Archivio | ottobre, 2010

660. In sospeso.

28 Ott

Marco Candida, inferocito all’idea di essersi preso un grosso 0 come scrittore {e non era nemmeno vero}, aveva ingaggiato una fumosa discussione qui, dove, da lui invitato, sono intervenuto tre volte. Solo che il mio terzo intervento è rimasto censurato dall’inviperito autore. Pazienza, non ricordo nemmeno che cos’avessi scritto (e comunque si scrive Friedrich Nietzsche, Paul Ricoeur, e Socrate, non avendo scritto nulla, non può essere maestro di nessun contemporaneo).

659. Holden.

28 Ott

https://i2.wp.com/www.bloggers.it/pedroelrey/itcommenti/cesso%20mondiale.jpg

Irene ha dedicato uno dei suoi post, non molto tempo fa, al forum della Holden. Se andate qui, vedete che c’è un sito dedicato alla scuola Holden di Torino, quel posto dove si paga o pagava fino a qualche annetto fa 9000 euri di retta annua per imparare a scrivere. Il forum, però, non ce lo trovate: fino a qualche tempo fa c’era, non so quando l’abbiano tolto. Erano ancòra presenti tutti i messaggj dall’ultimo reset. Qui, tra i commenti, tash, che mi è noto appunto dalla Holden in poi, lamenta la scomparsa del forum con tutte le discussioni che conteneva; ma dimentica, forse, che periodicamente c’era un reset, per cui tutto quello che era stato pubblicato prima di una certa data spariva dall’oggi al domani, senza nessun preavviso; e normalmente si alzavano a cielo le lamentele di quelli che avevano scritto direttamente in rete le loro cose. Continua a leggere

658. Dialogo con Giovanni Di Jacovo.

27 Ott

Su Giovanni Di Jacovo vedi qui; sui suoi scritti, qui; e qui la mia recensione del suo ultimo Tutti i poveri devono morire (Castelvecchi, 2010).

1.Il tuo romanzo colpisce per la stringatezza e per la costruzione coerente (e anche un bel po’ complicata), due qualità che condividi con pochissimi scrittori, specie italiani, di questi anni. Qual è la tua formazione di scrittore?

Essendo figlio unico, da piccolo ero spesso da solo e allora ho iniziato a crearmi una sorella immaginaria, Viola e a scrivere le sue storie, avventure che avevano lei come protagonista, un vero e proprio ciclo di episodi che scrivevo mentre mi nutrivo di Poe, Cortazar, Calvino e vari fumetti così come oggi mi nutro di Palahniuk, Wallace, Ellis e moltissimo cinema. E cronaca. Passo diversi mesi accumulando notizie, inquietanti dettagli storici, esperienze di vite borderline o episodi agghiaccianti o esilaranti dalla cronaca del mondo intero. Sotto questo fango scopro dei diamanti che diventano le idee guida del nuovo romanzo e il resto diviene la creta primordiale con la quale inizio a creare il corpo della narrazione.

2. Credo venga spontaneo chiedersi: come hai costruito il romanzo? Hai creato prima il codice del Cenacolo di Caino e poi ci hai fatto una storia o ti sei buttato?

Si, ho prima creato la base teorico-ideologica degli aristocratici assassini , poi ho creato i personaggi principali, poi ho creato le ambientazioni tra Londra e Berlino e poi li ho fatti vivere, interagire, amarsi, ammazzarsi, combattersi, scoparsi, insomma: li ho fatti vivere. Continua a leggere

657. Dialogo con Massimiliano Santarossa.

26 Ott

Massimiliano Santarossa nasce nel 1974 a Villanova, provincia di Pordenone. Lavora dai sedici anni in poi come falegname e come operajo in una fabbrica di materie plastiche. La scoperta della scrittura porta nel 2007 al primo libro, la raccolta di racconti Storie dal fondo (Pordenone 2007), titolo eloquente per narrazioni nate dall’ascolto delle storie altrui, e spaccato di vita del proletariato industriale del NordEst. Nascono dalla vita realmente vissuta anche i due romanzi, Gioventù d’asfalto (Pordenone 2009) e l’ultimamente uscito Hai mai fatto parte della nostra gioventù? (Milano 2010). Nel 2008 ha vinto il premio letterario “Parole contro” e nel 2009 ha ricevuto la menzione speciale del premio “Tracce di territorio”. Dal 2009 i suoi libri sono portati in scena dalla compagnia teatrale “Arti e mestieri”.

1. Hai cominciato a lavorare molto giovane, e dichiari tu stesso di non avere studî. Li rimpiangi o hanno un’importanza relativa?

Ho cominciato a lavorare a sedici anni, dopo la cacciata definitiva dalle scuole superiori. Rimpiango gli studi perché la classe è un posto caldo, dove non ci si spacca le mani e la schiena, dove c’è qualcuno a dirti cosa fare e come farlo. Non rimpiango gli studi in quanto tali. Penso di essere stato stupido ad accettare così presto quell’inferno chiamato fabbrica.

2. Qual è il tuo rapporto con i libri? Ci sono scrittori, o forme d’arte, che ti hanno influenzato?

Quello con i libri è stato un rapporto inesistente fino ai diciotto anni. Poi è diventato un fuoco, qualcosa da cui non riesco più a staccarmi. La vita esagerata costava troppo, nei libri ho trovato un modo gratuito per continuare a frequentarla, senza giocarmi stipendi, fegato e cervello. Ma credo di non aver subito influenze intellettuali, se non quella molto potente di Boracho: il vecchio “cattivo maestro” che torna in tutti i miei libri. Continua a leggere

656. Scheda: Santarossa, “Hai mai fatto parte della nostra gioventù?” (2010).

25 Ott

Massimiliano Santarossa (1974), Hai mai fatto parte della nostra gioventù?, Baldini Castoldi Dalai Editore, ott. 2010. Pp. 145.

