629. Che vita, che vita.

14 Set

La settimana scorsa, sempre in tema di rami secchi, sono andato a cambiare avvocato. Non che conosca molto bene l’avvocata che avevo scelto: l’avevo scelta, se così si può dire, esclusivamente dietro segnalazione di una ragazza che fa praticantato nello studio di ess’avvocata, e non avendo motivo di preferire l’una (quella assegnatami d’ufficio) all’altra (l’avvocata che dovrei ancòra avere, credo), ho accettato di trasferirmi da quest’ultima. Ma, appunto, andandomene non voglio avere nessun filo diretto coi cazzi miei: per quanto mi risulta, l’inverno scorso l’ho sempre passato sotto i portici, e non un cane alzò un dito per me. Non che dovesse: ma, appunto, non l’ha fatto. Mi volgo all’indietro, guardo al passato, e vedo che è sempre quello. I quattro mesi invernali passarono proprio lì sotto, non sono cambiati di una virgola. Andò tutto benissimo, ci mancherebbe, e magari, volendo, potrei anche ripetere l’esperienza. Non mi chiedo, però, angosciato, “Fino a quando, mio dio?”, perché non è questo il punto – fino a che le forze lo consentano, è ovvio, o cose come la salute, o la tolleranza dell’attuale giunta, o della forza pubblica, o il mancato insorgere di complicazioni come una carcerazione, o un ricovero in qualche clinica per malati di mente. Non è questo il punto: il punto è che sono un disperso, la mia solitudine è grande assai, non faccio nulla per nessuno, nessuno fa nulla per me. Non c’è nemmeno una causa a cui pensi di consacrarmi, o uno scopo. A questo mi riferisco, coi rami secchi: non che facciano danno, ma è assolutamente meglio mollare tutto quello che non ha una funzione, uno scopo avvertibile, un fine apprezzabile. Non so se mi spiego.

Peraltro il trasferimento non è cosa semplice. L’avvocata “scelta” è un quarto di uno degli studj più prestigiosi di Torino; sono gente aperta mentalmente, tollerante, prendono in carico anche casi di figlj di papà che occupano fabbriche in rovina, scuole dirute e seminano la città di volantini antirazzisti perlopiù incomprensibili.

Quando si è trattato di ri-revocare, essendo di strada sono tornato allo studio dell’altra avvocata, quella assegnatami d’ufficio, e le ho detto che non sapendo bene a chi rivolgermi, altrimenti, per fare il cambio, le ho detto sic simpliciterque che volevo tornare con lei. L’avvocata teoricamente scelta è una donna alta, bionda, vaporosa, che mi ha fatto accomodare in una sala dal soffitto stuccato con un tavolo circolare, dove ci trattenemmo circa un’ora in un’atmosfera da scambio peritoso ai margini d’un ricevimento. L’avvocata assegnatami originariamente d’ufficio, che l’altra volta non vidi nemmeno di persona, è tozza, tracagnotta, mi ha portato in una sala non stuccata con un tavolo circolare di plastica trasparente e parlava come un’assistente sociale. Mi sono reso conto che si può prendere un marrone anche a chiedere una cosa semplice come un trasferimento.

Mi ha detto: “Ah, mi ricordo di lei, sì”, anche se mi chiedo come faccia – salvoché non abbia penuria di clientela – e quando, sedutici, le ho detto che volevo passare dall’altra all’una, ha fatto tanto d’occhj e mi ha chiesto: Ma perché vuol cambiare avvocata? Quella è un avvocato, sa! E ha aggiunto: Anch’io ho lavorato in quello studio. Le ho detto che mi dispiaceva anche un po’ – effettivamente penso che avrebbe potuto, volendo, fare un bucio tanto allo scrofone, ma che fa? – , ma che il problema non era con l’avvocata, ma con la praticante, insomma la consulente, con cui non volevo avere più rapporti – sarebbe stata lei a seguire il mio caso, con l’avvocata alle spalle a seguirla e a vedere se faceva bene. Beh, ho detto, io me ne vorrei andare, non vorrei lasciarmi dietro strascichi con persone che conosco, diciamo che c’è una specie d’incompatibilità. Voleva sapere che cosa fosse successo! Niente, ho detto, son cose che càpitano, no?

