessuale ci è proposto attraverso la mediazione artistica hanno una funzione, e un effetto, del tutto primarj, di distrazione dal vero nocciolo della questione, che è l’atto sessuale: Romeo e Giulietta parlano esattamente di quella cosa e contemporaneamente parlano di tutt’altro. La comunicazione sessuata omosessuale ovviamente non ha la stessa stratificazione storica: ha una verità assai più diretta, anche quando non riesce ad affrancarsi, o non può, da certa visione eterosessuale dell’amore. Ma il fatto stesso che il ‘furto di sovrastruttura’ sia avvertibile non può non dipendere dal fatto che noi possiamo perdere beatamente di vista il coito, ma la sovrastruttura non può dimenticarsene, sennò crolla; e dunque anche essa sovrastruttura, nella sua in fondo vana complicatezza, è del tutto fisiologica. Questo vale già a livello di convenzioni spicciole, solo dopo può attingere la sfera dell’arte. Si pensi a quando George Michael, all’epoca dei primi e faticosi (e anche forzati, com’è questo il caso) coming out di tanti insospettabili, fu sorpreso in un cesso con l’amico; una giornalista italiana, appunto una donna, credette d’esser più realista del re quando disse che il cantante s’era comportato male, non proponendo nemmeno – dato che in alcune parti degli USA questo, com’è noto, è previsto – un matrimonio riparatore. Qualcuno mi smentisca se ha senso parlare di una cosa come ‘matrimonio riparatore’ laddove nessuna delle due parti contraenti può esser rimasta incinta; e si provi a invertire – di segno sessuale – la questione: se fosse stato beccato al cesso con una donna, se ne sarebbe parlato, di matrimonio riparatore? Lì il rischio d’incingimento era certamente superiore, ma chi avrebbe ritenuto, sul fosco fin del XX secolo, moralmente ineccepibile impalmare una donna solo per essersela trombata in un cesso? Tantopiù che chi crede nel matrimonio riparatore non può che pensare, di una donna che si lascia ripassare in una latrina, che è sic simpliciterque una mignotta. E chi se la piglia? Va giusto bene per svuotare i coglioni. Mentre un uomo no? – ma questa è un’altra questione. Piuttosto, per rimanere sul fatto, credo che la stessa giornalista si sarebbe vergognata come una ladra di usare gli stessi concetti feudaleschi nel caso di una sveltina eterosessuale – e questo è solo uno dei troppi esempj della doppiezza e dell’ipocrisia con la quale la sessualità è nella stragrande maggioranza dei casi considerata: le due velocità a cui la storia procederebbe per gli omosessuali e per gli eterosessuali.

Insomma, qualunque tentativo di ampliare esteticamente la personalità omosessuale fino all’universale fallirebbe, non per irrealismo – che è il motivo per cui fallisce la personalità eterosessuale nell’attingere l’universale: non si tratta affatto di una condizione, ma di un conato – ma per specifica impossibilità dell’omosessuale di raggiungerlo.

Non si sa se il fatto che esistano funzioni e competenze anche non sessuate, impossibili da ricondurre ad una matrice maschile o femminile, etero- od omosessuale, consenta in qualche campo di raggiungere essa condizione universale; né si concede che essa, a rigori, dovrebbe essere semplicemente asessuata. Ne procede che mentre gli omosessuali, ovviamente, non si fanno dell’omosessualità una bandiera e una mistica, se non provocatoriamente, col fine di suscitare reazioni e di sensibilizzare e di abituare alla propria presenza, gli eterosessuali conservatori e codini, invece, sessualizzano l’assoluto: istituendo che esso non è compatibile con altro che con il possesso eterosessuale della donna, lo confinano ai canali spermatici, che sono sicuramente una sede in sé del tutto piacevole, ma decisamente un filino angusta per ficcarci l’assoluto. Gli omosessuali non credo precludano l’assoluto agli eterosessuali. La loro non è, dunque, una visione sessuocentrica. Quella dell’eterosessuale reazionario, dimostratamente, sì. Ed eravamo partiti dall’affermazione secondo cui gli omosessuali farebbero solo arte “erotica”!