*spoiler*

*SPOILER*

spoiler*SPOILER*spoiler

SPOILER*SPOILER*SPOILER

SPOILER*spoiler*SPOILER*spoiler*SPOILER

SPOILER*SPOILER*SPOILER

spoiler*SPOILER*spoiler

*SPOILER*

*spoiler*

L’autore, originario di Villanova (Pordenone), ex-falegname, ex-operajo, racconta solo cambiando i nomi gli eventi realmente accaduti nelle 72 ore di un lungo weekend nella città nativa. Il Vez (il narratore), Nic, Mike e Gio’ sono i quattro protagonisti: tutti e quattro poco più che ventenni, tutti di diversa estrazione, teoricamente, di fatto – si direbbe – condannati allo stesso destino. Il Vez è falegname in una fabbrica dislocata tra centinaja di altri capannoni lungo la “pontebbana”, lo stradone che è la spina dorsale della cittadina, che si deve percorrere sia per andare a lavorare sia per correre incontro ai disperati divertimenti del sabato sera; Nic, apparentemente cinico e positivo, in realtà un clown triste quanto ciarliero, è venditore presso una rivendita d’auto nuove e d’occasione; Mike, trascurato dai genitori, lui politico progressista, lei architetto di grido, da sempre trattato come un deficiente, già confinato, a scuola, in una sezione differenziale, lavora per modo di dire facendo fotocopie in un ufficio comunale; Gio’, infine, tossico, precocemente invecchiato, scacciato di casa dai genitori che hanno obbedito ai servizj socioassistenziali che li hanno incoraggiati a fargli terra bruciata intorno in modo da farlo entrare al più presto in comunità. Continua a leggere

655. Scheda: Siti, “Autopsia dell’ossessione” (2010).

25 Ott

Walter Siti (1947), Autopsia dell’ossessione, Mondadori, Milano ott. 2010. Pp. 299.

*spoiler*

*SPOILER*

spoiler*SPOILER*spoiler

SPOILER*SPOILER*SPOILER

SPOILER*spoiler*SPOILER*spoiler*SPOILER

SPOILER*SPOILER*SPOILER

spoiler*SPOILER*spoiler

*SPOILER*

*spoiler*

Walter Siti, accademico e scrittore, al giorno d’oggi massima autorità su Pasolini, conclude con questo volume, freschissimo di stampa, una sorta di libera trilogia iniziata con Troppi paradisi (2006) e proseguita con Il contagio (2008); devono fors’anche essere citati l’intervista impossibile ad Ercole in Corpo a corpo. Le interviste impossibili (2008), e il racconto del viaggio a Dubai Il canto del diavolo (2009), a cui si fa riferimento in quest’ultima fatìca. Al centro della parte più viva, più importante e più bella della narrativa di Siti, coincidente con questi tre romanzi, c’è l’amore per un culturista, sottoproletario, romanesco, borgataro, furbo, ingenuo, bambinesco e venale, chiamato Angelo in questo terzo ed ultimo (“Angelo di nessun messaggio”). Se in Troppi paradisi l’autore descriveva il passaggio da una relazione di tipo borghese, con un professionista della tv, alla relazione con il borgataro, e Il contagio la full immersion del professore nel mondo del sottoproletariato della capitale (e l’erosione del centro da parte della periferia), naturalmente per amore, in quest’ultimo romanzo si fa, si direbbe, in due: da una parte l’antiquario Danilo Pulvirenti, sessantenne, che approda, nello stesso periodo della vita ma per motivi in parte molto diversi, all’amore semimercenario per il culturista; dall’altra il Rivale, l'”altro”, che spunta a guastare la festa (ma che festa era?) al Pulvirenti dalla metà del romanzo in poi, uno scombinato e calvo professore universitario e velleitario scrittore sessantenne che ha molte caratteristiche in comune con Siti stesso: compare in televisione col suo culturista, scala le classifiche di vendita dei suoi libri in maniera abbastanza imprevista, progetta un viaggio a Dubai, &c. Continua a leggere

654. Per Viola Amarelli.

25 Ott

A me sarebbe ben maggiore aggraVIO
Versi così atticciar, di bassa scuoLA,
In altro caso simile, e in paroLA
Ordir auspicj disdicenti al saVIO.
L‘armonia pur non è nel setticlaVIO,
Abita invece il cuore, donde voLA;
A me piace, sconfinfera, consoLA
Musicare inni a te, di vena a sgraVIO.
Abbi altri cento giorni (ti proclAMA
Rude il mazzo dei versi miseRELLI),
E più belli, di questi, e di chi t’AMA
L‘affetto eterno; e in dono sciarpe e ombRELLI
(Lo vuol il meteo), & altro, se il cuor brAMA;
Insomma: augurj a te, VIOLA AMARELLI!

653. Scheda: De Silva, “Mia suocera beve” (2010).

22 Ott

Diego De Silva (1964), Mia suocera beve, Einaudi, Torino sett. 2010. Pp. 338 compreso l’ìndice.

*spoiler*

*SPOILER*

spoiler*SPOILER*spoiler

SPOILER*SPOILER*SPOILER

SPOILER*spoiler*SPOILER*spoiler*SPOILER

SPOILER*SPOILER*SPOILER

spoiler*SPOILER*spoiler

*SPOILER*

*spoiler*

Mia suocera beveContinuano in questo volume, dopo Non avevo capito niente, le avventure e le riflessioni dell’avvocato Vincenzo Malinconico, sempre più verbillant. Non che manchino, soprattutto in questa seconda puntata, eventi esteriori di rilievo. L’avvocato rimane infatti coinvolto in una sorta di sequestro di persona, altamente mediatico, durante il quale diventa – lui che come avvocato non vale pressoché una cicca – una celebrità; nel frattempo continuando le alterne vicende con le sue donne – Nives la psicologa, e la collega Alessandra Persiano – e con i figlj, Alagia ed Alfredo.

Càpita insomma che il Malinconico un giorno si trovi a far la spesa in un supermercato – è un mercoledì -, e s’incoccj in un distinto signore di mezz’età, l’ingegner Romolo Sesti Orfeo, che l’avvocato non conosce. Ma è l’ingegnere che si ricorda dell’avvocato, per via d’un’azione legale intentata contro una ditta da parte di un operajo rimasto infortunato, Vittorio Comunale, che era un vecchio amico dell’ingegnere; il Malinconico s’era rifiutato di accettare la ridicola proposta di risarcimento danni da parte della ditta, ed era riuscito a spuntare di più. Il Sesti Orfeo, per parte sua, aveva trovato apprezzabile l’impegno dell’avvocato, e per qualche motivo per ora noto solo a lui adesso ritiene che il loro incontro sia provvidenziale. A un tratto, attraverso i monitor della videosorveglianza l’ingegnere scorge un uomo – sui quaranta, vestito da tamarro con lungo cappotto nero (è ribattezzato immediatamente [mentalmente] “Matrix” dall’avvocato), pare [ed è] un camorrista -, e s’incanta a guardarlo. Il Malinconico non capisce perché. Capirà pian piano, dopo che l’ingegnere avrà intercettato “Matrix” e sarà riuscito, minacciandolo con una pistola, ad ammanettarlo al corrimano del banco dei latticini. Malinconico e una vecchietta sono i soli spettatori della scena, che da sùbito, anche prima della sua mediatizzazione, assume i contorni netti dell’artificio: Continua a leggere

652. Piccole novità.

21 Ott

Ho notato che da oggi, a cercare “david ramanzini” con google, già digitando “david ra-” vien fuori il resto del nome come primo suggerimento. La cosa mi preoccupicchia un poco, anche perché prima fino a “david ram-” usciva “david ramsay”, che adesso è passato secondo, e non vorrei s’incazzasse per il declassamento.

