633. Scheda: E. Foscari, “La rejetta” (in. XX sec.).

8 Ott

Ennio Foscari (?-?), La reietta. Grandioso romanzo storico. 3 voll. in-8°, 2880 pp. a numerazione continua; con 100 ill. nel testo. Editore non indicato, anno non indicato [1900-1910?]

https://i0.wp.com/lib.store.yahoo.net/lib/scripophily/gulfcoloradoandsantaferailwaycompanyvig.jpgSpiegato in 378 capitoli ed un Epilogo, il romanzo si svolge quasi interamente negli USA, salvo il I capitolo e l’Epilogo, che si svolgono nella località toscana di “B…a” presso il castello dei conti Abelardi. Quanto al tempo dell’azione, da indicazioni del II e del III volume, al “188…” è fatto risalire il matrimonio tra la protagonista Linda Abelardi in Gaddi e l’antagonista ing. Dino Gaddi, mentre due date dell’azione, che comincia 3 anni dopo il matrimonio tra i due, si riferiscono come “189…” e “19…”. Il romanzo non può tuttavia essere stato compilato molto tempo dopo il 1900: esempio comunque di letteratura strapopolare e commerciale, e quindi di letteratura attardata dallo stile ancòra segnalatamente ottocentesco e macchinoso, mentre dall’aspetto della carta sbriciolosa, della stampa e della legatura non sembra possibile datarlo a dopo il primo decennio dello scorso secolo.

La strabocchevole compilazione è un esempio – fortunosamente scampato ala legge della gravità come tutti gli esempj simili – di quella letteratura industriale che oscurissimi scribacchini fornivano ad un tot di pagine la settimana – mai meno di qualche decina – con tutte le conseguenze inevitabili in termini di convenzionalismo, ripetitività, piattezza, soluzioni ad orecchio, errori di erudizione e solecismi, sintassi contorta e costruzione delirante; ma non è mestieri il dire quanto proprio questi difetti costituiscano il motivo, un po’ stolto, di letture di questo tipo, unitamente alla genuinamente ammirevole energia di alcune descrizioni qua e là affioranti dalla fanga delle cose malriuscite. Quanto alla lingua, essa non ha pregj o attrattive particolari: l’autore sa tenère la penna in mano più di quanto sappiano fare in media gli hoggidiani scrittori, ma è questione di resistenza, di quantità, perché nessuno oggi, anche il più tanghero dei pennivendoli, s’appagherebbe di scrivere come questi vecchj prosatori a un tanto il chilo, ivi compreso quanto riuscivano ad escogitare d’ancòra affascinante, oggi, & godibile; è comprensibile, d’altra parte questo è uno degl’innumerevoli portati di un’età ingenua, in cui ancòra non si era prodotta quella successiva stratificazione, e la perdita dell’innocenza. E’ una scrittura di qua da tante problematiche isterilenti, insomma; priva di qualunque velleità euristica, che è la metà perduta del delectando et monendo a quest’altezza storica, ma non ancòra deprivata del suo dato morale-edificante. Qualunque scrittura similare, tratta dall’attardato appendicismo degli sgoccioli dell’Ottocento, varrebbe altrettanto bene ad esemplificare questo genere di scrittura. E’ una scrittura ad effetto; ma non è ancòra quella sensazionalistica – quella sensazionalistica sarà una specie di ribaltamento, piuttosto, della scrittura alla Rejetta. La ricerca della novità urtante qui ancòra non s’è fatta cedere il passo dalle strategie d’adeguamento del dato cronachistico-avventuroso alle atmosfere astratte e familiari proprie del melodramma, come rilevano innanzitutto le interiezioni “Cielo!”, “Oh cielo!”, “Giammai!”, “Piuttosto la morte!” & consimili. Ed è questo, proprio, l’aspetto più prezioso di queste scritture volgari e scadenti, pretenziose e raffazzonate: non conoscono nessuna vera e propria stratificazione storica, gli unici segnali del tempo passato rimangono le date, i riferimenti allo stato dell’arte tecnologico, l’aspetto dei luoghi, insomma i nudi fatti della trama. Ma il principio è graniticamente intatto: ed è il principio di una narratività vetusta, che all’altezza di questa ponderosa Rejetta ha tre secoli di vita. O l’autore, e con lui tutti i suoi dimenticatissimi colleghi, pseudonimi e/o anonimi, non ha mai saputo nulla dell’evoluzione del romanzo realistico, o c’è da credere che nella fretta dannata della compilazione tutto quello che aveva reso indecoroso e poetico il romanzo dopo Sade e Flaubert, con tutto il suo portato di dubbio e di accuratezza, siano andati bruciati nel nome di una scrittura che, a dispetto del largo ricorso al convenzionale e al ritrito, si produce tutta quanta in azione, o si avvicina più d’ogn’altra parola scritta all’azione, automaticamente rifondandosi, come se non fosse passato nemmeno un giorno, sulle annose vertebre, granitiche e semplici, del romanzo delle origini, che poi è quello cosiddetto barocco: un grado zero a partire dal quale l’autore è sfidato ad offrire esempj di ottimo comportamento in società – soprattutto quando la società è brutale o selvaggia -, spirito di abnegazione, canina fedeltà ai valori, e morale integerrima, meglio se cristianamente ispirata. Le apostrofi alla lettrice sono forse tre, quattro o cinque, ma l’ingombrante eloquio ore rotundo dell’autore finisce col porsi automaticamente al servizio di un insegnamento morale, e la protagonista Linda è un ottimo exemplum; basti pensare a com’ella, tutte le volte – e sono tante – che il pericolo incombe s’inginocchj a pregare, non meno di quanto avvenisse nell’Ercole cristiano ed altri romanzi abitati da eroi educatìvi, e come rifiuti la mano anche di ottimi partiti considerando sacro ed inviolabile il vincolo stretto col Gaddi, benché questo non manchi occasione di mostrarle odio perseguitandola, ed ella non possa e non debba più amarlo; continuando a farsi ostinatamente chiamare mrs. Gaddi per tutto quanto il romanzo, fino alla morte del mostruoso ingegnere, che liberandola dal nodo maledetto le consente di contrarre nuovo matrimonio. L’ingegner Dino Gaddi è per converso un ottimo exemplum al rovescio – fedifrago, ladro, giocatore, bestemmiatore, manipolatore, imbroglione, assassino – , le cui vicende, intrallacciandosi con quelle della virtuosissima sposa, intrattengono con quelle un rapporto di felice e sperimentata antitesi, che, di là dalle molte ripetitività, dalle quali l’autore riesce a liberarsi si direbbe per disperazione solo verso la fine del romanzo, con qualche scena avventurosa tutto sommato non spregevole, mostra abbastanza meccanicamente i due componenti della coppia come le due facce di uno stesso destino. Conseguenza inevitabile d’un’eccessiva facilità di questo romanzare; ma qualunque postumo, e postmoderno, godimento estetico traibile da letture del genere, se può facilmente bruciare nel piacere imprevisto ed ulteriore del lettore smaliziato, non spiega e non illumina approfonditamente il fatto sostanziale: e cioè che questa letteratura non era facile da farsi perché gli autori erano faciloni e pigri, o perché non si era ancòra pervenuti all’attuale estenuazione di raffinatezza: ma poiché elementari e precise erano le esigenze d’un pubblico per cui il solo romanzo, in compagnia d’un poco di teatro, era veicolo di apprendimento e d’edificazione. Il romanzo era più naturale a comporsi, più semplice da affrontare, perché sapeva servire a qualcosa. Che molte o poche pagine si prèstino ad un piacere estetico postumo, anche e soprattutto ironico, non ha grandissima importanza rispetto al fatto che il romanzo, qualunque narrazione, poteva esistere solamente come concretizzazione manieristica d’un’ideologia. Anche gli esempj infimi, come questo, che pure presentano ogni sorta d’incoerenza tramatica, e dunque una costante incertezza anche ideologica, sono tuttavia perfettamente coerenti dal punto di vista dell’intento morale: in questo specifico caso l’eroina si comporta esattamente come, salvo il fallo iniziale (comunque veniale, perché v’è stata indotta coll’inganno), ci si aspetta agisca una donna di perfetta virtù, manifestando chiaramente i geni che questo taglio narrativo desume da una preistoria di tipo omiletico-agiografico. Impossibile stabilire, per questa letteratura, che aveva una circolazione semisotterranea e un pubblico di modestissima levatura culturale, quale fosse l’effettiva fortuna, o quanto a fondo pescassero gli ami degli scrittori negli animi degli sprovveduti lettori; è assai più logico pensare che essa letteratura tendesse a risolversi in segnale rassicurante, in ripetizione. Si può quantomeno osservare, però, che la letteratura popolare europea già da lunga pezza s’era orientata verso l’intrattenimento, serbando l’istanza morale solamente al filone post-sueiano, che andava inaridendosi, dell’impegno sociale; ma l’Italia, oltre a dover soddisfare il pubblico di città grandi e piccole, aveva anche un bacino d’utenza letteraria che non era cittadino, e che, se pure si richiamava automaticamente ad un valore civile urbano collo stesso richiedere letteratura romanzesca, non era in grado di assorbire modelli men che attardati; né si deve dimenticare, ed è fenomeno anche di oggi, come accanto alla letteratura di consumo particolarmente seguìta di questo o quell’autore, un’ampia produzione, quella sì del tutto industriale, che un pubblico che conosce il genere ma non è attento agli autori acquista a scatola chiusa – come oggi gli Harmony e i Blue Moon; un tempo trattavasi delle dispense in allegato ai quotidiani, per cui si ricorreva a pennajoli qualunque, molto diversamente dunque da quello che aveva caratterizzato l’appendicismo francese dei giornali di gran tiratura degli anni Trenta-Quaranta dell’Ottocento in Francia, laddove erano i grandi nomi ad essere scomodati, Sue Dumas Balzac, &c. A questi scopi non è tanto importante sapere chi fosse Ennio Foscari, o chi si occultasse dietro tale pseudonimo, verosimilmente uno dei tantissimi o anche collettivo, o quante copie circolassero del romanzo, quanto, piuttosto, premerebbe conoscere la quantità dei titoli, che spesso erano iniziati dagli uni e poi rilevati dagli altri – non solo per cause di forza maggiore, ma, relativamente all’appendicismo, spesso di audience – ad Ernesto Ragazzoni, autore d’un esangue tentativo di romanzo d’appendice, successe proprio che glielo sfilassero via, facendolo completare da qualcun altro. Altre pratiche ancor più spregiudicate prevedevano abbondanti ricicli, con pezzi di romanzi preesistenti, o perpetrati da diversi autori a turno, o rielaborati su fonti straniere, o tutte queste cose insieme: fino a portare ad opere che, effetto paradossale e non infelice di un’elaborazione oltranzistica, dovuta alla schiavitù dalla quantità, per non poter essere ricondotte più ad una fonte che all’altra finivano, in un loro modo rozzo, delirante, déferlant, coll’essere sinanco originali, epperò erano compilazioni interminabili, grosse come dizionarj, proprio quello, par excellence, che oggi si definisce difficilmente leggibile – ma il fatto che sia difficile non implica che sia impossibile, e nemmeno infruttuoso.

