639. Scheda: Panzieri, “La ripresa del marxismo-leninismo in Italia” (1973).

13 Ott

Raniero Panzieri (1921-1964), La ripresa del marxismo leninismo in Italia. Introduzione e note a cura di Marco Lanzardo. Sapere Edizioni, Milano-Roma febbr. 19752 (19731). Pp. 366.

https://anfiosso.files.wordpress.com/2010/10/panzierimessina.jpg?w=189Raniero Panzieri nasce a Roma nel 1921 da famiglia ebrea; colpito anch’egli dalle leggi razziali non può frequentare l’università, e segue corsi universitarj in Vaticano, approfondendo la sua conoscenza di Marx. Nel 1945 si laurea in legge con una tesi su Morelly (“L’utopia rivoluzionaria del Settecento”; è sull’In lode de la Natura, 1725), presso l’Università di Urbino. Dal 1949 insegna all’Università di Messina. Dal 1950 è associato alle occupazioni di terre da parte dei braccianti in Sicilia; sarà processato nel giugno 1951, e poi assolto per insufficienza di prove. È militante socialista. Dal 1953 è nel Comitato centrale. Quando nel ’55 muore Morandi, suo capocorrente, sembra lui l’erede designato, ma non fa nulla per farsi dare la direzione del partito (che si chiama ancòra PSIUP), né adesso né in séguito, difendendo una linea radicale anche a costo dell’infamia, come si verificherà meno di dieci anni dopo.

All’inizio degli anni Cinquanta tra PSI e PCI – che complessivamente costituiscono il grosso de “Le sinistre” – non ci sono differenze di matrice filosofica, sennonché proprj del PSIUP sono la lotta per la democrazia e l’antistalinismo, oltre ad alcuni concetti marxisti e postmarxisti diversamente interpretati. È questo il caso dell’idea basilare di “neocapitalismo”, inteso come un capitalismo affatto nuovo, e dunque non interpretabile con le vecchie categorie marxiste. Sennonché RP, che tra ’49 e ’50 ha tradotto in collaborazione con la sposa Giuseppina Saja il II libro del Capitale, quando utilizza, e lo fa spesso, l’etichetta “neocapitalismo”, è rifacendosi proprio alla lettera di Marx, evidentemente negletta dalla critica marxista comunista, più per convenienza che per ignoranza, dal momento che il neocapitalismo secondo l’accezione marxiana è una chiave interpretativa egregia anche per il cosiddetto capitalismo di stato di marca staliniana.

La militanza agricola di RP dimostra poi com’egli fosse distante dal concetto secondo cui il vero luogo di lotta è la fabbrica: a questo proposito, se è vero che la vera rivoluzione è possibile solo in una società industriale, non sarà mai l’industria il campo di battaglia quando l’esperienza di essa sia solamente empirica: il movimento che nasce e si sviluppa in fabbrica, e si limita allo hic et nunc delle conquiste da farsi all’interno di quelle quattro muram, e non riesce a vedere in quella realtà specifica il livello raggiunto in generale dal capitalismo in quella fase, e cioè non una realtà solamente empirica ma un modello concretizzato, è l’operaismo, che RP vede molto negativamente. È la società ad essere industriale, non l’industria a rappresentare presuntamente il luogo privilegiato della lotta.

L’àmbito entro cui RP muove i primi passi di militante è estremamente critico: nei primi anni Cinquanta le cellule interne alle fabbriche e gli sparuti NAS esistenti sono stati eliminati, e la lotta ha assunto una configurazione unica, che non vede alternative al sindacalismo. Secondo questa logica, l’operajo ha come strumento di lotta il sindacato, che s’incarica di far presenti le istanze dei lavoratori al padronato. C’è un accenno anche (Pollock) alla realtà industriale gerarchizzata addirittura in senso militare; ma anche senza considerazioni di questo tipo, è evidente che da una parte l’operajo attraverso il sindacato non lotta direttamente, e in secondo luogo che quella sindacale è l’unica forma di lotta – tant’è che esso è “interno” alla fabbrica – che vada bene al padrone. Di fatto il sindacato può realizzare una lotta solo in un senso: quella per un miglior trattamento salariale, che acquista – e perde – significato solo nello hic et nunc, appunto, della realtà empirica in cui la lotta avviene.