Nel frattempo – mentre aspetto che anche Giovanni Di Jacovo, sempreché non ci si sia sentito male, e tutto può essere (questo soprattutto, vista la qualità delle domande caine) – ho integrato la lettura di Tutti i poveri devono morire, che ho amato evisceratamente, e che vi esorto (a voi: tutti) a comprare, anche in più copie, & lèggere con molta avidità.

650. Scheda: Procházka, “Politica per tutti” (1968).

18 Ott

Jan Procházka (1929-1971), Politica per tutti [“Politika pro každého”, 1968], trad. Bruno Meriggi, G.G. Feltrinelli Ed., Milano gennajo 1969. Pp. 286 + catalogo.
Jan ProchazkaRaccolta di articoli, discorsi al Congresso degli scrittori, risposte al letture per rubriche (tra cui quella per la rivista “My”), interviste 1962-’68, a cavallo tra prima e dopo l’invasione del gennajo 1968. Ogni brano è corredato da una nota del 1968 che precisa e aggiunge quello che prima non doveva/poteva essere detto; per quanto  Procházka, socialista democratico convinto, si esprima sempre con grande libertà in questi pezzi. Dal 1967 in poi molti suoi articoli hanno subìto la censura; due pezzi, uno particolarmente velenoso sulla funzione del Congresso degli scrittori e un altro in favore d’Israele, scritto al rientro da un viaggio in Egitto, sono rimasti impubblicati e sequestrati, per essere stampati per la prima volta in questa raccolta di dopo il gennajo 1968.

Il pezzo riguardante il Congresso degli scrittori è semplicemente una serie di 3 risposte ad altrettante domande circa l’utilità dell’organizzazione. Procházka è per certi versi uomo d’apparato: la sua carriera fino a questo momento si è svolta interamente all’interno delle organizzazioni create dal governo comunista, ed è entusiasticamente in linea col progetto socialdemocratico. Ma la sua adesione, come logicamente consegue alla sua spontaneità, non ha nulla di prono o conformista. In sintesi, sostiene, il Congresso potrebbe essere utile, ma non è, a causa di chi lo gestisce e delle forze che vi dominano: e questo è tutto quello che ci si aspetta da uno scrittore di genio che operi in un paese comunista. Ma, come sempre, le cose sono molto più complesse rispetto alla vulgata, e la situazione cecoslovacca, vista anche solo dalla specola del Congresso, non si rivela affatto il covo di pecoroni che qualcuno malignamente si potrebbe aspettare. Gl’iscritti non erano tutti appartenenti al PCC; solo una delegazione, ovviamente molto invadente, vi era rappresentata. Le questioni interne ad un’istituzione sepolta di un paese remoto e conquistato da decennj all’economia di mercato ovviamente non interessano più a nessuno, ma è significativo come la decisione del PCC di ritirare la propria delegazione dal Congresso dati dallo stesso 1967 in cui maggiore si faceva la pressione della censura; ed è doveroso sottolineare come questa specie di cacciata conseguisse ad un dibattito estremamente aspro ed appassionato, durante il quale Procházka aveva preso nettamente le parti avverse alla politica del PCC. Continua a leggere

649. Scheda: Ladame, “Margherita Maria Alacoque, apostola del S. Cuore” [1982].

18 Ott

Jean Ladame, Margherita Maria Alacoque, apostola del S. Cuore, trad. n.s., tit. or. n.s., Edizioni Dehoniane, Andria – Napoli – Roma mag. 1982. Pp. 383 compreso l’ìndice.

Margherita Alacoque (1647-1690) nasce a Verosvres (Borgogna), distretto di Hautecour da Claudio, notajo, e Filiberta. Ha due fratelli che non le sopravvivono e due, Grisostomo e Giacomo, che prenderanno più avanti la guida della casa. Ancòra piccola, esaltata dall’esempio di una parente monaca, forma un voto spontaneo di unione a dio, abituandosi ad una forma di meditazione, cioè di comunicazione diretta con dio, che più avanti le darà problemi di adattamento alla regola. Salvo una breve parentesi da bambina in un convento, non ha esperienza di vita religiosa sostanzialmente fino al 1671, quando entra dalle Visitandine (suore della Visitazione di Maria) di Paray-le-Monial, ad un’età più tarda rispetto la media del tempo. L’ingresso nel convento interrompe una vita fattasi molto dura in séguito alla morte del padre quarantenne, quando lei ha appena 8 anni. Con la madre, fragile di carattere e cagionevole di salute, s’era trasferita in frazione Les Janots, in casa della nonna, della prozia e della zia, che avevano sottoposto le due Alacoque ad ogni genere di privazione, tenendo tutto sottochiave e costringendo Margherita a chiedere in prestito persino il vestito per andare alla messa. La madre era caduta a un certo punto ammalata, e le s’era gonfiato in viso un bubbone che la sfigurava; la malattia non aveva ammollito i cuori delle dure parenti, e la piccola Margherita era dovuta correre al villaggio persino per elemosinare un uovo. Grazie alle cure indefesse della fanciulla, la donna era riuscita a risanare: forse è questa già una delle sue guarigioni miracolose. Continua a leggere

647. Tagliatele la testa!

18 Ott

RUFIO. Why, Cleopatra had a tigress that killed men at her bidding. I thought she might bid it kill you some day. Well, had I not been Caesar’s pupil, what pious things might I not have done to that tigress! I might have punished it. I might have revenged Pothinus on it.

CAESAR [interjects] Pothinus!

RUFIO [continuing] I might have judged it. But I put all these follies behind me; and, without malice, only cut its throat. And that is why Cleopatra comes to you in mourning.

CLEOPATRA [vehemently] He has shed the blood of my servant Ftatateeta. On your head be it as upon his, Caesar, if you hold him free of it.

CAESAR [energetically] On my head be it, then; for it was well done. Rufio: had you set yourself in the seat of the judge, and with hateful ceremonies and appeals to the gods handed that woman over to some hired executioner to be slain before the people in the name of justice, never again would I have touched your hand without a shudder. But this was natural slaying: I feel no horror at it.

George Bernard Shaw, Caesar and Cleopatra, Act V.