Anche da un romanzo, per giunta degl’inizj del XX secolo, così arcaico, è possibile trarre qualche spunto interessante, per quanto brutto e scontato possa essere: risultato di un accumulo di avventure più o meno mirabolanti, in apparenza è il frutto di un Lust zu fabulieren controllato solamente dalla fatìca che deriva dall’essere costretti a scrivere quel tanto in più di quanto ci si sentirebbe; e di fatto, invece, è un continuo, ossessivo ruotare intorno al tema della cristiana fortezza, che solo qualche sforzo d’immaginazione in più, o l’esasperazione da oltranza contrattuale, riesce a rendere più vario: e ci si ricorda che l’antico romanzo morale aveva, col suo vasto dispiego di macchine, non solamente il còmpito di mostrare la virtù operante, ma anche quello di rendere accettabile la virtù in sé (poiché la virtù ha un “orrido volto”, come il Castiglione ricorda). Sono tutte istanze che Ennio Foscari o chi per esso, uno degli estremi rampolli di una lunga e folta prosapia, non si pone come problema direttamente suo, ma che si ripresentano automaticamente attraverso l’assunzione di un determinato, sperimentatissimo modello. Trattandosi di un modello primario, basta voler ricorrere al Superuomo di massa come bussola per rendersi conto che è inservibile: già la creazione dei Mystères de Paris pare segnare una data epocale remotissima dalle origini: l’agiografia vi manca ormai totalmente, se non mancano i buoni e superficialissimi principj cristiani; l’eroe Rodolfo di Gérolstein ha tratti inquietanti ed oscuri, e soprattutto il personaggio che fa il suo ingresso nella galleria dei personaggj popolari a tutto tondo, il popolano violento e delinquente (lo Chourineur), la popolana puttana o viriloide (Fleur-de-Marie, la Louve) accontentano un pubblico che vuol aver che fare con personaggj carichi di contraddizioni e difetti. Lo stesso conte di Montecristo è un onest’uomo che ha avuto la vita distrutta: la sua stessa innocenza non cambia il fatto che il suo non è un titolo di merito appo dio – ciò che potrebbe benissimo essere, ma non interessa proprio a nessuno – ma un handicap terribile, a cui porre arduo rimedio con una fiera ostinata ossessiva resistenza alla piega presa dalla storia e, di conseguenza, con una serie di vendette-contrappassi (Dantès) abbastanza sadici. La visione profondamente dinamica, aperta alla soluzione mediante levata d’ingegno dell’ultimo minuto – posto che, appunto, ci sia; e non sempre c’è – o dimostrazione di sublime coraggio fa di questa letteratura della rivalsa una letteratura totalmente moderna, e dunque soggetta ad ogni sorta di deriva ed opacizzazione, complicazione e problematicità. Un esempiaccio, invece, di agiografia fantastica attardata è invece più classico, più prossimo alle fonti primarie del genere.

Linda è bellissima, intemerata, nobile, virtuosa, non contrae debiti nemmeno nella più nera miseria, è nei limiti immune da razzismo (in America ci sono i negri, infatti) e pregiudizj, per cui vuol molto bene a Iuno, la schiava nera che ha salvato dalla morte e che le rimane perpetuamente legata, ma non potrebbe mai e poi mai sposare Onari, il principe indiano che la protegge e vuole sposarla, perché appartenente ad una razza inferiore (anche quando non ostasse l’inescusso vincolo col Gaddi); Onari farà il suo doveroso Liebestod, mentre Iuno andrà sposa ad un simpatico famiglio, che ovviamente non avrà nulla da eccepire. Linda cura scrupolosamente il perfido marito quando se lo trova davanti ferito, anche se è pluriomicida, truffatore, prosseneta, fedifrago e rapitore della bambina che hanno avuto insieme; non inveisce di fronte alle più orrende e inique accuse, chiede pietà alla stessa polizia per i proprj persecutori. Chiaramente questa funzione eroica è resa possibile da di ex machina mai propriamente plausibili e da coincidenze assurde. Ma rimane il fatto che il suo è un personaggio veramente eroico e specchiato, fatto anche (ha capelli e occhj neri, meravigliosi) per rappresentare efficacemente la bellezza italiana all’estero; laddove il marito, fatta eccezione per l’incredibile bellezza, chiave d’ogni cuore di milionaria, è eroico nella perfidia instancabile, nella fame di denaro, nella crudeltà perversa, nella violenza, nel coraggio con cui si butta in imprese arrischiate. Quando si dice che il pubblico da un certo momento in poi non ha più accettato eroi e ha preferito uomini, si tende a non considerare che sono indicazioni che valgono in linea di massima: anche nella letteratura che resta sagacemente in bilico tra popolare e dotta, v. D’Annunzio, l’eroismo, anche se in concreto è una crosta che copre un fondo medioborghese e velleitario, ha tirato per parecchio; e anche ai giorni nostri pare a qualche artefice di toccare il massimo della modernità quando spara negli occhj ad un pubblico certamente compiaciuto la luce spietatamente meridiana di un personaggio incapace di cedimenti: eppure è un eroe, nulla (cioè) che possa definirsi propriamente moderno. Può essere vero che la virtù eroica sia uscita di moda; ma non l’eroismo, l’eroe in sé. In qualunque dato narrativo concluso quello che fa da motore è il personaggio: e i limiti del personaggio sono definiti dalla sua volontà, che si afferma e che è contrastata. L’eroe – detto in prospettiva storicamente inversa – è un personaggio capace di una volontà così assorbente, monomaniaca, ossessiva, da fondersi e identificarsi con essa, e per essa e con essa morire. Questo è l’eroe tragico: levatane l’ineluttabilità della morte, si ha un eroe metastorico. Il quale, se pure alla fine vede il trionfo della propria volontà, e può apprestarsi per quel che possiamo saperne ad una lunghissima e serena vecchiaja, è comunque per tutto il tempo predisposto, in ogni momento, ad ogni respiro, al fatale incontro con le tenebre, pur di non rinunciare al conseguimento del proprio obiettivo, e dunque è costretto continuamente a fronteggiare rischj e subire patimenti, tenendo alta e accesa la propria fiaccola in mezzo alle tempeste. Il massimo interesse delle vicende che hanno protagonista un eroe, e non un semplice personaggio, che divaga e traligna dal proprio percorso segnato e rende dubbio che abbia persino un destino, è stare a vedere come nonostante le avversità la sua volontà non defletta, e come attraverso infiniti contrattempi – sventure, catastrofi naturali, volontà umane avverse – essa volontà continui ad esprimersi, anche quando, per ovvie ragioni, il personaggio è costretto a discorrere di tutt’altro. Solo per questo esercizio di costanza (in cui a dimostrare la propria fortezza è solo il narratore, dato che l’eroe è fittizio) per questa reductio ad unum il romanzo, anche se è brutto, diventa interessante: come esercizio muscolare, dalle attrattive discutibili quando si tratti di situazioni, scelte di décor, opzioni mimetiche, personaggj secondarj messi in gioco, gioco d’incastro e coincidenze, ma sempre notevole per la capacità di resistenza, spettacolo tanto raro nella vita di tutt’i giorni, quando l’eroe ne dia coerente prova da capo a fondo.

Ma la cagione delle attrattive di questi personaggj non risiede tanto nelle loro qualità intrinseche, quanto nel fatto che ai romanzi veramente moderni queste qualità mancano; e le continue oscitanze dei personaggj contemporanei non si sa bene se dipendano esattamente da un’aderenza al realismo, che è una scelta dalle implicazioni necessariamente disfattiste, o ad una vera e propria impotenza dell’autore stesso: quello che è certo è che tutte le abitudini inveterate alla lunga si fanno ineradicabili, e quello che prima era semplicemente inaccettabile per ragioni di gusto e intellettuali, e persino richiedeva uno sforzo per essere evitato, diventa poi fisiologicamente impossibile, a livello di concreta fattibilità. Queste orripilanti letture d’un tempo che fu possono rimetterci in contatto con una prassi ed un’ideologia letterarie che naturalmente non hanno più corso, e che pure sono il motore immobile del romanzesco, un centro pulsante dal quale l’orbita del romanzo s’è spostata di asse, addentrandosi in regioni più fredde. Come lettori è sempre possibile almeno fisicamente riaccostarsi a queste scritture. E come scrittori? C’è la possibilità di recuperare l’elementare necessità di quelle forme di narrazione totale.

Una notte “buja e burrascosa” Linda degli Abelardi giunge al castello avito con una bimba, sua figlia Elsa, in collo. La bambina, che lamenta fame stanchezza freddo, ha tre anni: da tanti Linda manca dal castello. E’ fuggita infatti coll’ingegnere Dino Gaddi, a suo tempo, ci s’è sposata e gli ha dato questa bambina. Dopodiché l’ingegnere l’ha lasciata, sola al mondo. Senza nessuna alternativa, Linda torna dal conte suo padre per chiedergli di riaccoglierla, almeno per pietà della bambina. E’ dapprima scambiata per una mendìca dal maggiordomo, che le contende il passo, ma tale è la sua insistenza che alla fine è annunciata. Anche il conte Abelardi pensa sia una mendìca, ed è per ciò stesso che la fa entrare. Quale non è lo stupore del vecchio nobile quando s vede innanzi la figlia disobbediente! Vuole cacciarnela, e inutilmente Linda gli mostra la bambina; inutilmente Elsa gli tende i braccini chiamandolo nonno: Linda ha la disgraziata idea di chiedere al conte dove sia sua madre la contessa. All’idea il vecchio conte si sente ribollire il sangue: la contessa, al sapere della fuga d’amore, n’ebbe un colpo al cuore che l’uccise; e ora il conte torna a maledire la figlia, che, stravolta, stringendo la creatura al seno corre fuori dal castello nella tormenta. Il conte è trafitto ovviamente dal rimorso, e sùbito insegue la figlia per farla rientrare: ma fuori delle mura tutto è una desolata distesa d’intatto biancore, la neve che cade copiosa ha già coperto ogn’orma, e la donna, col frutto della colpa, è scomparsa. Da questo pentimento troppo tardivo ha inizio l’avventura che segue, estremamente complicata e riassumibile solo per sommi capi.