Accornero, per esempio, nel suo già considerato scritto sul taylorismo e il fordismo, sostiene che l’operajo americano sindacalizzato non sviluppa fattivamente una vera e propria coscienza di classe, ma si limita a difendere il posto di lavoro; in realtà si può discutere che l’operajo europeo sia stato granché più filosofo, salvo congiunture storiche favorevoli e, soprattutto, quando le masse operaje saranno in grado di agire a prescindere dalle direttive dei sindacati.

E infatti soprattutto i primissimi anni Sessanta saranno realmente entusiasmanti secondo RP proprio perché le masse lavoratrici, che si mobilitano allo stesso modo tanto nel Nord industrialmente avanzato quanto nel depresso Sud – è esclusa la possibilità di un’emulazione diretta – dimostrano una coscienza di classe che trascende lo specifico empirico, e che invece di essere ispirata dai sindacati è autonoma nelle masse operaje, e semmai seguìta dai sindacati stessi.

Del 1955 è un viaggio con una delegazione guidata da Pietro Nenni in Cina; RP rimane ammirato dell’organizzazione maoista.

Quando nel 1956 l’Ungheria è invasa e lo jato tra PSI e PCI s’allarga, è comunque già da tempo chiaro nel PSI di marca leninista che il partito serve ormai, nella compagine generale delle sinistre, ad una “copertura a sinistra” del PCI, visto come trasformista e tendente alla costituzione di un centrosinistra, che nominalmente tutti avversano. Il centrosinistra è la realizzazione di un progetto neocapitalista nel quale RP non può riconoscersi, ovviamente, discendente com’è dalla convinzione stalinista che tra i due sistemi possa esserci una convivenza pacifica. Di fatto di sistemi ce n’è uno solo, il capitalismo trasformato ma sempre riconoscibile che è passato dalla vecchia concezione all’attuale capitalismo finanziario, che sia nell’URSS sia nei paesi capitalisti può assumere caratteristiche di capitalismo collettivo o sociale attraverso esperimenti ancòra sostanzialmente paternalistici come quelli della FIAT o della Olivetti. Adriano Olivetti è definito una vittima della sua stessa ideologia.

Se prima la politica era il burattino dell’economia, adesso esiste solo un’economia che s’impossessa della politica e l’agisce autonomamente. La figura del vecchio capitalista non esiste più. L’azienda s’incarica di dare tempo libero, svago e spazj verdi ai lavoratori. La figura stessa del lavoratore è riconcepita come autonoma. Di fatto la piega assunta dal capitalismo è implicita già dall’origine: l’operajo è un individuo che vende la propria forza-lavoro ad un padrone perché non ha gli strumenti per produrre in proprio. Ma nel momento in cui entra nella fabbrica, comincia ad esistere come momento della produzione solo inquantoché, attraverso la cooperazione, smette di essere un individuo: non è come individuo che può rimanere in fabbrica e svolgervi una funzione. Lo stesso operajo manifatturiero da individuo perlopiù dotato di un mestiere, quando entra nell’ingranaggio non può serbare la sua individualità in riconoscimento delle sue competenze, perché esse servono esclusivamente da accessorio della produzione.