Pare che abbia perso un amico su facebook. Si tratta di Daniele Ventre, che non conosco personalmente (come il 99,9 periodico % delle persone che hanno graziosamente accettato la mia amicizia su fb). Daniele Ventre è un insegnante di lettere classiche in un liceo, ha tradotto in un esametro di sua invenzione i due poemi omerici, ha molta dottrina, ed ha una visione politicamente impegnata sia della società sia della sua missione all’interno della scuola. Continua a leggere

646. Scheda: Schaff, “L’alienazione come fenomeno sociale” (1977).

15 Ott

Adam Schaff (1913-2006), L’alienazione come fenomeno sociale [“Entfremdung als soziales Phänomen”, Vienna 1977], trad. Giuseppe Mininni, prefazione Augusto Ponzio, Editori Riuniti, “Nuova Biblioteca di Cultura” diretta da Ignazio Ambrogio n° 200, Roma sett. 1979. Pp. 422 incluso ìndice analitico.

https://i0.wp.com/www.editorialtaurus.com/uploads/imagenes/autor/principal/201005/principal-aadam-schaff_grande.jpg

Adam Schaff.

L’autore è un ben noto semiologo, filosofo e saggista marxista polacco, a suo tempo vicino alle posizioni del general Jaruzelski. Il libro, ricco di riflessione e anche un poco verbillant, ha come scopo quello di mutare la percezione del concetto di uomo secondo Marx, invitando a rileggere con maggiore attenzione l’opera del maestro ed invitando ad una diversa e più evoluta formulazione del concetto di comunismo, proponendone una più flessibile e accettabile da una prospettiva individualistica. Non deve sfuggire la tardività dell’operazione del professore, tre anni prima della costituzione di Solidarnosc e sette anni dopo la nauseante esplosione di razzismo antisemita tra i burocrati e i plebei polacchi. L’edizione italiana, poi,  tardiva di ulteriori due anni, con il suo V capitolo (pp. 387-418) appositamente approntato dallo studioso entro i 12 mesi precedenti la nouvelle vague nella politica popolare polacca, denota una fiducia ancor più patente nei confronti della capacità di un libro che precisi il significato di uno o più altri libri d’imprimere un’orma significativa in un campo politico ormai totalmente inaridito e sul punto d’essere riconvertito ad altra coltura: è evidente, dunque, con ciò, che – sia effetto inevitabile degli eventi, sia frutto di scelta o limite ideologico – che siamo qui di fronte ad un esemplare purissimo, o d’alta razza, di quello strano animale che Marx etichettava come “alchimista della rivoluzione”. Proprio per questo persuasiva, nonostante le prolissità, dovute anche ad uno sforzo di convincere un uditorio in buona parte recalcitrante, appare la trattazione: per la sua capacità di sintetizzare alcuni punti fondamentali, meramente accademici ma di certo scientificamente imprescindibili, dato che in fondo, nel suo piccolo, rappresenta un modo di non consentire che la miseria pura della pratica pseudosocialista dei paesi del Blocco a quell’altezza offuschi il significato essenziale del messaggio marxiano-leninista. Continua a leggere

645. Scheda: Pellico, “Gismonda da Mendrisio” [1832].

15 Ott

Silvio Pellico (1789-1854), Gismonda da Mendrisio, da un’edizione ottocentesca brossurata delle opere complete di SP, di cui mi mancano le prime 124 pp. & qualunque indicazione di stampatore e d’anno. Vol. di pp. Complessive 524, compreso l’ìndice, stampa su 2 col. Tragedia in 5 atti, pp. 211-233.

Soddisfo finalmente la mia curiosità per questo buffo titolo, che associa un pomposo nome germanico-romantico e quello d’una paciosa e non particolarmente poetica contrada del nord, nordItalia all’epoca descritta, oggi Canton Ticino. La tragedia è ovviamente in sciolti; la curiosità era doppia, ancfhe se non travolgente, inquantoché le più note Francesca da Rimini (qui a pp. 123-138) ed Eufemio da Messina (139-158), da me lette in altre edizioni ottocentesche – da cui la presente Gismonda era assente, evidentemente in quanto minore –, pur di accettarne in blocco i modesti valori estetici e soprattutto retorico-emblematici, m’erano risultate efficaci, nella loro maniera del tutto melodrammatica. Laddove impossibile oggi mi risulta una valutazione men che severa di tante intollerabili pagne de Le mie prigioni; motivo per cui non mi sembra completamente campato per aria rivalutare, di là dal ridotto interesse storico, queste opere, che nella loro modularità mi pajono come calchi, adatti ad accogliere l’ispirazione non tenue di un autore che comunque nel panorama delle lettere italiane del XIX secolo è e rimane un minore. Continua a leggere

644. Scheda: Hauge, “Aspetti dell’economia sovietica” (1958).

15 Ott

Gabriel Hauge (1914-1981), Aspetti dell’economia sovietica. Stampatore Apollon, Roma 1958, per conto della United States Information Service. Opuscolo di pp. 36 + copertina di cartoncino.

 

 

https://i1.wp.com/www.astrographia.com/images/7.jpgÈ un resoconto – preceduto da prefazione anonima, che comunque riassume i concetti quasi estrapolando le frasi letteralmente – sulle condizioni dell’URSS dopo la metà degli anni Cinquana, quando la federazione comunista è la II potenza mondiale dopo gli USA, con un prodotto interno lordo pari al 40% di quello USA, ma con un livello di consumo pro càpite di beni di consumo pari solamente al 20% di quello americano e una produzione di beni di consumo addirittura tra i 2 e il 4% di quella della prima potenza mondiale.

Nel 1928 Stalin ha inaugurato il primo piano quinquennale, che ha impostato la crescita economica sovietica già in modo squilibrato, puntando la gran parte degl’investimenti sull’industria pesante, specialmente delle armi, e non dando impulso sufficiente all’agricoltura – a causa della poca ricerca sui macchinarj, obsoleti, che impiegano quasi metà della popolazione lavoratrice per una produzione insufficiente – e ad altre industrie: l’URSS rimane molto indietro agli USA nel petrolio, nella gomma, nel rame e in altri settori. Continua a leggere

643. Scheda: Magliozzi, “San Giovanni di Dio narrato dal Celi” (1993).

15 Ott

Giuseppe Magliozzi (1938), San Giovanni di Dio narrato dal Celi. A cura di Fra Giuseppe Magliozzi o.h. Sintesi selettiva della seconda biografia di San Giovanni di Dio, pubblicata a Burgos nel 1621 da Fra Dionisio Celi o.h. Prefazione di Cristoforo Danielut, priore provinciale. Edizioni Fatebenefratelli, Milano1 (1a: Centro Studj “San Giovanni di Dio”, Roma 1993). Pp. 94 + ìndice.