Linda, senza nulla al mondo, assillata dal pensiero di garantire un avvenire alla figlia, s’imbarca per la terra delle opportunità, gli Stati Uniti, dove conduce vita grama. La prima scena americana di Linda ce la mostra alle prese con serj problemi d’affitto. La padrona di casa vuol riscuotere la pigione, e non si fa impietosire dal fatto che Elsa è malata. La disperata Linda rifiuta cortesemente ma fermamente la mano di uno spasimante rispettoso e devoto, Reynolds, graduato della Polizia, perché è ancòra sposata al fedifrago, e si sente vincolata non di fronte a questi, bensì a dio. Poi però l’uomo le fa pervenire un po’ di denaro, col quale acquistare medicine per Elsa e tacitare la padrona di casa. Un giorno, per la strada, Linda vede passare per la strada una superba vettura, sulla quale riconosce Gaddi al fianco di una bella signora; Linda cade in deliquio. Gaddi, prima che la vettura lo porti via, la scorge ma fa finta di nulla, e procede a fianco della donna, che poi è la sua nuova, e ignara, sposa. Gaddi, liberatosi di Linda, ha tentato l’avventura americana, e sotto il falso nome di Francis Arley ha contratto un proficuo matrimonio con la bella e ricca Carmen, che è fuggevolmente chiamata, a un certo punto, “Lorris”, eppure si ritrova ad essere la figlia del ricco mercante Grant. Costui è il tipo del burbero benefico; soccorre sconosciuto i bisognosi, ma di facciata è noto ai più per tirchio come pochi, vivendo solo con un vecchio servitore e garantendo alla figlia una dote dignitosa e nulla più. Gaddi, che aveva fatto male i suoi calcoli, è un forte giocatore, che contando su dovizie che di fatto non sono a disposizione di Carmen, si troverà ben presto ad aver tutto dilapidato, con conseguenze tragiche. Linda riesce a raggiungere il fedifrago: ha con sé le carte che dimostrano ch’essi sono uniti in matrimonio, e che quindi potrebbero inchiodarlo come bigamo. Nonostante l’infamia ch’egli ha commesso, Linda a questo punto lo ama ancòra disperatamente, e vuol trovare modo innanzitutto per stargli vicino, e possibilmente per ricondurlo a sé. Gli propone dunque di farla assumere da Carmen come dama di compagnia. Gaddi, sapendosi ricattabile e intenzionato ad impossessarsi delle carte compromettenti, acconsente a denti stretti. Carmen accoglie con la massima affabilità la bella e fine dama di compagnia, dalla quale viene a sapere che è tuttora sposata con un uomo che l’ha tradìta, lasciandola sola con una bambina.

Venendo a servizio in casa Arley, Linda ha locato Elsa presso una povera vecchia, che abita in una specie di tugurio in zona portuale, dove si estende un grande quartiere tutto di case di miserabili. Linda è intenzionata fermamente a riavere per sé l’ingegnere, che per parte sua, sempre più a corto di valsente e sempre più prossimo alla galera, sopporta sempre meno quel rimprovero vivente in casa. Finché la situazione precipita: Gaddi riesce a scoprire, prezzolando due carbonaj neri, dove si trova la bambina, e pensa di far ereditare prima del tempo le sue favolose ricchezze a Carmen, in modo da far fronte ai debiti e continuare a giocare. Facendosi anche cogliere talora dalla moglie mentre discute animatamente con Linda, Gaddi tenta parallelamente di ottenere dalla legittima sposa le carte compromettenti; e, penetrato nottetempo in casa del vecchio Grant, l’uccide, facendo ricadere la colpa sul vecchio, fedele servitore innocente. Delle indagini si occupano Brown, capo della Polizia, e il già noto Reynolds, che nel frattempo arrestano il vecchio come l’unico nella casa al momento del fatto, e inquantoché trovato coperto, effettivamente, di sangue. In effetti, la porta d’ingresso non reca alcun segno di scasso. Ma quanto al sangue il servitore spiega che, trovandov’immerso nel letto il padrone, non ha potuto a meno di gettarsi sconvolto sul cadavere, e d’abbracciarlo, bruttandosene tutto.

Quanto ad Elsa, invece, i due carbonaj una sera bussano alla porta della vecchiarda; costei apre, e i due le dicono che, se vuole, poco discosto troverà certo carbone che è loro caduto durante un trasporto, e che non intendono recuperare. La vecchia, tutta contenta, si allontana dalla casa lasciandovi incustodita la bambina; non trova ovviamente nulla, ma quando rientra non si preoccupa di controllare se la bambina sia ancòra lì, non sospettando il sotterfugio, e, tornata a sedersi, s’addormenta. E’ Linda che, battendo alla finestra, la sveglia; la contessina è stata avvertita dal sadico Gaddi che la bambina adesso è in poter suo, e deve assolutamente certificarsi dell’orrido vero. In effetti la bambina è scomparsa.

Brown e Reynolds si daranno modo, sotto mentite spoglie, di penetrare nella bettola dei carbonaj per vedere che cosa possa scoprirvisi. Vengono a sapere da uno dei frequentatori che effettivamente c’è un tale che da qualche tempo in qua spende e spande ed offre da bere a tutti, essendo che, fortunato lui, un signore con evidente disponibilità di danaro gli passa un generoso contributo per il mantenimento d’una bimbuccia. Per un motivo o per l’altro, Reynold e Brown non riescono a recuperare la bimba; Brown, in compenso, riuscirà a mettersi sulle tracce d’una misteriosa donna velata d’azzurro, ospite d’un albergo, che è in contatto con Gaddi e lo copre, nascondendolo. La povera Carmen è infatti stata abbandonata.

Il motivo per cui non c’era stata effrazione alla porta d’ingresso di casa Grant dipende dal fatto che di quella porta esistevano due chiavi: una ovviamente del Grant, e l’altra custodita dalla Carmen in qualche cassetto. E’ stato da quel cassetto che il Gaddi l’ha presa; il servo è scagionato, e Gaddi, che sembra assolutamente irraggiungibile, è accusato – ma, a quel che ho notato, assai con calma.

A scoprire la casa in cui Linda è rinchiusa non sono comunque Reynolds e Brown, ma Linda stessa, per caso, passando davanti ad una delle casupole del porto. Lì l’Elsa è sur un pagliericcio, legata ed esanime, visibile dalla strada. La Linda trova aperto, e si precipita a recuperare la piccina, ma appena esce è intercettata dalla donna dal velo azzurro, che le contende il passo dimostrando un’allarmante forza fisica. Linda divincolandosi riesce a fuggire senza farsi strappar via la bambina, e corre al faro del porto di NY, rifugiandovisi dentro: sale fino in cima, e dal parapetto si mette a gridare ajuto.

E’ riconosciuta di lontano da Reynolds, che accorre. Purtroppo la dama dal velo azzurro è già entrata nel faro, ha chiuso la porta a chiave ed è salita. Trovando l’uscio inchiavardato, Reynolds cerca inutilmente qualche custode. Ce ne sono due: uno dei quali è nella casetta che dorme della grossa, mentre l’altro, come dice a Reynolds che è riuscito a svegliarlo, è assente, via per commissioni con la chiave; peraltro il faro dovrebb’essere sempre aperto.

Tutto questo consente alla dama dal velo azzurro di raggiungere la balaustrata del faro, strappare dalle braccia di Linda la bambina e scendere, con un ascensore a botola che conosce evidentemente da prima, e di cui Linda non poteva sospettare l’esistenza. Quando Reynolds riesce finalmente a salire in cima al faro, trova Linda disperata per la scomparsa della bambina, mentre della dama dal velo azzurro non è possibile rinvenir traccia.

Ho dovuto anticipare la questione della dama dal velo azzurro, per comodità e anche perché farà fare una fatale confusione a Carmen, falsamente convinta per molto tempo che la dama azzurra e Linda Gaddi siano la stessa persona; ma nel frattempo la povera Linda aveva avuto modo di venire alla resa dei conti col Gaddi, ancòra non sospetto e con Carmen: disperata per la perdita della figliuola, Linda aveva svelato tutto a Carmen in una scenata, preannunciandole che Gaddi avrebbe rovinato anche lei. Ma quando aveva cercato di dimostrare di essere la legittima moglie di Gaddi, aveva scoperto che le carte rivelatrici le erano state sottratte. Gaddi, senza che Carmen potesse avere alcunché da opporre, almeno ragionevolmente, aveva freddamente dichiarato che la Linda era pazza.

Linda, del tutto conseguentemente, era stata rinchiusa in manicomio. Qui era stata affidata alle cure di un’orrenda infermiera mascolina, di nome “Vichy” (grafia alternativa di “Vicky”, suppongo), corruttibilissima, che si era fatta convincere dal Gaddi a propinare alla folle italiana una dose letale di morfina mescolata agli alimenti, in modo da farla tacere per sempre. Tuttavia nel manicomio era impiegato come infermiere anche tal Riccardo Donati, ex- barbiere in casa Abelardi, che aveva riconosciuto la contessina ed era riuscito a farla evadere dopo essersi fatto raccontare tutto. La fuga era riuscita grazie ad uno strano scambio di chiavi tra lui e Vichy, che anche senza andare a valutare col bilancino non sta assolutamente in piedi, ma che serve a far incorrere l’infermieraccia nei rigori della legge, o quasi: Reynolds, sulle tracce di Linda, poco manca che l’arresti, ma la gelida virago è talmente facciatosta che se la cava. Peraltro, di lei non si sentirà mai più parlare in séguito. Dopo che la Linda era stata internata, Reynolds aveva avuto un brutto scontro anche con Gaddi.

Un giorno, la sconsolata Carmen s’aggira per l’appartamento, quando, giusto vicino alla camera del Gaddi, è colpita alle nari da un odore nauseabondo, dolciastro. E’ l’odore del sangue di suo padre, rimasto sulla camicia che il gran porco indossava al momento del massacro; e per penetrare nella casa del vecchio Grant sicuramente il fedifrago perverso assassino dev’essersi servito della seconda chiave, custodita dalla Carmen in uno dei suoi cassetti. Non c’è ovviamente motivo razionale per cui il Gaddi abbia dovuto conservare a mo’ di reliquia una camicia sporca di sangue, e per giunta puzzolente, e con quale intensità!, di sangue; ma sta di fatto che mentre la Carmen trambasciata sta ispezionando il lordo indumento, il Gaddi sopraggiunge, e la coglie sul fatto.