Mi ha proposto di annunciare la cosa, per chiarezza & riguardo, direttamente alla consulente e all’avvocata, se la cosa non mi risultava troppo penosa da un punto di vista personale. Ho corrugato le ciglia e ho detto che veramente non avevo avuto l’impressione, la prima volta, che la revoca fosse così complicata. Non poteva far lei? Ha voluto che le ‘ricordassi’ il nominativo della praticante, in modo da sentirla per telefono, e che poi tornassi nel tardo pomeriggio, verso le 18.00, così sapeva dirmi. Capiva, ha soggiunto, che uno non è mica sposato al suo avvocato – è una cosa che ha ripetuto più volte, tra l’altro – ma insomma.

Ma insomma che? Poco prima delle 18.00 ero nuovamente davanti allo studio, veramente non molto entusiasta di esser dovuto tornare. Però ero fiducioso, certo che la revoca fosse stata fatta e il cambio d’avvocato fosse ormai un dato acquisito. Mancavano ancòra dieci minuti quando l’avvocata è uscita dal portone, e me la sono trovata davanti. Ho chiesto come s’era messi, alla fine. Mi ha detto che l’avvocata era ancòra in vacanza, sarebbe tornata lunedì, cioè jeri, che andassi pure a firmare la revoca e a ritirare la documentazione; meglio di pomeriggio, disse, perché sicuramente sarebbe stata piena, al rientro, di questioni da sbrigare. E, si raccomandava, che non aspettassi troppo a portarle i documenti, perché altrimenti mi avrebbero assegnato un altro avvocato ancòra. Buono a sapersi, mi sono detto.

Io, poi, ho la maledetta spiccata caratteristica di procedere invariantemente sulla via segnata anche dopo che è conclamato che non porterà mai da nessuna parte. Dunque lunedì pomeriggio, docilmente, sono andato allo studio dell’avvocata che avrei scelto, e ho suonato al citofono. Mi ha risposto un uomo, a cui non so far corrispondere un nome particolare dei due nomi maschili sulla targa d’ottone all’esterno, che mi ha fatto salire per dirmi: 1. lo studio, veramente, era chiuso; 2. che, tuttavia, dicessi pure; 3. che l’avvocata s’era decisa tardi d’andare in vacanza, e non era mica ancòra tornata; 4. che non sapeva che documenti dovessero darmi, dato che per la revoca fa tutto l’avvocato scelto, non occorre che il cliente vada e venga da uno studio all’altro, basta un fax; 5. che telefonassi nel pomeriggio, che magari qualcosa saltava fuori; 6. che era spiacente, ma non poteva saper nulla, il mio nome nulla gli diceva.

Da tutto questo ho evinto, molto semplicemente – ma grazie, l’avevo capìto anche prima – che l’avvocata a cui m’ero rivolto per ultima non aveva nessuna intenzione d’assistermi, dal momento che avrebbe significato andare contro un’ex-collega, per giunta molto più brava di lei, e probabilmente sarebbe stata, se non una cosa esattamente rischiosa, sicuramente un po’ una figuretta di culo. E, ciò ch’è più importante, che in ogni caso un avvocato me l’assegnano. Che mi frega, allora, di fare tanti avanti e indietro?

In qualche modo mi frega eccome, perché la revoca, che io sappia, non è ancòra stata fatta.

Io, quando mi riferisco alle istituzioni e vado per ufficj, mi comporterei anche in modo ragionevole, per esempio quando sono stato all’anagrafe, o all’ospedale, ho sempre spiegato esattamente, quasi icasticamente, la situazione e le mie esigenze.

Come mai, però, non riesco mai ad avere risposte chiare?

Annunci

Esprimi pure (prego) la Tua garbata opinione!

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: