641. Scheda: De Silva, “Non avevo capito niente” (2007).

13 Ott

Diego De Silva (1964), Non avevo capìto niente, Einaudi, Torino 2007. Pp. 309 + ringraziamenti + ìndice.

http://chapteronetobecontinued.files.wordpress.com/2009/04/desilva21.jpg?w=250&h=391Vincenzo Malinconico è un avvocato mediocre, che ha appena rotto con la moglie, Nives; i due hanno due figlj, Alagia (figlia di Nives, per la precisione, da precedente unione) e Alfredo. Nives è una psicanalista di successo, che adesso sta con un architetto, Lorenzo (quella di mettersi con donne sposate è una specialità degli architetti, pensa Malinconico). L’avvocato ha uno studio piuttosto miserando in condivisione (18 mq.) con tal Esposito e una coppia i cui nomi Malinconico non riesce mai a ricordare, che hanno la cooperativa “Arethusa” e un volpino dal carattere pestifero, che fa scappare tutti abbajando da dietro la porta della cooperativa.

Malinconico, che è costretto a serrare le imposte dello studio, rotte, con un tubo Innocenti, non ha molto lavoro; ha 42 anni ed è iscritto alla lista per i gratuiti patrocinj, il fatto di essere appena stato lasciato da Nives, già responsabile di tutta la floridità economica della famiglia, lo ha lasciato col sedere a terra. La situazione con Nives è ancòra fluttuante; una volta i due, nonostante siano separati, fanno l’amore. Al termine, il Malinconico tiene a dare a Nives i 400 euro che deve per legge, nonostante Nives si schermisca.

Un giorno Malinconico riceve una chiamata dalla Procura: l’avvocato che doveva difendere il camorristello Mimmo detto “ ‘O Burzone” ha dato forfait, e il primo nome che è saltato fuori andando in ordine di lista è quello del Malinconico, che un po’ disorientato si presenta. Mimmo ‘o Burzone è agli arresti; tutto quello che il Malinconico deve fare è presenziare al colloquio preliminare col magistrato che dovrà valutare se debba essere confermato o no l’arresto. Una mano mozza è stata trovata nel giardino dell’imputato. ‘O Burzone infatti è “becchino di camorra”, vale a dire uno incaricato di fare a pezzi e smaltire i cadaveri dei morti ammazzati. Egli sostiene che è stato il suo pitbull a prendere la mano mozza chissà dove e a seppellirla in giardino: tant’è vero che insieme colla mano è stato trovato anche il collare del cane. In questo primo approccio al caso di Mimmo ‘o Burzone, l’avvocato fa una figura assai promettente: il magistrato, un “fighetto” che si muove con goffaggine e fuma Rothman’s ultralight, chiede al Burzone di dire il proprio nome, solo che si ripete alquante volte, al che l’avvocato, esasperato per gli affari suoi, fa notare con una secchezza tutt’altro che abituale che un simile procedere non è corretto; il magistrato ci rimane di stucco, e Malinconico acquista valore agli occhi del Burzone.

Rientrato in studio è raggiunto dalla telefonata del “colle’” Picciafuoco, l’avvocato che, in nome dei clienti, vuol passargli la difesa del Burzone; Malinconico rifiuta. Immediatamente dopo arriva la telefonata di una donna, che lo chiama “avvucato” e insiste per parlargli sùbito. È la moglie del Burzone, ed è già sotto lo stabile; non può mandarla via. È bruttissima, ma in modo molto seduttivo lo prega di prendere in carico il caso. Malinconico non cede, la donna se ne va. Più tardi gli fanno recapitare a casa un telefonino, con già 11 chiamate ricevute. Il telefonino squilla: Malinconico risponde, è il camorrista Tricarico, che insiste ulteriormente. L’avvocato rifiuta una terza volta. Da una parte si rende conto che anche il piccolo camorrista ha diritto alla difesa, dall’altra non vuole rimanere invischiato. Spera di non vedere e non sentire più nessuno di quelli là.

Ha successivamente un brutto incontro con un camorristello che ingombra, semisdrajato sul motorino, il marciapiede, costringendo i passanti ad aggirarlo. Il Malinconico lo affronta, e questi gli chiede di che cos’ha bisogno; gli risponde che ha bisogno del marciapiede; il giovinotto palestrato per spaventarlo inscena un quadretto schifoso, sbavandosi sul petto. Stanno per passare a vie di fatto quando un ometto tarchiato sopraggiunge, e in quattro e quattr’otto riduce il bullo a malpartito. Per poi invitare l’avvocato in un locale, tipicamente da camorristi, con le pareti color fucsia, chiamato sdolcinatamente (anche questo è tipicamente camorristico) Love Café. L’avvocato non tarda a riconoscere la voce di Tricarico.

Da quel momento in poi l’ometto, ignorante come una capra ma a suo modo cortese e discreto, gli farà da guardia del corpo, senza che il Malinconico riesca più a scollarselo di dosso. Il Tricarico verrà con lui in ufficio, aprendo senza scasso la porta dell’”Arethusa” e neutralizzando – con senso di colpa misto ad ammirazione da parte del Malinconico – il maledetto volpino con un poderoso schiaffone (il cane non abbajerà più, piombando in una profonda depressione). Sopravviene il povero Giustino Talento, un uomo di mezz’età molto appiccicoso che abita nel palazzo, che vuol parlare coll’avvocato, che non ha nessuna voglia di sentirlo; il Tricarico si rende conto che il Talento non va a talento del “principale”, e lo mette magistralmente alla porta. Il Malinconico si ricorda vagamente che il Talento ha lavorato per una vita, con mite senso di responsabilità, raro tra tanti suoi colleghi, dietro lo sportello di qualche ufficio pubblico. Il Malinconico sa solo che convive con una polacca assai più giovane, e per il resto gli sembra solo uno di quei tanti depressi che tende non volendo ad attirare, in cerca di una spalla su cui piangere.

Quando arriva il giorno del processo, senza che il Malinconico possa farci assolutamente nulla, è Tricarico che lo accompagna in motoretta a palazzo di giustizia, dove arrivano tra gli sguardi d’orrore di tutti gli astanti. Al ritorno, lo stesso. Tricarico è inamovibile.

A questo punto il Malinconico ha avuto modo di fare qualche riflessione sulla camorra, questo mondo altro rispetto al suo proprio; un mondo di cui ci sarebbe da apprezzare la totale mancanza di problematicità – a fronte, però, di un dispiego di violenza che gli fa invocare una “camorra sostenibile”. Ma parte di questo modello lo ha in qualche modo contagiato: entrando in aula, sta parlando per telefono; l’usciere gl’intima di spegnerlo, e il Malinconico si mette ad urlargli contro, perché ancòra non è entrato. È richiamato all’ordine dalla presidente, straordinariamente simile ad Anjelica Houston; ma il richiamo, in qualche modo, gli fa capire che ne ha riscosso le simpatie. Si ringalluzzisce; mentre ‘o Burzone non fa mancare nulla del repertorio espressivo del camorrista a giudizio, un po’ braveggiando, un po’ pietendo, il Malinconico è convintissimo di fare un figurone con un’arringa tutta giocata sulla profonda differenza tra lo spazio domestico propriamente inteso e quello del giardino, aperto alle scorrerie degl’intrusi, tanto da potersi sostenere che la mano mozza nemmeno poteva dirsi detta trovata “in casa” dell’imputato.

In effetti sembra avere successo: ‘o Burzone è scarcerato, e tutto giubilante abbraccia l’avvocato impotente, sbavandogli tutto il colletto, mentre la presidente non riesce a trattenere l’ilarità.

La camorra, gliel’hanno già detto la signora Burzone e Tricarico, ha questa politica: se l’avvocato funziona lo tengono, sennò se ne trovano un altro, com’è avvenuto con Picciafuoco e lui. Solo un incontro fortuito col magistrato fighetto e Anjelica Houston, quando i due gli passano davanti cogli occhj sbarrati, facendo patentemente finta di non vederlo, gli farà venire qualche dubbio, ma è giusto un attimo.