Da questo discendono due conseguenze: il Gaddi da quel momento sa di essere braccato, e tutto il resto della narrazione, fino alla morte esemplare, sarà per lui una fuga continua; mentre la Carmen rimarrà per lunghissimo tempo convinta, confortata – si fa per dire – in questa tesi dai dialoghi come confidenziali in cui ha talora sorpreso la dama di compagnia e il marito, che la Linda sia semplicemente la complice del bieco marito, sin dall’inizio, per allungare le granfe sulle sostanze del povero vecchio Grant, ed anzi che la dama azzurra sia lei.

E’ una tesi della quale finirà per convincere anche il pur acuto Brown, e, a momenti, anche il buon Reynolds, specialmente quando, mentre è ancòra in città ed è braccato, Gaddi penetra nell’appartamento in cui la Linda è stata lasciata dal poliziotto, che sopraggiunge e li trova insieme: la Linda, quando pure avesse voluto chiamare ajuto, non avrebbe potuto, essendoché il Gaddi l’ha minacciata di far male alla bambina quando avesse parlato. Non ha importanza: il Gaddi riesce a fuggire, e la Linda, con l’ajuto del fido Donati, almeno intermittentemente, cioè quando i due riescono a non perdersi di vista, continua una ricerca angosciante, ossessiva della piccina, inseguendo un circo itinerante presso cui è stata collocata dalla dama azzurra e dove, percossa ed umiliata, è costretta ad esibirsi con altri infelici minorenni.

Prima di andare avanti, occorrerebbe (volendo) anche precisare la strana metamorfosi subìta dal Donati, vecchio famiglio di casa Abelardi, che talvolta è chiamato Riccardo e tavolta Corrado: quello che è anche peggio, si fonde ad un certo punto con l’altro protagonista di una di quelle agnizioni che non possono avvenire fuorché nei romanzi d’appendice, Alberto, altro ex-famiglio di casa Abelardi a sua volta emigrato, il quale incontrerà in cassetta alla carrozza della padrona e della di lei figlia, molto più in là nella narrazione, la Linda morente di fame sul ciglio d’una strada. E’ il Donati che invia una lettera al conte ragguagliandolo sulla sorte della figlia; ma la faticosamente compilata missiva del Donati Riccardo/Corrado ricevuta e letta con tanta eagerness dal vecchio conte sarà firmata da Alberto, e narrerà non la storia della Linda dal manicomio in poi, ma dal rinvenimento sul ciglio della strada dell’affamata gentildonna, talmente disperata da tendere la mano alla signora che, in carrozza, mangia pane e burro (!): gesto di cui, condotta in casa della signora, si vergognerà talmente da uscirne immediatamente, non veduta. Sta di fatto che durante le sue ricerche americane il vecchio conte avrà ad assisterlo, del tutto all’insaputa della Linda, sia Alberto il birocciajo sia Riccardo/Corrado Donati l’ex-barbiere di casa. Tornando alla dama dal velo azzurro, è uno dei personaggj più stravaganti e misteriosi del romanzo perché non è affatto chiaro contro quale compenso si presti ad assistere tanto efficacemente l’ingegnere; la sua approfondita conoscenza del faro rimane inspiegabile, ma il suo mestiere – che in effetti non c’entra nulla – è dichiarato: ella è una cosiddetta “dama elettrica”, vale a dire una di quelle cavallerizze acrobate che, in un tempo in cui si facevano meraviglie di simili cose, talune virtuose facevano evoluzioni in groppa al cavallo indossando costumi tempestati di luci elettriche. Questa fulva beltà ha una forza più che considerevole: oltre a buttar quasi Linda giù dalle scale afferrandola per la vita, quando la contessina cercherà di penetrare nell’appartamento dell’albergo in cui la dama si dà appuntamento col Gaddi, sarà anche la mittente di una poderosa mazzata sul cranio del povero Brown – destinatario poi, a suo tempo, anche di una stoccata micidiale da parte del Gaddi durante un duello improvvisato all’interno di un carrozzone degli zingari.

L’inseguimento è lungo ed estenuante, con scene anche notevolmente ripetitive. Durante il lungo vagabondare, la Linda ha qualche effimero successo nel recupero della bimba, che regolarmente il Gaddi torna a portarle via con qualche colpo destro. Durante tutto questo tempo la Linda ha due soli pensieri: 1. la figlia; 2. il serbarsi graniticamente onesta e pura, campando la vita rispettabilmente e cercando di procacciarsi di che basti per proseguire l’inchiesta. Il Gaddi, per converso, inanella una serie indescrivibile di violenze, raggiri e furti, travestendosi in molti modi e riuscendo a non farsi riconoscere persino da Brown e dalla Linda. Le loro vicende corrono in parallelo, e spesso in aperta antitesi tra loro, mostrando le virtù specchiate di Linda in contrasto con la feroce malvagità del Gaddi.

L’attività principale di questi è comunque l’intortamento di fanciulle da marito. Durante una delle sue elaborate sceneggiate, quando è sul punto d’impalmare una giovine beltà, gli càpita di fare un incontro abbastanza decisivo. S’è appena allontanato, camminando per un parco, da un ricevimento, quando qualcuno gli punta addosso un coltello, esigendo o la borsa o la vita. Il Gaddi non è il signorino che sembra, e disarma facilmente il malfattore. Il quale è un disperato, il meticcio o mestizo o mestizio Iosè Carrera, già associato ad una banda di cowboys rapinatori di treni (ci sarà una bella descrizione di rapina, di notevole violenza – che offre anche l’opportunità tragica dell’eroico sacrificio di un personaggio secondario, e del suo matrimonio in extremis con la donna amata) ai quali più avanti si ricongiungerà, cooptando lo stesso Gaddi. Sta di fatto che da questo momento in poi il Gaddi ha nel meticcio un capace ajutante.

Spicca una lunga sezione che ha come sfondo una casa colonica in mezzo ad una piantagione, acquistata dall’ingegnere; è forse la parte peggiore. Tre loschi figuri sopraggiungono nella casa, a proposito della quale ci sono moltissimi equivoci, aggravati dalla confusione che per primo fa l’autore: la casa era appartenuta ad un ricco possidente che aveva gettato la moglie in una cisterna, uccidendola, per gelosia; da allora si dice che la casa sia infestata da un fantasma. Si creano equivoci tra il Gaddi in incognito, il vecchio padrone e il gestore della fattoria, che è passato dal servizio del primo padrone al Gaddi. Quello che è peggio è che l’agente MacKnell, agli ordini di Brown e di Reynolds, si traveste da dama azzurra, facendosi tuttavia immediatamente riconoscere dal Gaddi, che lo fa gettare in una fossa in cui s’aggirano grandi felini affamati; ne è tratto da Reynolds malconcio ma fortunatamente vivo. Conclude il lungo e sgangherato episodio la morte apparente di Linda – dovuta ad un farmaco del tipo usato nella Gioconda di Ponchielli, somministrato da una benevola schiava nera – , il cui presunto cadavere Reynolds cerca a lungo inutilmente di recuperare: il colono di Gaddi dice che è sotto la propria giurisdizione. A suo tempo, la Linda si sveglierà da sola e sola dovrà riprendere l’inchiesta.

Questa parte della casa colonica, che è insopportabile, ricorda un giro di valzer meno lungo e inutilmente complicato, ma altrettanto superfluo, volendo, che s’aveva avuto all’inizio: laddove Linda, Reynolds, Brown e Donati, tutti in cerca di Gaddi e di Elsa, avevano pernottato presso una coppia di fattori, lui di cuore non malvagio ma autoritario e prepotente, lei apparentemente vittima in realtà un po’ bagascia, che s’era innamorata di Reynolds – il buon poliziotto l’aveva difesa dalle busse dello sposo energumeno – e aveva fatto di tutto per compromettere Linda. Di fatto, per quel che ne so, un romanzo è tutto superfluo: l’importante è che le singole parti superflue dei superflui romanzi abbiano un loro perché intrinseco.

La carriera artistica, curiosamente, è una buona risorsa per entrambi. Da un punto di vista ideologico è una soluzione narrativa estremamente ambigua; dapprima si rimane incerti se il Foscari sia da considerare autoassolutorio o, cosa abbastanza sorprendente in sì conformista scrittore, semplicemente di vedute aperte; ma poi ci si accorge che la tesi di fondo è che l’arte sia semplicemente, secondo l’ottica di cui è modesto quanto (ovviamente) insistente portavoce, roba da disperati, per quanto redditizia possa rivelarsi. Linda ha una voce incantevole, colla quale intona dolci canti toscani; a Filadelfia ella fa furore sotto mentito nome, coadiuvata dal manager Donati, salvo che al momento di raccogliere il gruzzolo per riprendere la ricerca di Elsa, l’ingaggiatore fugge con la cassa, lasciandola a terra. Un nababbo s’è innamorato di lei, e tiene società fastosa, dov’è però introdotto anche il Gaddi travestito da ufficiale dell’esercito, da nessuno riconosciuto salvo che da Brown a sua volta travestito da fisiognomonista criminale francese. Brown riesce a non perdere le tracce dell’assassino fino al predetto carrozzone, dove però finisce quasi ammazzato; mentre la Linda, per parte sua, riconosce il Gaddi solo vagamente e con grande fatìca, perché avverte fortissimo il disagio in sua presenza, e non sa mai bene se sia proprio lui.

La Linda sarà cantante anche ad una seratona di beneficenza in sostituzione d’una diva indisposta, e poi nuovamente da professionista, col nome d’arte d’Excelsior; correrà persino il rischio di cantare all’opera, e risolleverà le sorti d’un circo malandato – consentendo all’impresario, un brav’uomo, di curare la moglie gravemente malata. Sennonché, esattamente come vien fatto al Gaddi, al cui bel volto nessun’ereditiera resiste, così tutti gli uomini, specie se ricchi e voluttuosi, pèrdono la testa per la povera Linda. La quale, mentre si esibisce come cavallerizza, è presa di mira da un ricco possidente che non ama sentirsi dir no; costui, respinto, mette un chiodo sotto la sella della cavalcatura di Linda, che è disarcionata e s’infortuna, mentre il riccastro è linciato dal pubblico inferocito.