Ci ho già accennato; il libro del professore è erroneo nelle premesse, vizioso nello svolgimento, surretizio nella documentazione, scorretto nelle conclusioni – insomma, in tutto ciò che contiene; ma anche in ciò che non contiene, ovvero la questione lesbica. Ma questo sordido volume tratta del principio maschile come principio d’autorità (ma chi la vuole!), le donne sono comunque escluse, se non, ovviamente, come sborratoj. Rimane il fatto che il reticolo di prescrizioni ideologiche che il Nicolosi tende e sottintende non è adattabile alla realtà dell’omosessualità femminile, e questo sgonfia – se possibile, e non so se è possibile – ulteriormente il libro.

Una notazione a latere: è inaccettabile, in un periodo in cui continue sono le aggressioni omofobe (saranno d’accordo, a Belgrado, che la gayezza è l’ultimo grido?), l’interpretazione secondo cui l’omosessualità sarebbe ben accetta, anzi un versante della cultura popolare, altro che un oggetto di discriminazione. Ma dato che credo che il professore non ignori i fatti fino a questo punto, deve indispensabilmente inferirsi che l’omosessualità, come scelta di passività, comporti, nella sua visione, anche questo; per gli stessi motivi sostanziali, ovviamente, le donne sono stuprate. Di nuovo, parte del vizio è da attribuirsi alla posizione particolare del professore, del “terapeuta”: le più fini (!) articolazioni di questa costruzione perfettamente paranoica sono state ovviamente suggerite dal “lavoro” di “analisi” compiuto sulle cavie volontarie; si deve quantomeno notare, e ribadire, come sia viziata in partenza una presunta “analisi” che tenga conto solamente dei masochisti che chiedono di liberarsi delle proprie tendenze sessuali. Tutti gli altri, non condividendo la stessa velleità, potrebbero quantomeno trovare il tutto non molto terapeutico, ma piuttosto patologizzante; e campato per aria, & artifiziato, & falso, & deformato.

E poi, capisco che la realtà del Nicolosi è una realtà aziendale, e ovviamente non metto lingua; ma già Risé è una figura differente, ed è lui che s’è prestato a veicolare per i tipi della San Paolo questa miseria. Però in tutto il mondo civile ci sono cliniche private e medici che hanno che fare solamente con clienti, e non con pazienti. Solo che anche Wanna Marchi era una privata; ma quando s’è scoperto che gli estratti di alghe al cloruro di sodio non facevano né dimagrire né portavano particolarmente buono è stata messa dentro per frode, truffa, abuso della credulità popolare. Se non vale la deontologia, se non vale il parere della comunità scientifica, valgano i contratti, che regolano tutte le relazioni commerciali, e si corrisponda a chi chiede quello che chiede, o si chiuda. Come può reggere un’iniziativa che promette e non mantiene eppure va avanti? Evidentemente c’è una cooptazione. Trattandosi poi di terapia, tirar fuori il pubblico e il privato porta ad ilari paradossi: come se uno andasse a levarsi un tumore pagando fior di soldi in clinica privata, e qui glielo lasciassero evolvere finch’è maligno perché, in quanto privati, non sono tenuti a fare come in quei postaccj dove non si paga niente e le cure devono essere adeguate.