È il riassunto della biografia del santo fondatore del Fatebenefratelli, il portoghese Giovanni di dio (1493 ca. – 8 marzo 1550) scritta da Dionisio Celi ad integrazione di quella, poverissima, uscita nel 1585 a firma di Francesco de Castro; il cui frontespizio, riprodotto come illustrazione della copertina del volumetto, recita: MIRACVLOSA | VIDA Y SANTAS OBRAS DEL | Beato Patriarca Iuan de Dios Lusitano | fundador de la Sagrada Religion | que cura enfermos. | COMPVESTA POR EL MAESTRO | Francisco de Castro. | Aora nuovamente anadída y enmendada por vn | Religioso de la misma Orden. | [Fregio] | En Burgos, en casa de Ioseph de Mena [1621]. Il Celi ha semplicemente integrato il testo originario del Castro con altre testimonianze, molte leggendarie anche per la chiesa, correggendole solo qua e là, sicché i due stili, quello semplice e conciso del Castro e quello più gonfio e artefatto del Celi, stridendo denunciano le due diverse mani. Il Magliozzi, priore di Manila nelle Filippine, specialista della vita del santo fondatore, ha semplicemente fatto un estratto dell’opera del Celi, conservando solamente le parti della di costui mano, e riducendo al minimo indispensabile quelle già note del Castro. L’interesse dell’opera risiede nel fatto che le notizie sul fondatore sono sempre state scarse e difficilmente verificabili, e che la biografia del Castro era apparsa a tutti gli ammiratori del santo (l’espressione è del Magliozzi: gli ammiratori del santo) penosamente insufficiente. Quando nel 1590 Francisco de Castro era andato a Torino ad omaggiare del volumetto donna Sancha de Guzmán, conoscente di Giovanni di Dio e capogovernante (“camerera mayor”) della duchessina Caterina di Savoja, la pia dama aveva lamentato l’esiguità del testo, e aveva rimpianto d’esser donna, perché se l’ingegno gliel’avesse consentito avrebbe voluto ella stessa comporre coi suoi ricordi una biografia ben più sostanziosa. Era saltato fuori nel frattempo un manoscritto, già in antico talmente consunto che fu copiato e mandato al macero. Quello che non ci si aspettava era di trovarne la versione a stampa non prima del XX secolo, tra i Rari della Biblioteca Nacional de Madrid; si crede si tratti di una copia unica: appunto il volume qui riassunto, sempre esiguo ma comunque più ricco di quello del Castro. Il Celi ha infatti inserito le sue integrazioni sulla base di tale manoscritto, di cui è impossibile stabilire l’autore. Alcuni propendono per un fatebenefratello, altri per il noto collaboratore laico Angulo; che Magliozzi escluderebbe, dal momento che quando, nel XVIII capo, riferisce la storia delle quattro prostitute, Celi si rifà alla testimonianza dell’Angulo, citandolo esplicitamente, ciò che non avrebbe mai fatto in quei termini il diretto testimone. Il libretto fu poi stampato, con una fretta che lascia traccia vistosa sull’impaginazione, difettosa e penalizzante la lettura, nel 1621, giusto in tempo per fornire pezze d’appoggio al processo di beatificazione, concluso con la designazione da parte di Urbano VIII nel 1630; il pontefice tenne in effetti conto anche del materiale compreso anche nell’operina qui sintetizzata. Col Concilio vaticano II fu dato impulso a recuperare tutto il materiale storico sulla fondazione dei varj ordini, con loscopo di recuperare la primitiva ispirazione, sia pure aggiornandola ai tempi mutati; ma già nel 1950 Giovanni di dio aveva avuto una biografia scientificamente attendibile, la migliore finora composta. Il Magliozzi definisce l’opera compilata dal Celi come una sequenza di quadretti, ingenui soprattutto per quanto riguarda le giunte del Celi, ma non privi di fondamento storico. L’autore ha discrete conoscenze bibliche, che soprattutto per quanto riguarda la data della morte lo portano a qualche forzatura numerologica, tendente a suggerire un parallelo tra l’istante fatale e la folgorazione sulla via di Damasco. Era poi convinzione diffusa – come riflesso dell’antica effigie del santo, accompagnata dagli estremi biografici, riprodotta all’interno del volume – che fosse nato nel 1495, quando invece Magliozzi ipotizza che quando venne a morte fosse nel 58esimo anno dell’età sua. Continua a leggere

642. Scheda: Nicolosi, “Oltre l’omosessualità. Ascolto terapeutico e trasformazione” (1993).

14 Ott

Joseph Nicolosi (1947), Oltre l’omosessualità. Ascolto terapeutico e trasformazione [“Healing Homosexuality. Case Stories of Reparative Therapy”, 1993]. Con la collaborazione di Lucy Freeman. Trad. Monica Rimoldi. Con una prefazione di Claudio Risé. Ed. San Paolo, coll. “Psiche e Società” n° 1, Cinisello Balsamo (MI) – Torino 2007. Pp. 309, compresi gl’ìndici.

https://i2.wp.com/img.libreriadelsanto.it/books/n/nxKkNYHGvJv5.jpgL’ho rinvenuto al Balôn nel cumulo dei libri, buttati, provenienti con ogni probabilità dalla biblioteca di qualche ecclesiastico morto, in mezzo a molti testi dirigenti a soda pietà. Le date (1993 e 2007) sono eloquenti d’una fortuna tardiva di questo indirizzo terapeutico nel nostro Paese, in primis grazie al fatto ch’esso ha cominciato a ridiventare un paese di destra, levandosi faticosamente ma volenterosamente ogni maschera ipocrita, a partire prevalentemente dal 1994; anche la psichiatria, lentamente ma inesorabilmente, ha preso un differente indirizzo, e la risoluzione dell’Associazione Psichiatrica Americana (1973), che non è certo un dogma, di rimuovere l’omosessualità dal novero dei “mental disorders” è tornata ad essere carne di porco per molte persone. Un andazzo che non ha avuto molta eco mediatica, salvo la canzone di Povia, “Luca era gay”, presentata al festival di Sanremo nel 2009, ma che in ogni caso riflette l’opinione di molti cattolici, ma non solo. Non mancano e non sono mai mancati analisti di sinistra, come Massimo Fagioli, le cui teorie non sono affatto in contraddizione con l’idea di una terapia riparativa dell’omosessualità.