Per parte sua, il Gaddi scopre che è una certa malia del suo sguardo a sedurgli le donne. Ne fa le spese Manuelita – il viaggio di Linda e Gaddi procede inesorabilmente verso sud, dunque i nomi spagnoli si sprecano; ma già la yankee figlia del vecchio Grant si chiama Carmen – che il Gaddi spinge a parecchie tristizie: egli si fa padrone in quel caso di un enorme café chantant / bordello in cui si languiscono tre prigioniere beltà: una di esse, la polacca Priska, morrà avvelenandosi insieme con lo sventurato amante, mentre le altre due, di cui una indiana dotata di un fluido più potente ancòra di quello del Gaddi, ajuteranno la dama resipiscente a legarlo, fuggendo insieme verso più sereni lidi. Accortosi del tradimento, l’ingegnere strangola la povera disgraziata. La corsa in treno delle due dame esotiche dà spunto ad una bella descrizione, quando il treno attraversa una parte di prateria in cui è stato scatenato un incendio: i vetri scoppiano, e si tenta di impedirlo ricorrendo a straccj bagnati.

Del fluido maledetto faranno le spese i Taylor, madre e figlio, irretiti da Gaddi e dalla sua complice Mercedes – falsa dama, conosciuta dal Gaddi quando entra a far parte di una banda dei desperados di Iosè Carrera –  in un matrimonio milionario. Il giovane Taylor risponde all’annuncio di un giornale, abboccandosi con Gaddi: il quale sostiene di essere fratello di Mercedes, la quale, rimasta vedova, non vorrebbe più saperne di legarsi ad alcuno. Il Gaddi presenterebbe allora Taylor come un vecchio amico, in modo, così dice, che Mercedes non abbia alcun sospetto e sia indotta a cedere più facilmente. Così avviene, o almeno così pare avvenga, e dato che i due avidi imbroglioni sono ormai a corto di valsente, prima ancòra di contrarre matrimonio l’affascinante beltà – che diverrà molto più crudamente “la p…!”, “la put…!” quando il velame sarà, tardi, squarciato – si fa dare molti regali, fino a far insospettire lo stesso Taylor, peraltro innamoratissimo di lei. Per non dire della madre, che sin dall’inizio diffida della bella messicana dagli occhj malvagj. Nonostante il loro affiorare, essi sospetti non hanno vera presa sull’animo di Taylor prima che sia stato dilapidato un milione e mezzo di dollari, tutte quante le loro sostanze. Taylor il figlio, con uno sforzo sovrumano, s’impone a vantaggio dell’amorosa madre un disperato ottimismo: tutto vuol porre in opera per recuperare il patrimonio perduto. La madre, tuttavia, ha ricevuto un colpo troppo duro; all’idea di quel capitale, costato sangue e lacrime agli onesti Taylor, le è insopportabile; si sente male, e prima che il figlio possa chiamar soccorso efficace la povera disgraziata è stroncata da un colpo apoplettico. Il figlio capisce di non poter più vivere, e si spara.

Ma questo non vuol dire che la società per delinquere messa insieme dal Gaddi e dalla Mercedes, nonostante il talento d’entrambi, non corra alcun rischio, anzi: la Mercedes non tarda a rendersi infatti conto che il Gaddi, perennemente a secco di soldi a causa della prodigalità, che in lui eguaglia – causa il vizio del gioco – l’avidità, che è enorme, invece di fare in parti eguali i soldi che con una scusa o l’altra è riuscito a farsi prestare dal Taylor, le ha sottratto 20.000 $ della sua parte. Vedutone il sembiante riprodotto su un wanted affisso ovunque dalla polizia, notato con maligna soddisfazione che la taglia assicurata a chi lo desse vivo è appunto di 20.000 $, la bagascia lo denunzia alla forza, intasca e scappa, mettendosi in proprio per tutti i successìvi raggiri. La storia di Mercedes non finisce qui.

Il Gaddi, comunque, finisce in galera. Su lui pesano accuse di raggiro, truffa, ma soprattutto omicidio. Il suo destino non può non essere di morte. E’ condotto in un carcere retto da un brav’uomo, che ha purtroppo due figlie fanciulle. Una d’esse, ammaliata dal malvagio, riuscirà a farlo evadere. Sul punto di lasciare le mura dell’istituto, però, sono colti dalle guardie a causa d’un calcolo erroneo: la guardia tira, la bella e succube fanciulla fa scudo il proprio petto al demoniaco galeotto, vi riceve i projettili a lui destinati, e muore, consentendogli di sottrarsi alla cattura. Prima di esalare l’ultimo respiro, la bella succube dice di non aver potuto resistere allo sguardo magnetico dell’uomo fatale.

Ma Gaddi non commette violenza solo per ottenere denaro ed agj. Come s’è visto con Manuelita, il maledetto è anche supremamente vendicativo. Una volta libero, non mancherà di ripagare la Mercedes del bello scherzo che gli ha tirato. La raggiunge in luogo di mare, dov’ella mena vita da gran mantenuta, le fa pervenire l’invito ad un abboccamento in luogo discreto raggiungibile per barca. La Mercedes ci va, affidandosi al barcajolo che lo spasimante le invia. A mezzo il corso il barcajolo si scopre: è il Gaddi, che la terrorizza per bene e poi la forza a buttarsi da sé in pasto ai pescicani. Avverrà anche nel suo caso, a suo tempo, che giustizia sia fatta da un suo antico sodale: i buoni, in questo romanzo, sono così in parte sollevati dal dover infliggere l’estrema punizione ai più mostruosi rei.

Ma, appunto, il Gaddi dev’essersi pur fatto ragione della sua strana dote; e ad un certo punto anche lui, come anticipato, pensa di sfruttare il fluido misterioso per fini di spettacolo – spettacolo che ha per fine, a sua volta, l’interesse. E così da spettacoli di magnetizzazione, taglieggiando senza pietà i presenti in sala e approfittando degl’ipnotizzati in modo che rubino per suo conto. La consapevolezza della sua preziosa dote gli è venuta durante uno dei tanti inseguimenti, quando era finito dentro la gabbia di un leone, circondata dalla folla inferocita. Il Gaddi, fissando l’animale negli occhj, l’aveva ammansito; aveva quindi aperto la gabbia e ne aveva fatto uscire la fiera, che aveva sgominato la folla in un battibaleno, liberandolo. Non ha il tempo di andarsene che è raggiunto dalla domatrice, donna di gran polso, che lo sgrida per aver, sicuramente, voluto prender parte ad una stupida scommessa, come fanno tanti giovani viziosi. Richiusa la belva in gabbia, la domatrice è tuttavia domata a sua volta dallo sguardo magnetico del Gaddi: ella decide che il giovane le è simpatico, e più tardi lo riceve in camera propria. Ma il Gaddi non si smentisce mai: uomo d’appetiti bestiali, tenta usarle violenza. Ma la donna brandisce il frustino e, con una poderosa verzellata, gli lascia in volto un vistoso motivo perché la voglia gliene passi una volta per tutte. Sfregiato il Gaddi da allora in poi rimane per sempre; ed è un suo cruccio, oltre che un segno che lo rende più riconoscibile, e fa di tutto per occultare la cicatrice servendosi di cosmetici.

Sono alcune soltanto delle infinite, intricatissime peripezie della protagonista e dell’antagonista, in parte prima e in parte dopo un furibondo inseguimento, che devo segnalare per una delle parti più vitali e drammatiche del romanzo, a bordo d’una chiatta lungo il Mississippi; v’è anche Donati, che lascia momentaneamente Elsa, fortunosamente ritrovata, sulla riva per soccorrere la padrona in pericolo, e rimane quasi ucciso. Elsa si perde, e la Linda si prende una pistolettata in séguito alla quale perde i sensi, cade in deliquio, non si sa bene, fattostà che sopravvive. Il Gaddi, vuoi per orgoglio di maschio rifiutato, vuoi per incredibile raffinamento di perversione, ha cominciato a battere un tasto un po’ differente: è disposto, insomma, a far ricongiungere la madre e la figlia, ma esige che la Linda torni con lui. Durante questa tremenda traversata né il progetto di Linda di riabbracciare definitivamente Elsa né quello di Gaddi di riavere sua la Linda si realizzano. Il Gaddi e la Linda si pèrdono di vista, e pèrdono di vista anche l’Elsa, poverina; e la Linda rimane a lungo convinta che sia in poter del Gaddi, mentre non è vero.

In realtà, l’Elsa, lasciata troppo a lungo sola, in vana attesa del Donati, sulla spiaggia, v’è stata sorpresa dall’imbrunire. Tutto l’entroterra è occupato da una paurosa selva, in cui i predatori si aggirano. Convinta di poter riabbracciare la mamma venendole incontro, la piccina s’incammina nell’intrico, dove per miracolo non rimane uccisa da qualche animale affamato. Se questo ha da succedere è proprio laddove la selva finisce, e comincia lo spiazzo prospiciente una casa colonica: la piccina, avvicinandosi alla salvezza, si sente non so che fiato sul collo: è una fiera, che vuol mangiarla; la bimba atterrita corre, esce nello spiazzo, dove si trova una coppia di coloni davanti al fuoco; il colono brandisce il fucile, tira e ammazza la belva. L’Elsa, rimasta esanime poco discosto, è sovvenuta dalla brava coppia, che è senza figlj. Secondo la donna è un chiaro segno del cielo, che ha voluto felicitarli di prole in altro modo: il fattore è contento, e la tengono con loro pensando di crescerla. Le trovano al còllo una medaglietta, con sopravi inciso “L.d.A.”, che non sanno ovviamente interpretare, e che ripongono.

L’Elsa è al sicuro, ma la povera Linda non può saperlo. Dopo una lunga peregrinazione, la Linda è intercettata, distrutta dalla fatìca e dalle privazioni, dal Donati redivivo, che la porta ad una locanda a loro nota, donde erano tutti passati prima di ritrovarsi a bordo della chiatta sul Mississippi. Qui il Gaddi aveva corso il rischio d’essere preso da Reynolds, e l’oste malnato s’era offerto di nasconderlo in un baule, in cambio di una fortissima somma. La figlia dell’oste, che già aveva evitato alla Linda, un agguato del Gaddi – era stata incaricata di attirarla alla locanda fornendo una falsa descrizione del Gaddi, ma poi, presa da sospetto, aveva detto alla Linda che il mittente non aveva affatto l’aspetto che le era stato ordinato di descrivere – accoglie adesso la donna febbricitante nella propria stanza; questa pausa forzata nella narrazione, con la descrizione della permanenza penosa della Linda pressoché moribonda in un luogo non del tutto sicuro, tra la goffaggine un po’ ridicola del Donati e la non sufficientemente spiccata tendenza al bene della figlia dell’oste, è a suo modo evocativa più di tante altre parti, anche perché, come tante altre parti ancòra, è totalmente sfuggita di mano al limitato autore. Tanto più artificioso e solenne appare l’energico reinnalzamento alle sfere astratte del melodramma, quando la Linda deposta sul letto allo stremo delle forze, prima di cadere in un agitato sonno comatoso, semisollevata sur un braccio, intona una vera e propria scena della pazzia, con la gnagnera della madre orbata del Prati: soluzione di una bruttezza, di una implausibilità, di un patetismo involontario (si tratta pur sempre di due pagine e mezzo risparmiate allo stanco compilatore) che non si limita a rasentare, solo, il sublime.