Malinconico ha l’abitudine d’incontrarsi nel fastfood dell’aeroporto con la figliastra, di nascosto da Nives, che non approverebbe mai simili scelte alimentari, già da prima della separazione. Durante quest’incontri hanno modo di parlare d’Alfredo, che da qualche tempo ha sviluppato un’insana passione per il documentario a sfondo sociale.

Gira nottetempo avvicinando gruppi di camorristi, o picchiatori a tempo perso, stupratori, e chiede loro come si sentono, dopo, o se pensano che le donne stuprate si divertano: grande coraggio, non c’è che dire, ma molto spesso rimedia botte da orbi, e infatti una delle prime scene del romanzo mostra Alfredo che va, tutto massacrato, a trovare il padre, che ovviamente si preoccupa moltissimo. Alfredo tenta più volte di far sapere qualcosa al padre, ma rinuncia sempre; è Alagia, che ha un rapporto strettissimo col fratellastro, ad informare Malinconico che forse Alfredo è omosessuale; ella crede si tratti di un disorientamento passeggero (ha 16 anni), ma si chiede se per caso non vada in giro a farsi prendere a botte perché gli piace.

Gl’incontri clandestini tra il Malinconico e Alagia hanno fine per colpa di Lorenzo, che un giorno si presenta per chiedere al Malinconico, che ha ancòra troppo ascendente sulla sua famiglia, di lasciare anche a lui i suoi spazj. I toni si alzano immediatamente; i due stanno per venire alle vie di fatto quando Tricarico, spuntando dal nulla, interviene gonfiando il povero architetto di botte; al punto che il Malinconico stesso deve farsi di mezzo per strapparglielo di mano.

La spiegazione data alla polizia sopraggiunta è particolarmente macchinosa, ma alla fine tutto si risolve.

Immediatamente dopo, il Malinconico vuole affrontare con Nives la questione di Alfredo. Irrompe nel modo più brutale nello studio dell’ex-moglie mentre è in corso una seduta; ottiene solo di spaventare la paziente, mentre Nives si rifiuta di affrontare la questione in quel momento.

Tricarico porta il Malinconico da una commercialista di camorra. L’incontro avviene a bordo di un’automobile, col Malinconico dietro e la commercialista, sempre girata, davanti. Quello che si vede la mostra d’aspetto distinto, parla italiano senz’inflessione dialettale. La commercialista si complimenta, e gli dice che la loro politica attuale è quella di evitare i grandi studj, troppo carichi di impegni e troppo politicizzati, per valorizzare elementi come lui che aspettano solo l’occasione giusta. Lo invita a rimanere a disposizione per altre cause e gli mette in mano 15.000 euro.

Immediatamente dopo vuole disfarsene, in un modo o nell’altro. Chiama i figlj, chiedendo loro che cosa desiderino: ma Alfredo rimane indifferente, e Alagia gli consiglia di servirsi della somma per vivere un po’ meglio per qualche mese.

Ma ogni venturo eventuale incarico della camorra gli è tolto quando ‘o Burzone è reincarcerato, stavolta per il rinvenimento di un cadavere intero; ora Malinconico sa il perché del negato saluto del magistrato fighetto e di Anjelica Houston. I magistrati si sono mostrati compiacenti solo per lasciar libero ‘o Burzone di condurli in una direzione più interessante.

Com’è stato cooptato, il Malinconico è scaricato senza drammi. Da una parte è libero, dall’altra è frustrato e deluso.

È raggiunto dalla telefonata d’un’insegnante di Alfredo, che vuole affrontare con lui e Nives il problema delle vistose ecchimosi che il ragazzo periodicamente ha addosso. Si dànno appuntamento in un locale; Nives e Vincenzo arrivano per primi, cosicché hanno modo di parlare. Nives, in particolare, gli dice che senza lui non può più vivere. Ma il Malinconico, che finora non ha fatto che rimpiangerla, nonostante abbia una relazione, che procede un po’ a strappi, con la più bella del tribunale, Alessandra Persiano, si accorge di non voler più tornare con lei.