Un mito da sfatare è che sia possibile che l’assetto capitalista si sia determinato spontaneamente, per un concorso di circostanze: esso, nella sua perenne evoluzione e trasformazione, è frutto di pianificazione precisa. La parcellizzazione del lavoro, attraverso la catena di montaggio e simili, era già stata esplicitamente decisa dai capitalisti inglesi del XIX secolo, quando di fronte alle prime rivendicazioni operaje fecero presente attraverso i loro portavoce che gli operaj dovevano avvertire che il loro non poteva essere nemmeno considerato a rigori un lavoro, dal momento che consisteva nella semplice ripetizione di gesti che chiunque potrebbe imparare ad eseguire perfettamente nel giro di 6 mesi.

L’innovazione tecnologica è fondamentale nella crescita economica della fabbrica, purché sia costante. Ne consegue che nemmeno il taylorismo e il fordismo hanno segnato l’inizio del neocapitalismo, ma è stato il passaggio da una condizione in cui centrale era la produzione a quella in cui fondamentale è diventata la vendita: il neocapitalismo è quello delle società dei consumi, quello in cui cioè gli strati infimi della società cominciano a chiedere beni di consumo. Quanto alla maggiore autonomia dell’operajo, essa è implicita nel concetto originario della cooperazione, e nella produzione attuale tende ad assumere aspetti mistificatorj, di falsa concessione: la produzione rimane parcellizzata, l’operajo non ha nessuna possibilità di sopravvivenza al difuori della fabbrica.

Si nota, intorno all’inizio degli anni Sessanta, una certa stagnazione nell’innovazione tecnologica, è vero, ma il fatto è che l’innovazione non è limitata ai macchinarj che gli operaj utilizzano.

Nel 1959 RP va a Torino, dove tiene numerosi seminarj, e scrive parecchio sui Quaderni Rossi, collaborando e polemizzando con Gasparotti, Rieser – che trascrive stenograficamente alcuni degl’interventi di RP presenti in questo volume – & alii. Il suo avvicinamento alla questione FIAT / Olivetti è cauto, graduale, essenzialmente perché non vi riconosce nessuna “innovazione” sostanziale, per quanto il Movimento Operajo riscuota, nella sua coscienza di classe, tutta la sua simpatia.

Comincia a collaborare con l’Einaudi, dirigendo alcune collane di argomento politico; è un’attività molto intensa ma molto breve: ancòra nella lettera di licenziamento, Giulio Einaudi tenterà di convincerlo del fatto che occuparsi di cultura è già di per sé stesso politica. Nella sua intransigenza, RP continua a chiedersi – retoricamente – se si possa parlare di conquiste politiche nel caso delle conquiste sindacali.

Con gli scontri di Piazza Statuto nel 1962, i suoi rapporti col movimento operajo cessano definitivamente: non manca nemmeno l’accusa ai Quaderni Rossi di aver fomentato i disordini esattamente come i provocatori fascisti. RP prende atto della battuta d’arresto che il progetto di far evolvere la coscienza di classe deve necessariamente conoscere: i lavoratori sindacalizzati sono arrivati fino ad un certo punto, gli analisti dei Quaderni Rossi devono riconcepire la loro opera in senso necessariamente avanguardistico-elitario. Propone un utilizzo del marxismo in senso sociologico, secondo la geniale lettura datane da Lenin. Il mondo operajo segue la via delle rivendicazioni salariali, che hanno come unico risultato successi che non fanno altro che rafforzare il capitalismo. L’operajo sindacalizzato, per ottenere di più, deve preoccuparsi attivamente – ed impegnarsi a questo fine – della maggior produttività del sistema in cui si trova, ingenerando quel paradosso che Marx aveva chiamato “laccio d’oro”, che stringe doppiamente l’operajo al capitale. Si tratta di un paradosso tale per cui persino Engels non s’era potuto per lungo tempo rimuovere dalla convinzione dell’esistenza di uno sviluppo perfettamente lineare che avrebbe portato all’esistenza di un gruppo sempre più ristretto di ricchi sempre più ricchi e di poveri sempre più numerosi e sempre più miserabili. Engels era poi dovuto ritornare sui suoi passi, o aveva avuto sentore dello schematismo irrealistico della sua visione; accanto alle costanti immutabili, il capitalismo deve necessariamente evolvere, tramite l’innovazione tecnologica, utile al surplus straordinario, ma anche nelle sue concezioni gerarchiche, statutarie, fino all’eliminazione della figura del vecchio capitalista in favore di nuove figure – ma senza che i suoi scopi di fondo, sempre deliberati e fortemente voluti, e dunque la condizione operaja, subiscano trasformazioni sostanziali.