Ripresasi, continua da sola le ricerche, ed è durante queste peregrinazioni che fa il suo più bell’incontro: Iuno. E’ questa una nera, giovane e bella, che un gruppo di uomini sta malmenando senza pietà quando la Linda càpita nei dintorni. Linda ovviamente accorre, implorando misericordia. La nera ha rubato, e vorrebbero ucciderla, ma se proprio ci tiene, dato che è una cattiva schiava, può anche tenersela. Iuno le rimane eternamente grata, e diventa sua serva fedele. Il suo reato nella fattispecie è stato rubare qualche soldo per comprare un po’ di tabacco, una delle poche cose che è difficile rubare direttamente, come cibo o vestiti. E’ scontato che la Linda ci si metta di buzzo buono, e non perda occasione per farle presente che non si deve rubare; d’altronde, Iuno, oltre alla gratitudine, ha anche molti lati positivi: è in grado di costruire in quattro e quattr’otto una comoda capanna di frasche e di procurare cibi sostanziosi per una cena calda, cocendo le pannocchie prese ai campi aperti sul falò e mettendo le quaglie selvatiche a stufare nella terra. Furba come il demonio, fedele, leale, in grado di battersi come un uomo, Iuno è veramente un bellissimo personaggio, il cui realismo espressivo si limita all’infinito dei verbi reggenti le altrimenti pompose proposizioni che il Foscari mette in bocca indifferentemente a contesse toscane e schiave afroamericane, ed è segnacolo dei lodevoli sentimenti antirazzisti dell’autore.

La méta seguente è la casa di certi mormoni, di cui si ricostruisce succintamente la storia, cominciata nel 1804 con la rivelazione avuta dal profeta Smith. Il Foscari non è particolarmente amico dei mormoni, e in effetti tende a mostrarli nella luce più sinistra possibile. Questi tetri signori accolgono con benevola unzione la Linda, ma non sopportano i neri, e confinano la povera Iuno nella stanzaccia della serva, che a sua volta, come tanti sottoproletarj, la vorrebbe subornare; tentativo che finisce miseramente, perché Iuno, senza farsi pregare, la malmena come si deve e la sbatte fuori dalla camera, insediandovisi come padrona assoluta. L’avventura coi mormoni, per com’è introdotta, pareva dover aprire tutt’un altro capitolo della saga, complicando all’inverosimile la vicenda della Linda col mostrarla laboriosamente alle prese coi settarj ipocriti e lussuriosi, magari con descrizioni favolose di ritualità segrete e usanze repugnanti alla retta morale religiosa, ma in un romanzo a vanvera come questo non è sufficiente che uno spunto si presenti perché automaticamente sia sviluppato, e infatti la cosa, dopo qualche bazzecola, si riduce a nulla. La Linda è assunta come dama di compagnia, ma i progetti segreti dei suoi presunti benefattori sono sin dall’inizio ben diversi. Già s’è detto che la Linda è irresistibile; e infatti, coll’accoglierla, i settatori hanno già deciso che andrà in sposa ad un certo loro profeta, dal quale la condurranno di lì a pochissimo. Hanno peraltro sentito parlare di una bambina ritrovata, e la Linda è più che disposta a mettersi fiduciosamente in viaggio, in treno, con loro. Nonostante le insistenze, la Linda non riesce ad imporre che Iuno, che poi è sua proprietà, la segua. E’ Iuno stessa che le dice di non preoccuparsi, e lasciar fare a lei, che non la perderà di vista. Il viaggio in treno, in effetti, è divertente, con Iuno che trascorre la gran parte del tempo viaggiando dentro un baule, o aggrappata all’esterno di qualche vagone, riuscendo regolarmente ad infinocchiare controllori e guardie.

Giunte a destinazione, le due donne si ricongiungono. Il Gaddi, che sta inseguendo la Linda, è là; la Linda è sempre convinta che il Gaddi abbia la bambina, o che sappia esattamente dove sia, sicché si fida quando il Gaddi fa sapere attraverso Iuno che Elsa si trova in una certa casa. Iuno penetra nella casa, ne rapisce la bambina e la reca alla Linda: che, con orrore, si accorge che non è l’Elsa, e che hanno commesso un rapimento. Iuno, senza scomporsi, riporta la bambina indietro e, servendosi d’un ragazzino ingaggiato all’uopo, fa tornare la piccola là donde l’ha tolta. La ricerca continua.

L’impresa di gran lunga più eclatante del Gaddi è la seconda conquista della seconda moglie. Proprio così: riesce persino a rifar sua la Carmen, che per la verità aveva sempre lasciato aperto uno spiraglio al dubbio. Inoltre, la Carmen è pur sempre convinta che la Linda e la misteriosa dama dal velo azzurro siano la stessa persona, e che essa persona sia sempre stata implicata in loschi affari con il Gaddi. Ma c’è un modo per cui il Gaddi può tornare a farsi amare dalla Carmen: facendo, semplicemente, ricadere la colpa peggiore, la più imperdonabile, quella della morte del vecchio Grant, sulla Linda.

I due hanno un nuovo idillio; Carmen nasconde il Gaddi in una delle sue case, all’insaputa della stessa servitù, ma deve amaramente ricredersi sul marito quamndo questo con una carica d’esplosivo apre la cassaforte murata nell’appartamento; è descritto per filo e per segno come faccia saltare la piccola carica, servendosi di una dima forata ed altro.Il Gaddi scompare, la Carmen rimane sola con l’allucinante prospettiva di dover rivoluzionare completamente la propria idea dei fatti; in séguito a questo ripensamento radicale, doloroso ma necessario, comincia a rivalutare anche la Linda.

La quale nel frattempo, insieme con Iuno, quasi rimane uccisa in un tremendo scontro ferroviario – descritto in modo abbastanza efficace – , in séguito al quale la gran parte dei viaggiatori muore. Il treno, catorcio fumante, rimane mezzo deragliato vicino ad una certa palude, per la quale le due donne devono lungamente vagare prima d’incontrare l’abitato. Irreperibili al momento dei primi soccorsi, sono date per morte. E questo è un particolare determinante, perché nel frattempo, ricevuta e letta con incredibile commozione la lettera del famiglio (di quale s’è detto sopra), il conte Abelardi s’è imbarcato per la vasta America, e qui approdato s’è precipitato a far la conoscenza della Carmen. La Carmen, che ha ormai aperto gli occhj, gli si propone come alleata nella ricerca dell’Elsa. Il conte Abelardi riesce a raggiungere i Milton, che, pur con dolore, lasciano che la bimba riparta per l’Italia col nonno. Quanto alla Linda, per quello che se ne sa, non c’è più nulla da fare. Il conte, consolato solo a mezzo, torna in Italia con la piccina.

La Linda continua da sola, ajutata dalla sola Iuno, la ricerca dell’Elsa, senza poter sapere che non è più in America. Un colono perverso s’innamora di lei; con la solita scusa d’assumerla come dama di compagnia, le fa raggiungere una grande e ricca casa isolata tra i campi, dove vivrebbe una gentildonna, che però è una vecchia che ha l’aria più volgare del mondo. Essa è in realtà una servente del colono, incaricata di accogliere senza sospetto la Linda, che così si ritrova imprigionata. Di tanto in tanto il perfido colono le rende visita, mettendola di fronte alla solita alternativa – ma la Linda ovviamente non cede, mai. Parallelamente, la Iuno è stata messa a lavorare i campi poco discosto, prigioniera cogli altri schiavi, in condizioni miserande. Ma la fedele riesce a sollevare i colleghi contro il padrone, e li guida all’assalto della casa, liberando Linda. Ancor più interessante, quasi una situazione da Grand Guignol, era stato il claustrofobico episodio della Linda ricoverata in una strana casa di cura, in cui il primario era in realtà un pervertito che abusava delle sue pazienti, tenendole recluse. Era precedente l’incontro con Iuno, ma anche qui non era mancata un’ajutante, una donna con la quale aveva cominciato a comunicare attraverso la cappa del camino, a mo’ di portavoce; prima coi consiglj (di non accettare i narcotici che le erano somministrati come farmaci, innanzitutto) e poi scatenando un poderoso incendio la compagna di sventura le aveva permesso di fuggire; chiaramente era perìta nell’incendio con il perverso primario e l’infame infermiera che l’ajutava: avendo subìto gl’immondi abbracciamenti del mostro, non poteva fare una fine diversa, che cancellasse la macchia in uno coll’atto eroico e con la morte.

Carmen viene a sapere che Linda è ancòra viva: si riconciliano. Carmen mette a disposizione tutto il suo, ma Linda non accetta denaro.

C’è ancòra una parentesi borghese, durante la quale la Linda è impiegata in un grande magazzino come commessa e contabile. Qui è presa di mira dalla perfida mrs. Galston, che non tollera che il padrone abbia del tenero per Linda e trascuri le occhiate languide che gli scocca da anni. La donna briga per far passare Linda per ladra, prima di stoffe preziose, e infine di denaro; ma fortunatamente l’innocente è scagionata grazie all’intervento di alcuni onesti affezionati colleghi.

Il romanzo ha un’impennata sul finale, laddove la narrazione si fa notevolmente più omogenea, anche qualitativamente; naturalmente per quanto riguarda le singole situazioni drammatiche escogitate, e il décor, descritto con maggiore impegno.

