628. Rigoletto (dopo breve riflessione).

13 Set

Grazie alla segnalazione di Marco Palasciano, che avvertiva che una signora stava caricando l’intero Rigoletto televisivo di qualche giorno fa su youtube, ho potuto godere di questa meraviglia:

Prevengo: io non sono Elvio Giudici, non penso che il disco o il videosupporto di un’opera debbano avere valore pedagogico, ma questa produzione (comme d’habitude dovuta ad Andrea Andermann, credo che non esista per altro al mondo che le mondovisioni) è stata vista da un miliardo di persone. Mi sembra quantomeno discutibile propinare un Rigoletto tenore. Perché? Beh, non è solo il fatto che Verdi ha scritto la parte per baritono e non per tenore; e non è nemmeno per il fatto che Domingo di tanto in tanto si ritrova un po’ anfanante, almeno in questo “Cortigiani” – non ho ancòra ascoltato tutto, e nemmeno so se lo farò – ; in realtà anni fa affrontò anche Figaro, del Barbiere di Siviglia, e ha almeno sfiorato il Don Giovanni. Ma è vero anche che Figaro fu relativamente facile, perché ha una tessitura ambigua, e tenori sufficientemente scuri hanno affrontato spesso e volentieri (ma soprattutto nell’Ottocento, primo tra tutti Manoel Garcia, padre di Maria Malibran e di Pauline Viardot) il capolavoro mozartiano.

Verdi, invece, aveva una predilezione per la voce baritonale per il semplice fatto che è il registro di quasi tutti gli uomini: è il più naturale e il meno costruito. Verdi affida la sua verità o all’artificio del soprano drammatico d’agilità, se protagonista è una donna (Violetta Valéry), o alla prosa del baritono, se protagonista è un uomo (Rigoletto, appunto, e Simon Boccanegra è l’altro esempio inobliterabile). La scrittura vocale di Rigoletto non ha nessun’ambiguità: non è richiesto un baritono particolarmente acuto. E’ richiesto un baritono e basta.

Ne consegue che, a parte la fotografia dissennata – dio quanto odio il realismo all’opera – che mostra spietatamente questo povero (vero) vecchio che sputacchia fotoni galattici e postillons su un miliardo di poveri disgraziati, per giunta asfissiando di alitate fognarie il povero Marullo, che è fin troppo espressivo, la scena, che è benissimo cantata e tutto sommato ben recitata, con bella misura (Gobbi, il Rigoletto ottimo massimo, si rotolava in terra, sguindolava le braccia, rimbalzava sulla gobba), risulta poco incisiva proprio perché quello che canta non ha una voce abbastanza scura.

Non condivido affatto tutto quest’entusiasmo.

Non trovo nulla di meritorio nel continuare a portare avanti un genere che evidentemente, di per sé, lanterna magica dall’emblematica posticcia, rigida, commentizia, sublimata, non ha nulla da dire ai miei contemporanei. Sono operazioni che mi fanno venire in mente riesumazioni di cadaveri a fine d’oltraggio, di damnatio memoriae. Ci sento accanimento. Ci sento mancanza d’ironia romantica, mancanza di gusto per la punta secca, mancanza di amore per l’impostazione altoartigianale, mancanza di esprit de géometrie, mancanza di senso dell’astrazione. Se si deve continuare a riportare all’attenzione di un pubblico — suppongo tollerante, nel suo culturalismo generico e rispettoso, ma non partecipato — un genere così artifiziato facendo finta, chessò, di star girando un film, o di mettere in scena un dramma borghese, allora è meglio lasciar perdere.

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