L’incontro con la professoressa e la discussione a riguardo di Alfredo non avranno mai luogo. Il Malinconico è raggiunto da una telefonata, riguardante Giustino Talento. Il Malinconico aveva effettivamente notato che il Talento, da qualche tempo in qua, vestiva sempre peggio e aveva un’aria sempre più depressa, e una volta persino s’era visto in giro con un occhio nero; ma, rimasto offeso da com’era stato trattato, non gli aveva più rivolto la parola.

La telefonata è della polizia: il Talento ha ammazzato la polacca a coltellate. Agli agenti ha spiegato il gesto con le sole parole: “Non voleva mangiare con me”, dopodiché s’era chiuso in un silenzio catatonico, ma non prima di nominare il Malinconico come proprio avvocato.

Malinconico accorre, e accetta il caso, ringraziando il Talento per aver pensato a lui.

Rincasando, trova un biglietto dell’Alessandra, a cui tempo prima aveva infilato nella borsetta un doppione delle chiavi di casa, dal quale evince facilmente che sta per iniziare una nuova relazione stabile. (11 07)

 

 

(Il romanzo contiene anche una divagazione su Gilbert O’ Sullivan, di cui sente una canzonetta uscire dagli auricolari di una ragazza, in metrò, che peraltro lo scambia per un pedofilo; e un’altra digressione, su Eugenio Finardi e la canzone d’autore degli anni ’70). La trama è esile; il romanzo ha un’atmosfera vagamente raccogliticcia, casuale, e il resoconto della fabula dice pochissimo del totale, dato che ne manca la svagatezza, l’incorreggibile tendenza all’excursus, l’umorismo tipici della voce del narratore-avvocato. Prevale la nota leggera, anche se non è un romanzo spensierato. “Spesso la gente non ha le emozioni chiare, altro che le idee”, è riportato in esergo: è una delle mille riflessioni che il divagante, scombinato avvocato fa di fronte ai varj casi della vita (in particolare questa gli viene quando Lorenzo viene ad affrontarlo al tavolo del fastfood).

Questa scrittura in fondo puntuale, questa scrittura-trascrizione, che non nasconde e non media nulla del pensiero, in fondo, dell’autore, serve a veicolare, col suo vago rammollimento morale, un’intenzione, forse fatale, di ricomporre le due anime della complicata città in cui vive il Malinconico, fatta di un’anima e di un corpo, se si vuole, che tradizionalmente non hanno mai comunicato tra loro. Una Gestalt del camorrista spicciolo come quella che svagatamente si propone nel romanzo non s’incontra ad ogni cantone; e anche lo scherzo della “camorra sostenibile”, come anche l’ambivalenza del Malinconico nei confronti della sbrigativa aproblematicità del Tricarico, sarà anche un gioco, ma non fa propriamente né ridere né sorridere: c’è come una piccola apertura verso una metà del mondo che non s’è mai voluto considerare. Ma il leggero disimpegno morale, l’allentamento delle redini – chissà quanto vien naturale all’autore, ma forse se fosse così naturale mai più ci avrebbe fatto un libro – avviene un po’ a tutti i livelli.

Alfredo, che non si può dire sia proprio ben delineato, nel romanzo, ed è il personaggio di gran lunga più interessante, come il giovanissimo Saviano sfida fisicamente la camorra, e ne prende a botontoni; una cosa certamente inspiegabile, dal punto di vista del Malinconico. Né lui, che pure fa l’avvocato di camorra per un breve periodo della sua vita, si chiede se per caso Alfredo abbia trasformato una tentazione in scelta, rendendosi prematuramente conto che certe modalità, come sono considerate, da una borghesia poco propensa alla concretezza, tipicamente camorriste, così – a partire dal coraggio fisico – possono diventare assumibili nel momento in cui sono usate contro la camorra. Laddove a livello macroscopico si vedrebbe solamente la ricomposizione di una schizofrenia. Né la sorella riesce ad andare oltre il sospetto che Alfredo sia omosessuale – perché? Gli omosessuali hanno caratteristica precipua il godimento nell’essere menati dai camorristi?

Ma vediamo che cosa mi porta il séguito, Mia suocera beve, che è uscito da poco.

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