A questo punto, la Carmen ha avvertito il vecchio conte Abelardi che la Linda è in vita. Non ci si può ragionevolmente infastidire del fatto che la Linda ignori per così tanto tempo, pur venendo a sapere che il vecchio conte è stato informato ch’ella è viva, che Elsa è con lui. Il fatto è che Carmen non glielo dice, tutto qui. Sicché la Linda a un certo punto cade malata; è sovvenuta da certe brave suorine, che la fanno rimettere; rimessasi, commossa dall’opera di bene ch’esse svolgono con tanta dedizione, per un certo periodo fa come loro, si mette il velo e cura gli ammalati; e le càpita tra mano proprio il Gaddi. Ella, al vedersi dato in cura il terrificante ingegnere, dapprima ha quasi un mancamento; ma l’uomo è malato assai – per tutta una serie di motivi – , ed ella è caritatevole; e lo cura, come fosse chiunque altro, molto coscienziosamente. I presupposti sono che il Gaddi, che sotto le mani esperte della Linda torna a nuova vita, è sempre dell’idea di riaverla sua; e che la Linda è convinta che il Gaddi abbia in poter suo l’Elsa, o almeno sappia dove sia. Questo dà al Gaddi un enorme potere sulla Linda; le giura di volersi redimere, e la santa donna è costretta a credergli. Non lo denuncia – ma non lo farebbe comunque – , e del tutto coerentemente si rifiuta nel modo più categorico di tornare con lui. Riprenderà la bambina con altro mezzo.

Il Gaddi da un momento all’altro sparisce per tentare qualche nuovo colpo. E’ il punto del romanzo in cui dà prove maggiori di intelligenza e coraggio. Dapprima la sfanga facendo correre un proprio cavallo, che riesce ad allenare per la vittoria in una sola settimana, stando alla descrizione facendogli fare percorsi sempre più lunghi, e dandogli meno acqua possibile e solo granturco setacciato. Chissà se funziona.

Poi lega con una messicana, la nobile Aguilar, vedova, con la quale ha una relazione del tutto clandestina, di cui nessuno deve sapere nulla. Molla tuttavia senza scrupoli la gentildonna quando scopre che la di lei figlia è l’effettiva depositaria delle immense ricchezze lasciate in morte dal defunto Aguilar. Nel frattempo la nobildonna ha acconsentito più volte al Gaddi di sostituire molto del proprio denaro con denaro procurato dal Gaddi, senza sapere che questo era grossolanamente contraffatto – il Gaddi l’aveva portato via ad un poveraccio che aveva cercato di smerciarglielo su un treno; con la minaccia di consegnarlo alla forza, l’ingegnere se l’era fatto consegnare tutto. Senza sapere che specie d’imbroglione pervertito sia il Gaddi, la nobildonna pensa che la preferenza sia andata alla figlia solo perché più fresca ed avvenente, ed acconsente dignitosamente di farsi da parte, anche perché la ragazza è tremendamente infatuata del Gaddi. Costui, a cui il fegato non manca affatto, si è illustrato agli occhj suoi con due arditissime imprese. Un giorno il Gaddi e le due Aguilar erano andati alla corrida. Nonostante l’autore non manchi di rilevare che lo spettacolo è disgustoso, pure la giovine Aguilar era di ardente sangue spagnuolo, e buon sangue non mente: tutta riscaldatasi alla vista di due primi combattimenti, dei quali il primo era stato veloce e non particolarmente entusiasmante, e il secondo decisamente deludente, aveva insistito per andarsene solo dopo il terzo toro ucciso. E il terzo toro s’era rivelato una vera forza: a lungo picadores e banderilleros avevano armeggiato per fiaccarlo in pro del torero: la belva, inferocita dalle banderiglie, era partita all’attacco, uccidendo cinque cavalli, ferendo due uomini e scavalcando la palizzata, con conseguente panico del pubblico, che pesticciandosi aveva cercato invano d’uscire dall’arena di sangue: il Gaddi era intervenuto, e sotto gli occhj ammirati di tutti aveva ucciso il toro con un sol colpo. Intenzionato ad impressionare ben bene la ragazza, aveva poi sfidato un vulcano sul punto d’eruttare; giunto quasi in cima, era stato sorpreso dalle prime esplosioni. L’Aguilar iuniore, pazza d’angoscia per il fascinoso forse già incenerito dalla lava, s’era slanciata a raggiungerlo, per morirgli a fianco. Sulle falde del vulcano scosso dalla tellurie si erano incontrati, e invece di morire avevano passato la propria prima ora d’amore. S’erano anche intesi di non rivelare ancòra a nessuno i proprj sentimenti.

Quando era arrivato il momento avevano reso noto il tutto; e così l’Aguilar madre aveva deciso di rassegnarsi, pur con la morte in cuore, dando loro la sua benedizione. Ma al momento della pubblicazione del fidanzamento la schiava nera Dido, che è buona profeta, annuncia che la ragazza sarà monaca la sera stessa delle nozze, e che entro l’anno Gaddi farà una fine orrenda. Nessuno dà peso a questa profezia, che ovviamente si avvererà. Ma il Gaddi, sicuro del fatto suo, gasato dalla conquista – che stavolta, effettivamente, non è dovuta a nessun particolare magnetismo, ma a sode dimostrazioni di superiorità fisica – va al circolo, offre giri di zozza, dà di molti bacj alla bottiglia, e insomma sbraca, e giunge a vantarsi dinnanzi a tutti d’esser stato l’amante della madre della futura sposa. Queste volgarità scendono come una lama nel cuore d’un uomo onesto che è presente, e che da anni ama devoto e sconosciuto la bella gentildonna. Non tollera che la tradìta rimanga ignara dell’affronto, e si reca da lei; e glielo riferisce. La donna ringrazia molto dignitosamente, congedando l’uomo. E’ decisa, a questo punto, a togliersi la vita. Si dà un attimo di respiro, vuol raccogliere le idee. Siede a tavolino e meccanicamente comincia a contare i pacchetti di banconote che serba nei suoi appartamenti. Non tarda ad accorgersi che sono contraffatti, e anche malamente. A quel punto si rende conto di che specie di belva sia il Gaddi, e prima di mettere in atto il piano funesto scrive una vibrante missiva alla figlia. Il foglio, che arriverà troppo tardi per impedire l’unione, annuncia alla povera giovinetta che ha sposato un indegno, ed esprime grande amarezza e dolore per la sua gioventù distrutta. Affida la consegna allo stesso discreto spasimante che ha cominciato ad aprirle gli occhj. Questi si precipita a Puebla a recapitarla. Per via, intercetta un militare che fa parte della compagnia che il mistificatore Gaddi ha sempre detto esser la sua. Chiede al militare se lo conosca; ma il militare non ha mai sentito il nome con cui il Gaddi si è presentato all’alta società messicana. I due riprendono il viaggio insieme, a rotta di collo.

All’arrivo dei due, il Gaddi è smascherato e malmenato, ma riesce a sottrarsi e fuggire. Alla notizia del furto segue immediata quella del suicidio dell’Aguilar seniore; la profezia di Dido è mezza avverata, perché la sposina, divorziando dal mondo, abbraccia la religione del vicino convento di san Giacomo di Compostella.

Quando avviene la drammatica dichiarazione della fanciulla di voler prendere i voti, il Gaddi insieme con Iosè è nei pressi, e sente tutto. Iosè gli narra che il convento custodisce in tenebrosi ossarj tutte le favolose ricchezze abbandonate dalle spose di cristo nel lasciare il secolo. Curioso, il Gaddi si fa descrivere esattamente il luogo, che che è una corte riparata che in pochissimi hanno visto, nella quale sorgono tre statue che occultano un meccanismo preposto ad aprire e chiudere il varco ai sotterranei. Si sa, o almeno si dice, che un uomo che era penetrato nell’ipogeo per sottrarne i tesori, v’era stato trovato morto. Ma molti sono i sospetti che queste statue siano solo leggendarie, e questa è anche l’opinione di Iosè. Il Gaddi pensa che se il passaggio esiste veramente, l’uomo trovato morto potrebbe essere stato vittima di qualche fuga di gas; occorrerà dunque attrezzarsi. Iosè, cattolicissimo e superstizioso, si rifiuta di prendere parte al furto in un convento, ma il Gaddi non dispera di convincerlo più tardi. Durante il giro di ricognizione, che egli compie solitario, il Gaddi trova le tre statue e identifica il meccanismo. Torna indietro a procurarsi il necessario per sopravvivere nell’antro pauroso, e soprattutto a garantirsi l’ausilio di Iosè, che però rifiuta nuovamente, e categoricamente, d’aver parte alcuna al sacrilegio. Furibondo per dover affrontare i pericoli da solo, il Gaddi gli mena una nerbata in faccia.

Inutile che si penta, poi, d’aver dispensato dai suoi servigj un così fido famiglio: di fatto, fa presente l’autore, i meticcj sopportano tutte le angherie e tutti gli insulti, ma non tollerano d’essere malmenati. Il Gaddi non lo sa, ma Iosè gli ha giurato eterna vendetta.

Comunque sia, l’ingegnere torna all’antro segreto, e lì aziona il meccanismo: una delle statue si sposta, lasciando scoperto il passaggio. Notando che la statua non è pesantissima e che può rimuoverla anche facendo forza da sotto, il Gaddi, calatosi nel pertugio, la ricolloca al posto di prima, chiudendosi dentro. Procede quindi nel bujo col lume acceso chiuso nel casco da minatore, e una candela davanti a sé che gli riveli eventuali fughe di gas. Non è evidente il motivo per cui si sia dovuto chiudere dentro, allora: o meglio, da ciò è necessario arguire che l’ingegnere preferisce rimanere in ogni caso gassato piuttosto che essere scoperto. I fruscii e i lamenti che ha sentito sin dalla superficie sono prodotti non dagli spettri, come la sua immaginazione sovreccitata gli aveva suggerito, ma da pipistrelli e da un grosso gufo dagli occhj gialli. La catacomba è generosamente rifornita d’aria da aperture, e se la candela gli si spegne è per via d’un colpo di vento. Supera casse con cadaveri in via di putrefazione, un braccio di cunicolo completamente crollato, e giunge in una sala in cui numerose arche sono guardate da un’enorme effigie lignea di san Giacomo, che leva minacciosamente il braccio. Il alto si odono i passi delle due attempate guardie che fanno la scolta al chiostro interno del convento. Il Gaddi viola le arche, e in una d’esse scopre inestimabili tesori. Tutto contento fa per bottinare il prezioso contenuto, quando il simulacro del santo, che regge per miracolo sul fondamento marcio, pensa bene di crollare in avanti proprio in quel momento, schiacciando sotto la propria mole l’infelice sacrilego.

Il fracasso induce le due pur pavide anziane guardie a calarsi nel sotterraneo a fare un giro d’ispezione. Il Gaddi, tutto contuso ma ancòra in sé, è intravisto dai due mentre si trae in salvo strisciando a terra, ma inseguirlo non serve a nulla, poiché il malnato riesce a nascondersi dentro una cassa, in compagnia del cadavere d’un alto prelato. Non sarà certo l’ultima sua impresa, ma è certamente quella che rappresenta meglio di altre il suo sconsiderato ardire.