Il volume inaugura la collana “Psiche e Società” dell’editrice cattolica, collana diretta dal prefatore Claudio Risé, che condivide l’opinione dell’autore, secondo cui l’omosessualità è frutto di mancata crescita, è un disturbo dell’affettività, e può essere curata tramite adeguato trattamento psicanalitico (già il concetto di disturbo dell’affettività è scarsamente dimostrabile, vedi che cosa ne pensava ad esempio Tobino: “Gli affetti non si ammalano”). Risé solleva solamente l’obiezione che il Nicolosi, semmai, non mette il debito accento sulla relazione diretta tra fioritura del fenomeno e diffusione di un modello familiare matrifocale dovuto all’affermarsi di ideologie che hanno messo in seria crisi il valore dei ruoli di genere a partire dagli anni Settanta: ma Nicolosi non manca di mettere in relazione omosessualità e femminismo come schieramenti ideologico-militanti spesso compresenti nel nome di una valorizzazione del principio femminile. Continua a leggere

641. Scheda: De Silva, “Non avevo capito niente” (2007).

13 Ott

Diego De Silva (1964), Non avevo capìto niente, Einaudi, Torino 2007. Pp. 309 + ringraziamenti + ìndice.

http://chapteronetobecontinued.files.wordpress.com/2009/04/desilva21.jpg?w=250&h=391Vincenzo Malinconico è un avvocato mediocre, che ha appena rotto con la moglie, Nives; i due hanno due figlj, Alagia (figlia di Nives, per la precisione, da precedente unione) e Alfredo. Nives è una psicanalista di successo, che adesso sta con un architetto, Lorenzo (quella di mettersi con donne sposate è una specialità degli architetti, pensa Malinconico). L’avvocato ha uno studio piuttosto miserando in condivisione (18 mq.) con tal Esposito e una coppia i cui nomi Malinconico non riesce mai a ricordare, che hanno la cooperativa “Arethusa” e un volpino dal carattere pestifero, che fa scappare tutti abbajando da dietro la porta della cooperativa.

Malinconico, che è costretto a serrare le imposte dello studio, rotte, con un tubo Innocenti, non ha molto lavoro; ha 42 anni ed è iscritto alla lista per i gratuiti patrocinj, il fatto di essere appena stato lasciato da Nives, già responsabile di tutta la floridità economica della famiglia, lo ha lasciato col sedere a terra. La situazione con Nives è ancòra fluttuante; una volta i due, nonostante siano separati, fanno l’amore. Al termine, il Malinconico tiene a dare a Nives i 400 euro che deve per legge, nonostante Nives si schermisca.

Un giorno Malinconico riceve una chiamata dalla Procura: l’avvocato che doveva difendere il camorristello Mimmo detto “ ‘O Burzone” ha dato forfait, e il primo nome che è saltato fuori andando in ordine di lista è quello del Malinconico, che un po’ disorientato si presenta. Mimmo ‘o Burzone è agli arresti; tutto quello che il Malinconico deve fare è presenziare al colloquio preliminare col magistrato che dovrà valutare se debba essere confermato o no l’arresto. Una mano mozza è stata trovata nel giardino dell’imputato. ‘O Burzone infatti è “becchino di camorra”, vale a dire uno incaricato di fare a pezzi e smaltire i cadaveri dei morti ammazzati. Egli sostiene che è stato il suo pitbull a prendere la mano mozza chissà dove e a seppellirla in giardino: tant’è vero che insieme colla mano è stato trovato anche il collare del cane. In questo primo approccio al caso di Mimmo ‘o Burzone, l’avvocato fa una figura assai promettente: il magistrato, un “fighetto” che si muove con goffaggine e fuma Rothman’s ultralight, chiede al Burzone di dire il proprio nome, solo che si ripete alquante volte, al che l’avvocato, esasperato per gli affari suoi, fa notare con una secchezza tutt’altro che abituale che un simile procedere non è corretto; il magistrato ci rimane di stucco, e Malinconico acquista valore agli occhi del Burzone. Continua a leggere

640. Scheda: Barbery, “Estasi culinarie” (2000).

13 Ott

Muriel Barbery (1969), Estasi culinarie [“Une gourmandise”, 2000], trad. Cinzia Poli [la voce del critico] ed Emanuelle Caillat [gli altri personaggj], edizioni e/o, Roma I sett. 2008. Pp. 145 + ìndice + catalogo.

http://lapoesiaelospirito.files.wordpress.com/2008/10/barbery.jpg?w=200&h=317È l’antefatto de L’eleganza del riccio. Anche in questa prima parte c’è un’alternanza di voci, dal palazzo di rue de Grenelle e da altre parti, che concorrono alla narrazione della storia. Il romanzo è consacrato interamente all’ardua figura del critico gastronomico m. Arthens, che sessantottenne sta morendo nel suo appartamento. È il più grande critico gastronomico del mondo, è dotato di un carattere pestilenziale e ha saputo, dopo una vita passata all’insegna degli eccessi del buongustajo, che, mentre lo stomaco e il fegato reggono benissimo, è il cuore che lo sta tradendo: se l’è fatto dire dal medico ch’è anche suo amico, gli rimangono solamente 48 ore di vita. Intorno al suo capezzale s’alternano Anna, la moglie succube e infelice, che ha perdonato tanti tradimenti, il nipote leccapiedi Paul e i figlj Jean, Laura, Clémence, che ha cresciuto strani e che l’odiano. Gli unici che si disperino sono la moglie, la serva e il gatto Rick, mentre con cordiale antipatia pensano a lui Jeanne (la futura protagonista de L’eleganza del riccio), la chef Marquet padrona del suo ristorante preferito, i tre figlj, il barbone dell’angolo che ricorda con quale disprezzo gli passava davanti ignorandolo, l’ex-amante a Nizza che lo considera la propria Waterloo, &c.

Mentre muore, Arthens, la cui vita è stata effettivamente un disastro, è ossessionato dal ricordo di un sapore che non riesce a identificare, e che vorrebbe riprovare prima di morire. Fa un lungo viaggio a ritroso con la mente, pensando a dove potrebbe averlo provato; parte dalla carne assaggiata in quel locale a Tangeri, e ripensa al pesce che mangiava in Bretagna dai nonni. Centrale nella concezione filosofica di Arthens è la figura della nonna: suo delfino tra i giovani critici gastronomici diventa ad una cena dalla Marquet un esordiente che riesce a spiegargli esattamente come mai la cucina della nonna è destinata a rimanere per ciascuno la migliore: essa è fatta per riempire lo stomaco, ma vi si accompagna una sensualità particolare; è un’opera d’arte che è destinata a rimanere non celebrata, ed è il punto di forza di queste donne che hanno dovuto continuamente far capire innanzitutto ai mariti di essere in grado di dar loro un godimento che non potranno mai ricambiare. Continua a leggere

639. Scheda: Panzieri, “La ripresa del marxismo-leninismo in Italia” (1973).

13 Ott

Raniero Panzieri (1921-1964), La ripresa del marxismo leninismo in Italia. Introduzione e note a cura di Marco Lanzardo. Sapere Edizioni, Milano-Roma febbr. 19752 (19731). Pp. 366.

https://anfiosso.files.wordpress.com/2010/10/panzierimessina.jpg?w=189Raniero Panzieri nasce a Roma nel 1921 da famiglia ebrea; colpito anch’egli dalle leggi razziali non può frequentare l’università, e segue corsi universitarj in Vaticano, approfondendo la sua conoscenza di Marx. Nel 1945 si laurea in legge con una tesi su Morelly (“L’utopia rivoluzionaria del Settecento”; è sull’In lode de la Natura, 1725), presso l’Università di Urbino. Dal 1949 insegna all’Università di Messina. Dal 1950 è associato alle occupazioni di terre da parte dei braccianti in Sicilia; sarà processato nel giugno 1951, e poi assolto per insufficienza di prove. È militante socialista. Dal 1953 è nel Comitato centrale. Quando nel ’55 muore Morandi, suo capocorrente, sembra lui l’erede designato, ma non fa nulla per farsi dare la direzione del partito (che si chiama ancòra PSIUP), né adesso né in séguito, difendendo una linea radicale anche a costo dell’infamia, come si verificherà meno di dieci anni dopo.