Un libro è un libro è un libro: un terapeuta è un terapeuta è un terapeuta. Se un terapeuta, per giunta controcorrente, scrive un libro informando della propria attività, credo sia il primo ad avere interesse, se non è un cialtrone, a fare un discorso scientifico. In primis, il libercolo non è nemmeno un rapporto idiografico, ma semplicemente una raccoltina di casi “verosimili”. Se devo farmi spiegare la dinamica di un omicidio, o come si è svolto un convegno, o qual è la situazione politica, vorrò vedere un filmato, lèggere gli atti, sentire la registrazione dei discorsi o mi fiderò di una sintesi reinterpretata dai personaggj del Muppet Show? Perché non ha recato esempj veri e concreti? Perché la sua è un’operazione ideologica, e non scientifica. Lecitissimo: purché non parli di terapia. Perché se parla di terapia, deve parlare anche di risultati. Ma dice che i risultati ci sono sì e no, forse, potrebbero esserci, magari, in un futuro, la brocca rotta, le crepe, l’acqua che cola. Perfetto: allora non è una terapia. Semmai, così procedendo, con la sua excusatio non petita, il professore s’è bandito in tromba da sé per scalzacani e stracciamutande: sarebbe perfettamente inutile precipitarsi sull’ali d’un boeing ad Encino di California a certificarsi che il professore, in effetti, tiene la faccia di cazzo: lo dice lui stesso – ed è l’unica cosa che riesca a dimostrare in modo convincente!

Ne consegue che la stessa apparenza parascientifica della trattazione partecipi della truffa perpetrata ai danni dei deboli di mente. Il professore incita ad una riscrittura in chiave comico-grottesca della propria storia, in modo da far esplodere l’autorappresentazione “falsa” di sé; ma non possono esserci autorappresentazioni vere. Semplicemente induce a crearsene una, a identificarsi con essa, accrescendo disagio e confusione, e poi, facendola esplodere, a far esplodere sé stessi. La stessa riesumazione di un modello interpretativo completamente schiacciato sull’infanzia e sull’influenza genitoriale, oltreché non risolutivo e intollerabilmente schematico, è di per sé troppo vincolante. Freud spiegava così certi fenomeni, che erano di rimozione e blocco psichico. Ma qui non si tratta di rimozione, si tratta solo di blocco, e il blocco consiste proprio in una situazione di semimpotenza derivante dall’incapacità di accettare l’esercizio concreto della propria sessualità. Il professore incoraggia il blocco, non lo sblocco; invece di enucleare, ciò che gli pare inammissibile, che il blocco è dell’espressione della sessualità, identifica sessualità e blocco, con l’unico risultato che la terapia può essere finalizzata solo all’accettazione del blocco, ossia all’accettazione di un pallido resto di sessualità bisessuale, fatta di omosessualità repressa e di inesistente eterosessualità autoindotta, finta, imitata, quando pure c’è. Si ha cioè lo spegnimento dell’impulso sessuale – che chiaramente a periodi si ribellerà, riconducendo sempre su quella sponda che la formazione, cioè la natura, ha indicato come congeniale, inducendo ad una condizione stressante di ossessivo autocontrollo. In luogo di un blocco solo, questo psicoterapeuta di specie novissima insegna a crearsene tutta una serie. Bel ritrovato. Bella terapia. Bella guarigione.

Ma inutile cercare giustificazione: la colpa dell’insorgere di questo business schifoso è da attribuire solo ed esclusivamente negli omosessuali nevrotici, spaventati e frustrati che sostengono col loro autolesionismo questa sorta di Scientology pseudopsicanalitica. In un certo senso si ha un effetto-portmanteau proprio con la figura di don John: essendo omosessuale e praticante non solamente pecca contro natura, ma infrange pure il voto di castità. Qualunque sia la posizione della chiesa in merito, è con la credenziale dell’illibatezza che il sacerdote si presenta alla sua comunità; la quale, per ovvia conseguenza, è stata presa sonoramente per il culo. Ma, come sempre col Nicolosi, il peggio ha da venire: essendo il prete non un omosessuale (gli omosessuali non esistono), ma un eterosessuale mancato, risarcirne le tendenze ‘naturali’ vuol dire puntare idealmente al restauro delle pulsioni eterosessuali, che dovranno per forza essere sperimentate dal “cliente”, anche se questo implica l’approdo ad esperienze sessuali concrete, che pure dovrebbero essere il coronamento logico di un percorso che, per quanto riguardi la psiche complessiva di tutta la persona, è comunque strettamente inerente la pulsione e l’attività sessuale, senza di che anche tutta l’ampia e generale sfera delle implicazioni ulteriori non può essere né coinvolta né considerata. Qui il paradosso è molteplice: da una parte padre John perviene, a suo dire, ad un tepido interesse nei confronti della donna; ancorché in questo caso sia fatta salva la castità, nella quale potrà durare finché non ha ricadute. Ma se è casto, vuol dire che non è abbastanza eterosessuale, e questo ne fa un peccatore; se poi, putacaso, diventasse totalmente eterosessuale, e si mettesse ad inseguir gonnelle, ricadrebbe nel peccato in cui già era incorso, l’infrangimento del voto di castità. Insomma, il risultato garantito dal professore è un gran risultato per il cattolico omofobo, ma non è un’acquisizione apprezzabile per il cattolico sacerdote – a prescindere che trombi oppure no, peraltro: dato che il peccato è anche nel pensarle, certe cose, esattamente come se le si facesse. Cosicché si scopre che per uno che s’è fatto eunuco per il regno dei cieli essere eterosessuale non è affatto meglio che essere omosessuale.