Per converso, anche Linda ha un’esotica avventura: mentre viaggia a dorso di mulo con Iuno è coinvolta in uno scontro tra bianchi e indiani. Prevalsi questi, le due donne sono prelevate e condotte al campo insieme ai guerrieri superstiti, che portano con loro i cadaveri dei loro caduti. Giunte con la scorta silenziosa all’antica città azteca che è l’ultima roccaforte Navajo non domata dall’uomo bianco – la città dovrebbe chiamarsi Navaiva, ma le incertezze di grafia dell’autore fanno a gara con quelle di composizione del tipografo, rendendo come sempre abbastanza difficile stabilire l’esatta lezione – , Iuno, in quanto nera e considerata di razza inferiore dagl’indiani, è data in preda alle donne rimaste vedovate dallo scontro appena consumatosi, che per rappresaglia della perdita sonano la disgraziata schiava come un tamburo; mentre a Linda non è torto un capello, ma le è data l’alternativa tra lo sposare un meticcio – uno dei loro guerrieri più valorosi, ma traditore dei bianchi, e infido – o salire sul rogo di uno dei capi rimasti uccisi, come sua postuma sposa. Linda ovviamente opta per questa seconda soluzione; né Iuno, ancòra tutta contusa, ha modo di ajutarla.

E’ condotta a compiere il rito funebre e sacrificale, ma un’eclissi che si produce in quel momento la fa conoscere per speciale favorita degli dèi: è graziata, e appare ai selvaggj come una creatura affatturata, meritevole di assoluto rispetto e venerazione. Per una volta tanto l’aura favorevole ridonda anche sulla già assai provata Iuno, che se pure si trova alle prese con ragazzetti che la inseguono a darle la baja e porla in canzonella, ha licenza di distribuir loro robusti schiaffoni, del tutto impunemente. Ella è posta a lavorare i campi come tutte le donne della città, ed è un lavoro fortunatamente sopportabile, mentre la Linda vive a palazzo, come una principessa. L’unica cosa che non le è permessa è allontanarsi dalla città; per il resto è rispettata, servita, riverita.

Ma si attende da un momento all’altro il capo supremo, Oliviero (!), che, giunto, le dà benigno il benvenuto. E’ seguìto immediatamente dopo dal figlio, Onari, reduce da una battaglia e assai gravemente ferito; si ritiene ch’egli torni a palazzo per morire. Linda, la donna dai magici poteri, è condotta a visitarlo, con la speranza che trovi miracoloso rimedio. Linda nota che fortunatamente la ferita non è in sé grave, ma è infetta, e provvedere, fiduciosa nel buon esito, a tenerla costantemente pulita, nel frattempo intrattenendo il bel principe che sarà a lungo costretto in letto. Vorrebbe qualche libro da lèggere; è condotta allora in alcuni locali in cui gl’indiani custodiscono il frutto dei loro saccheggj; e quale non è la gioja di Linda nel rinvenire, tra i mucchj di suppellettile preziosa, un volume, che si rivela essere una Bibbia spagnola! Ella si dà a lèggere brani del sacro testo al capezzale del principe, a cui s’aggiungono anche i capi, che attraverso quelle letture, curiosamente, ricordano principj anticamente loro insegnati e poi dimenticati. Raccontano a Linda che tempo prima era stato presso loro, prigioniero onorevolmente trattato, un prete, che aveva loro insegnato i rudimenti della religione cattolica, arrivando quasi a convertirli. Ma poi, col tempo, se n’erano quasi completamente dimenticati.

Onari si riprende grazie alle amorevoli cure della Linda. Egli naturalmente è ormai innamorato dell’esotica beltà; ma non ha fatto i conti con una sua precedente innamorata, figlia del dignitario Geronimo, che alla prima occasione non manca di maltrattare Linda. Oliviero, il gran capo, adotta allora l’italiana, che diventa in tal modo inviolabile: nessuno può torcerle un capello, e può circolare liberamente per Navaiva senza temere aggressioni. Lo stesso principe s’incarica di farle conoscere la suggestiva solennità dei contorni; ma quando si propone a lei, ella ha buon gioco nel dimostrargli che non è possibile per lei accettare, dal momento che sono diventati fratello e sorella. La gelosa indiana, tuttavia, trova modo, insieme ad alcune compagne, di catturare Linda, che un giorno sta promenandosi, ignara di pericoli, solitaria per la città, e legarla sul dorso di un cavallo. La gelosa, trionfante, dice di aver rispettato la legge, poiché non un capello ha torto alla straniera; e penseranno le fiere della steppa a levarla dal mondo. La poveretta è trascinata nelle aridità desertiche dalla bestia smarrita; le pare dopo un po’ che si stia avvicinando ad un’oasi, ma a pochi passi l’immagine s’alza dal suolo e svanisce: era una fata morgana – o miraggio che dir si voglia. Poi incontrano un branco di cavalli selvaggj, ai quali il destriero s’accosta evidentemente fiducioso d’esser ben accolto: ma i corsieri inselvatichiti non lo riconoscono, gli s’appressano minacciosi, lo circondano e pare vogliano farlo a brani: Linda sviene. Fortunatamente un ragazzo ha visto quello che è stato fatto a Linda, ed è immediatamente corso ad avvertire tutto lo stato maggiore, che si trova a consesso su un’alta balconata.

Qui la gelosa indiana è chiamata a render conto; ma ella, visto che Onari non sarà mai suo, in tutta risposta sguaina il pugnale e si getta addosso al principe inconseguibile, riuscendo a ferirlo non gravemente prima che questi, con uno spintone, le faccia scavalcare la balaustrata, precipitandola involontario al disotto, dove nell’impatto al suolo rimane uccisa. E’ seppellita direttamente nella terra che ha toccato cadendo dal balcone.

Onari e Iuno montano in groppa a due cavalli e volano in cerca della povera Linda, che trovano svenuta in groppa al cavallo, tanto bianca che pare morta. Iuno e Onari, che sente d’aver perso l’uso del braccio destro, la rianimano: la donna sta bene. Senza nulla dire del veleno che, sparso sulla lama usata dalla gelosa indiana, lo sta uccidendo, Onari concede libertà alle due donne, e volge la cavalcatura verso palazzo, dove arriva morto.

Linda e Iuno, finalmente libere, proseguono con le ricerche.

Nel frattempo il Gaddi ha modo di spingersi nel profondo sud del Messico, dove fa un pezzo di strada sul lungofiume insieme con un signore che si scopre poi essere un poliziotto, atteso dal prefetto della città in cui è diretto per assumervi la carica di nuovo capo della polizia. Ma l’argine del fiume qua e là cede: una fatalità, l’aspirante capo della polizia cade in acqua e affoga. Gaddi gli si sostituisce, e come capo della polizia copre del proprie attività ladronesche in collaborazione con la malavita locale, che è fortissima. Ma in città c’è anche Iosè Carrera, che dapprima con una lettera firmata con le sole iniziali e poi presentandosi di persona riesce a farlo identificare: sul suo capo, come per l’innanzi, continua ad esserci una taglia di 10.000$ per chi lo desse morto e di 20.000 per chi lo desse vivo.

Braccato, il Gaddi sfugge. Mentre passa per Santa Fe, va da un barbiere italiano per farsi accorciare la barba e mutarsi un poco i connotati; ma non s’accorge d’essersi messo nelle mani del Donati, che ha intrapreso con qualche successo quella nuova attività; e che adesso, riconosciutolo, gli punta il rasojo alla gola, facendo nel frattempo chiamare la polizia da un suo bonario amico piemontese, lì presente, con la quasi certezza che la 20.000 non gli sfuggirà. Purtroppo, mentre è tradotto in carcere, la folla inferocita dà l’assalto al cellulare, cercando di linciare il perverso, ma collo sfondar la vettura riesce solamente a farlo fuggire nuovamente, sotto gli occhi dei sopraggiunti Iuno – che lo insegue invano – , Linda, Reynolds e Carmen.

Ma la fuga non dura molto. Ed è Iosè che lo intercetta e lo lega in una sorta di spelonca. Qui sopraggiungono Carmen e il Donati; Carmen gli chiede il perché di tutto ciò, ma il Gaddi ha modo di confermare la sua innata malvagità: dice comunque di aver amato solo la Linda, che è un angelo e che gli ha salvato la vita. Rimane quindi in mano al solo Iosè, a cui i due inutilmente ripetono di consegnarlo alla polizia. Iosè lo lega alla groppa di un cavallo e, sferzato l’animale, fa sparire il mostro alla vista.

Durante l’interrogatorio a cui Linda e Carmen si sottopongono presso la polizia, è lo stesso Iosè a portare la testa decapitata del Gaddi al magistrato, riscotendo i 10.000 $ della ricompensa tra le grida d’orrore delle due dame.

Linda si reca immediatamente dopo in Italia, a riabbracciare, finalmente, il padre e la figlia. Il Donati e Iuno a loro volta si sposano; Iuno già aspetta un bambino. [26 07 2010].

_______

Facile uscire da una lettura del genere, che è di per sé una specie di sfida, sentendosi in diritto d’imbestialire contro il povero (i poveri) autore (autore): una fatìca del genere può essere insopportabile. Sennonché esiste sempre la possibilità di percorrere un romanzo del genere – trascendendo quel tanto la possibilità un po’ infantile di far raccolta di perle, errori di costruzione, implausibilità le più deliranti – con la stessa intenzione con cui certi nostri vecchj riandavano certe letture di secoli fangosi per vedere dove potesse spingersi l’abuso dell’ingegno umano. Anche questo genere di scrittura rappresenta un eccesso – ce ne sono stati ovviamente di più eclatanti, ma io questo ho trovato – e in quanto tale, in alcuna sua parte, può a suo modo essere illuminante: non sono molti i romanzi riusciti nei quali l’eroina cade in disgrazia un centinajo di volte nel corso di un solo anno, essendo nel frattempo perseguitata del tutto inspiegabilmente da miriadi di esseri perversi, posta nelle condizioni di esercitare provettamente una trentina di mestieri e di girare tutto un continente in lungo e in largo soprattutto a piedi. Per avere meraviglie del genere bisogna necessariamente rivolgersi a queste vecchie lanterne magiche, e appagarsi della poca letteratura che qua e là, d’in mezzo al motriglio, affiora a pagliuzze argentee.

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