All’inizio degli anni Cinquanta tra PSI e PCI – che complessivamente costituiscono il grosso de “Le sinistre” – non ci sono differenze di matrice filosofica, sennonché proprj del PSIUP sono la lotta per la democrazia e l’antistalinismo, oltre ad alcuni concetti marxisti e postmarxisti diversamente interpretati. È questo il caso dell’idea basilare di “neocapitalismo”, inteso come un capitalismo affatto nuovo, e dunque non interpretabile con le vecchie categorie marxiste. Sennonché RP, che tra ’49 e ’50 ha tradotto in collaborazione con la sposa Giuseppina Saja il II libro del Capitale, quando utilizza, e lo fa spesso, l’etichetta “neocapitalismo”, è rifacendosi proprio alla lettera di Marx, evidentemente negletta dalla critica marxista comunista, più per convenienza che per ignoranza, dal momento che il neocapitalismo secondo l’accezione marxiana è una chiave interpretativa egregia anche per il cosiddetto capitalismo di stato di marca staliniana. Continua a leggere

638. Joan Sutherland.

12 Ott

Facile, quando si tratta un genere che ha conosciuto i suoi veri fasti cinquant’anni avanti, ritrovarsi più a commemorare che a trattare; ossia, trattando, automaticamente a commemorare. Jeri L’altrojeri (10 10 2010) è morta Joan Sutherland (1926-2010), che s’era ritirata nel ’91. Ha avuto un repertorio ricco ed ampio, di una settantina di ruoli, e ha cantato indefessamente per qualche decennio; ha inciso moltissimo, e ha lasciato moltissime testimonianze audiovisive di sue recite. Non aveva un timbro particolarmente attraente (il medium e le note gravi, intubati e privi di risonanze, hanno sempre avuto strane inflessioni senili), ma la sua preparazione tecnica era mostruosa. Cominciò sotto la guida della madre, che le insegnò secondo il metodo, abbastanza discutibile, di Mathilde Marchesi. Cominciò cantando ruoli wagneriani, l’opera contemporanea, e parti secondarie. Poi incontrò Richard Bonynge, suo marito, e la Callas, e rifece tutto da capo, reinventandosi come soprano di coloratura. Era specialmente a suo agio nel repertorio settecentesco (Handel su tutti) e in Donizetti, e in alcune parti molto congeniali, come Esclarmonde di Massenet, la sua opera preferita; mentre il cavallo di battaglia era Lucia di Lammermoor. Era alta più di un metro e ottanta, e aveva una basiola molto caratteristica, che ne faceva l’erede naturale di Nelly Melba e l’antesignana altrettanto naturale di June Anderson. E’ stata anche lei, come diversi altri presunti mostri sacri, un soprano, con tutta la sua portentosa preparazione, monco di Norma e di Violetta Valéry, due parti che cantò e incise e in cui non eccelse. Aveva pessima dizione, che via via si rivelò occasionalmente lesiva dell’intonazione: tendeva a “calare”. Svolse la sua carriera quasi interamente nel Regno Unito, negli USA e in Australia; cantò poco in Italia, e vi tornò di rado, eppure, tramite i dischi, anche qui era famosissima. Tutto questo fa sì che non sia facile trattare di lei in poche righe.

637. “Il cagnolino e il gatto”.

11 Ott

http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/d/d9/1808-miseries-life-catsitting-I-Cruikshank.jpg

Trattasi di un ricordo abbastanza remoto; riguardante persona di cui già credo aver parlato quissopra. M’aveva fatto riferimento ad un racconto, genericamente, forse una novella cinquecentesca (di quelle novelle di cui tanti esempj si sono dati, tra Grazzini, Giraldi Cinthio, Straparola plagiario del Morlini, Bandello, Da Porto, e insomma tutti quei nomi che si fanno sempre alla scuola a proposito della narrativa postboccaccevole, che nel Rinascimento ebbe tanta voga e tanto poche cose di momento produsse). Continua a leggere

636. Scheda: Lindqvist, “Lasciami entrare” (2004).

9 Ott

John Ajvide Lindqvist (1968), Lasciami entrare [“Låt den rätte komma in”, 2004], trad. Giorgio Puleo, Marsilio, Venezia 20061 e giugno 2010 per RCS periodici. Pp. 461 + ringraziamenti.

https://i0.wp.com/libreriarizzoli.corriere.it/is-bin/intershop.static/WFS/RCS-RCS_PhysicalShops-Site/RCS/it_IT/CorriereStore/VARIA/GY676/977112908544500008.jpg

Il romanzo è ambientato nell’inverno 1981 a Blackeberg, sobborgo di Stoccolma sviluppatosi quasi interamente negli anni Cinquanta: un luogo di misteri, è detto, inquantoché luogo di nessun mistero, privo di storia e di storie. In questo triste quartiere abita, con la madre, Oskar, 13 anni. I suoi genitori – la madre ansiosa e borghese, il padre affettuoso ma svampito e irresponsabile – si sono separati quando lui aveva 2 anni, e non hanno mai avuto altre relazioni. Di tanto in tanto Oskar rivede il padre, ma è una figura appunto assente e distratta (rituale durante i loro rari incontri a casa del padre è il pranzo con edredone: una volta Oskar si è rotto un dente per via d’un pallettone che non era stato levato dalla carne).