Se all’identità eterosessuale può bastare un’occhiatina di simpatia a qualche ragazza ogni tanto, ne consegue coerentemente che l’attività omosessuale, il coinvolgimento tenero affettuoso sfrenato nei rapporti con altri uomini, in groviglj di corpi sudati, piedi, chiappe, bocche, con schiocchi di manazzate ovunque, palpamenti, linguate, penetrazioni di ogni orifizio con ogni corpo erettile o eretto a disposizione, ciucciamenti, scambj di liquidi, frasi sconce urlate nelle orecchie, ansiti, sospiri, dichiarazioni particolarmente impegnative anfanate sul più bello, beh, tutto questo NON è conseguente alla definizione dell’omosessualità. Esiste solo l’eterosessualità – e questo l’avevamo capìto. D’altra parte, anche i pedofili – dice il professore – dicono di non poter resistere alla tentazione di addivenire a proibito amplesso con teneri corpi. Con questo, soggiunge sennatamente il professore, non intendo affatto equiparare omosessualità e pedofilia.

E te lo credo, dal momento che è notorio che la pedofilia è per la gran parte un vezzo eterosessuale, e che chi è portatore di tale graziosa tendenza non è pertanto comprensibile nel novero di quei vasi spezzati da rabberciare, e dunque, anzi, è uno di quei bei vasi di coccio, liscj liscj, senza mende, senza perdite.

Nicolosi entra poco, di là dalle cazzate che consiglia ai mentecatti di cui parla, nella narrazione. Un riferimento a sé abbastanza significativo è laddove dice di aver concepito l’ultima parte del percorso in forma di mutuo ajuto tra aspiranti ex-gay perché, in quanto eterosessuale, non può far da sponda, ovviamente, per la durata dell’intero tragitto, dato che gli manca l’esperienza personale. Tanto più saporosi sono certi indugj sull’aspetto fisico dei suoi disgraziati clienti – “Tom”, per esempio, è detto, non semplicemente “un bell’uomo”, o “di bell’aspetto”, o tout court “bello”, ma addirittura “un uomo incredibilmente bello”. Che bisogno c’era di quell’incredibilmente? O niente niente, magari via Colin Cook ed altri relapsi, pardon: recidivi, la clinica dell’Associazione, come qualunque clinica – in fondo – che si rispetti, è anch’essa uno di quei luoghi dove non solo puoi non guarire, ma, se proprio hai jetta, può capitarti pure di ammalarti (si parlerà in questo caso di omosessualità jatrogena?)?[12 07].

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Una Risposta to “642. Scheda: Nicolosi, “Oltre l’omosessualità. Ascolto terapeutico e trasformazione” (1993).”

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  1. 805. “Inesistenza dell’omosessualità”. | anfiosso - 10 febbraio 2016

    […] riferimento, comunque, è a questa vecchia scheda di lettura, che peraltro non riporta, nella fattispecie della frasetta-stralcio leggibile su wikipink, alcuna […]

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