L’errore generale è stato quello di dare del Capitale un’interpretazione cristallizzata ed elementare, da vulgata del I libro, senza recepire, di Marx, che il capitalismo non è affatto sempre fedele a sé stesso, né potrebbe, essendo soggetto ad una continua tensione dialettica con gli sfruttati che lo rendono possibile. I sismi della storia recente non avevano avuto altro risultato, a quel punto che rafforzare il capitale e spingere i lavoratori sempre più verso il centrosinistra.

La parabola politica di RP sembra la tragedia inevitabile di un acuto e preciso lettore di Marx all’interno di una sinistra che l’aveva letto poco e male. Morto improvvisamente nell’ottobre 1964, RP ha subìto una sorta di damnatio memoriae; incomprensione e travisamento riflettono le poche righe che gli dedica uno storico del marxismo come Giuseppe Vacca.

Spegnendosi a quarantadue anni, ha lasciato molto materiale scritto incompleto, e parecchie traduzioni inedite. Anche le sue opinioni in merito alla critica marxista dovettero sonare eterodosse: si pensi, tanto per fare un esempio, a quale presenza abbia Lukács nel catalogo Einaudi di cui fu per qualche tempo responsabile, e a quanto per converso piena di sufficienza dovesse parere la sua affermazione secondo cui Lukács era autore di un solo saggio meritevole di diffusione in Italia, che però aveva avuto solo una pessima traduzione in francese ed era rimasto inedito nel nostro paese – RP peraltro non cita il titolo, ma solamente un brano che gli viene utile in un lunghissimo discorso a braccio, su appunti raffazzonati, che nella struttura è un appassionato saggio organico, e nel suo procedere spontaneo non è solo significativo, ma financo bello.

L’antologia è stata compilata anche con materiale non rifinito, tutto di dopo il 1959 – quindi del RP “torinese”. Secondo i curatori il materiale precedente aspettava ancòra un’elaborazione originale, che sarebbe stata possibile solo negli anni torinesi; affermazione da prendere, ovviamente, con le molle. Il curatore, curiosamente, si premura di prevenire la critica che il pensiero di Panzieri potrebbe mostrarsi troppo ligio al dettato di Morandi; ma – dice, provocatoriamente, anche Morandi discendeva da Mazzini, quindi l’argomento è insussistente. È un’affermazione molto strana, difficile da digerire, perché si sta parlando, qui di un marxista d’altissima razza, mentre è noto che Mazzini di Marx non capì mai niente. In ogni caso, ogni criterio di scelta antologica implica l’esclusione, non la distruzione, di materiale; bisogna serbare ogni giudizio generale a dopo una conoscenza estesa.

Benché sia un caso-limite, il libro testimonia quantomeno dell’orientamento politico dell’originario PSI di Nenni, ancòra consapevolmente ed appassionatamente legato alle sue radici marxiste, e, ciò che più conta, ancor più ‘a sinistra’ di quel PCI che tuttavia, del PSI, non conoscerà mai l’incredibile perdita d’identità, né l’abbraccio mortale col centrosinistra almeno fino agli anni Novanta dello scorso secolo.

Lo svolgimento dell’argomentazione di RP suona profetico proprio dello svolgimento dei fatti a venire proprio all’interno del PSI, “agìto” e poi soppiantato dall’economia capitalista stessa, nel passaggio dalla disgrazia di Craxi all’avvento dell’attuale compagine di governo: una catastrofe politico-culturale davvero impressionante. [08 07].

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