Oskar è vittima di bullismo: Jonny, un coetaneo mezzo delinquente, coadiuvato da Tomas e da un altro, gli dà il tormento ad ogni occasione, chiamandolo majale e costringendolo a grugnire. Oskar si piega ai loro giochi solo perché è l’unico modo che conosca per liberarsene in fretta. È nevrotico, e soffre di microperdite: ha ricavato da una pallina di gommapiuma quello che chiama “salvapipì”, una specie di sospensorio che gl’impedisce di bagnarsi mutande e pantaloni. Continua a leggere

635. Scheda: Accornero, “Dove cercare le origini del taylorismo e del fordismo” (1975).

8 Ott

Aris Accornero (1931), Dove cercare le origini del taylorismo e del fordismo. Estratto da: “Il Mulino” n° 241 – settembre/ottobre 1975. Società Editrice Il Mulino, Bologna 1975. Opuscolo di cc. 6, riproducenti le pp. 673-693 [+3 cc. bianche] della rivista citata.

https://i1.wp.com/www.ftu.edu/Frederick%20WinslowTaylor.jpgSi rifà ad uno studio di Villari, che tuttavia non risale alle prime origini dei fenomeni, e vede ancòra l’uno come perfezionamento dell’altro, mentre sarebbe necessario qualche correttivo ad una simile visione dei fatti. Il taylorismo nasce innanzitutto dagl’ideali produttivistici di un tecnico e teorico, laddove il fordismo è pratica imprenditoriale. Negli USA desiderosi di affrancarsi dalla sudditanza economica dalla Gran Bretagna, tuttora la prima potenza al mondo, nel 1903 Taylor teorizza ne la Direzione d’officina un’intensificazione della produzione che vada oltre la sinora apprezzata intensità motoria (il cosiddetto speed-up).

In realtà, l’industria americana aveva qualità specifiche totalmente distinte da quelle dell’industria francese (che era arretrata), inglese e tedesca dell’epoca: aveva infatti accolto dal vecchio mondo una quantità sterminata di manodopera, soprattutto non specializzata e, quando specializzata, abituata a gestire il lavoro in maniera autonoma, veramente pochissimo alienata, portandosi dietro atteggiamenti e malizie maturati nell’esperienza lavorativa d’oltreoceano: sicché ancòra nel 1911 Taylor, che lamentava che ancòra nessuna fabbrica USA aveva adottato il suo sistema, finalizzato ad una perfetta standardizzazione dei gesti, denunciava che in qualunque fabbrica del paese ogni salariato organizzava e svolgeva il proprio lavoro come voleva. Continua a leggere

634. Scheda: Varj, “Introduzione allo spazio. Relazione del Comitato dei Consulenti Scientifici del Presidente Eisenhower” [1958].

8 Ott

Varj, Introduzione allo spazio. Relazione del Comitato dei Consulenti Scientifici del Presidente Eisenhower. Stampatore APOLLON, per conto dello United States Information Service [, 1958]. Opuscolo di 24 pp. Contiene anche il testo d’un’Autorizzazione del Presidente all’esplorazione della Luna.

https://i2.wp.com/digilander.libero.it/fme/pic/introduzione.JPGNel novembre 1957 Eisenhower chiama James R. Killian, docente al Politecnico del Massachusetts, a coordinare il Comitato incaricato di collaborare col presidente a tutti i progetti scientifici. Il 26 marzo 1958 il Comitato, che comprende Isidor Rabi, Jerrold Zacharias e altri, produce il presente docuento, che fissa possibilità e limiti tecnici della ricerca spaziale. L’interesse di questo campo d’indagine risiede in 4 tipi di motivi:

 

 

  1. Curiosità umana, ed esaurimento degli spazj terrestri come campo d’indagine;
  2. Sicurezza, essendo necessario evitare che altri paesi si servano delle scoperte in questo campo col fine di danneggiare gli USA;
  3. Prestigio internazionale;
  4. Raggiungimento di una posizione da cui è possibile svolgere ulteriore ricerca sulla terra, sull’atmosfera, sull’universo.

Bisogna immaginare di scagliare un sasso imprimendogli una spinta di 24.000 km/h: in questo caso esso cadrebbe di là dall’Oceano. Con una spinta di 29.000 km/h farebbe il giro della terra tornando al punto di partenza, per proseguire il viaggio, e così via: la sua caduta coinciderebbe con la linea di curvatura della terra, e il sasso non cadrebbe mai: si direbbe che è entrato in orbita. Continua a leggere

633. Scheda: E. Foscari, “La rejetta” (in. XX sec.).

8 Ott

Ennio Foscari (?-?), La reietta. Grandioso romanzo storico. 3 voll. in-8°, 2880 pp. a numerazione continua; con 100 ill. nel testo. Editore non indicato, anno non indicato [1900-1910?]

https://i1.wp.com/lib.store.yahoo.net/lib/scripophily/gulfcoloradoandsantaferailwaycompanyvig.jpgSpiegato in 378 capitoli ed un Epilogo, il romanzo si svolge quasi interamente negli USA, salvo il I capitolo e l’Epilogo, che si svolgono nella località toscana di “B…a” presso il castello dei conti Abelardi. Quanto al tempo dell’azione, da indicazioni del II e del III volume, al “188…” è fatto risalire il matrimonio tra la protagonista Linda Abelardi in Gaddi e l’antagonista ing. Dino Gaddi, mentre due date dell’azione, che comincia 3 anni dopo il matrimonio tra i due, si riferiscono come “189…” e “19…”. Il romanzo non può tuttavia essere stato compilato molto tempo dopo il 1900: esempio comunque di letteratura strapopolare e commerciale, e quindi di letteratura attardata dallo stile ancòra segnalatamente ottocentesco e macchinoso, mentre dall’aspetto della carta sbriciolosa, della stampa e della legatura non sembra possibile datarlo a dopo il primo decennio dello scorso secolo.

La strabocchevole compilazione è un esempio – fortunosamente scampato ala legge della gravità come tutti gli esempj simili – di quella letteratura industriale che oscurissimi scribacchini fornivano ad un tot di pagine la settimana – mai meno di qualche decina – con tutte le conseguenze inevitabili in termini di convenzionalismo, ripetitività, piattezza, soluzioni ad orecchio, errori di erudizione e solecismi, sintassi contorta e costruzione delirante; ma non è mestieri il dire quanto proprio questi difetti costituiscano il motivo, un po’ stolto, di letture di questo tipo, unitamente alla genuinamente ammirevole energia di alcune descrizioni qua e là affioranti dalla fanga delle cose malriuscite. Continua a leggere

632. A Maria Verhoeven.

5 Ott

Per Maria Verhoeven

nel suo LVI compleanno.

Mille di questi giorni. Sia vicina
A te sempre e ogni dì la buona sorte;
Rida a te il cielo, e al tuo mai con vie torte
Invidj passo, e a chi con te cammina.
Abbi aperta ogni terra, e, ove confina,
Varchi t’apra benigna; apra le porte
Eremo dolce ove sia troppo forte
Rupe opposta a chi sempre peregrina.
Ha il mondo vie per cui fuggire, e anfratti
Onde sottrarsi a torme inseguitrici;
E ha paci in muri taciti e ritratti.
V‘han però, pure, umili sovventrici
Egide (tenui usberghi; & mai disfatti!),
Nell’idea, anche da lungi, degli amici.