620. Scheda: Reynolds, “Sporco e pulito. Storia ragionata degli apparati igienici e dei luoghi di decenza” (1943).

3 Set

Reginald Reynolds (1905-1958), Sporco e pulito. Storia ragionata degli apparati igienici e dei luoghi di decenza [“Cleanliness and Godliness: or The Further Metamorphosis. A discussion of the problems of sanitation raised by Sir John Harington, &c.“, 1943], trad. Francesco Saba Sardi, Sugar Editore, Milano genn. 1961 (2). Pp. 339 + ìndice.

Il cesso con sciacquone inventato da John Harington.

Opera, curiosissima e bellissima, compilata dall’autore durante la II Guerra mondiale, a Londra, nelle subsecività e nei momenti d’ozio forzato, parte nei rifugj antiaerei e ad ore improbe (persino alle quattro del mattino), sotto i bombardamenti.

Il libro, come reca il titolo inglese, è dedicato all’elisabettiano sir John Harington, del cui volume The Metamorphosis of Ajax [La metamorfosi d’Ajace], 1596, il presente testo dovrebbe essere una raccolta di postille scientificamente aggiornate. Lo Harington fu inventore di un cesso con sciacquone, pare il primo della storia moderna almeno, molto apprezzato dalla regina Elisabetta; benché sia la Grande, sia la regina Anna, sia la regina Vittoria avessero in dotazione cessi fondati su similare, modernissimo principio, l’introduzione del marchingegno in Inghilterra fu assai lenta e faticosa, fin verso la fine dell’età vittoriana. Il titolo dell’opera si spiega col fatto che Ajace discendeva da Saturno, che diverse fonti sono concordi – tranne qualcuna, come Plinio, che lo identifica con un parente di Priapo – nell’indicare come paredro di Stercuzio [1]; Saturno è dio delle messi, Stercuzio, complementarmente, quello della concimazione. Esistette anche una dea apposita per gli scarichi, Cloacina. Però dev’essere detto che i Romani, mentre avevano acquedotti e fognature all’avanguardia, non risolsero mai il problema degli scarichi con apparati similari, versando tutto semplicemente nel Tevere. Naturalmente i Romani hanno avuto una funzione-chiave nella storia del cesso; come tutti sanno, Vespasiano ha legato il suo nome ai cessi pubblici a pagamento, che erano grossi vasi di coccio. “Vespa” fu chiamato un modello di cesso all’inglese, prodotto ovviamente nelle famose Five Towns.

Harington tradusse anche in verso inglese la Regola sanitaria salernitana, dedicando l’opera a Giacomo I: ovviamente essa è piena di savj consiglj, tra cui quello di non trattenere mai la dejezione.

L’indicazione pliniana non è ovviamente del tutto in contrapposizione con quanto ìndicano le altre fonti. Per esempio l’equivalente di Cloacina presso gli Aztechi, una divinità detta anche semplicemente Toçi, “La nonna”, era anche dea dell’amore sessuale, come Priapo presso i Greci e i Romani. Al tempo di Cortés lo sterco, esposto in speciali canoe, era venduto come qualunque altra merce nei mercati.

L’autore, sul finale del libro, racconta di aver assistito all’apertura di un cesso antichissimo, o preistorico addirittura: il primo che tentò di varcare la soglia svenne, mentre il secondo dovette usare la maschera antigas. Un’altra volta, dice, pose a bollire il sandalo di un soldato romano in modo da farne uscire il sudore: il fetore era spaventoso. Non so se dica, qui, dassenno o da burla. Comunque sia, i maggiori igienisti tra i popoli primitivi scaricavano il ventre in apposite buche scavate nel terreno, a fine operazione richiuse con un congruo strato di terra.

Mohenjo-Daro, una delle città più importanti dell’India antica, è apparsa agli archeologi, non differentemente da Troja, come la sovrapposizione di più città, via via bruciate nel corso della storia e riedificate tutte sulle stesse fondamenta. Qui è possibile ammirare il Sentiero dell’Uomo Morto, un canale di scarico con canaline dalla copertura rimovibile, igienicamente assai evoluto.La pruderie vittoriana rese impossibile a diversi studiosi il riconoscere in detti scarichi gli scoli di una fognatura, e si disse che si trattava di canali di scarico per l’acqua piovana. Secondo alcuni, più radicali ancòra, Mohenjo-Daro non aveva fogne affatto. Cosa ovviamente impossibile; e anche gli Assiro-Babilonesi ne erano dotati, come, prima ancòra di loro, i Sumeri, presumibilmente i primi al mondo ad avere fognature.

In India, come in altre parti del mondo, lo sterco era usato, secco, come combustibile. Nella moderna Scozia, per esempio, lo sterco fresco era oggetto di gare di lancio contro le mura delle case coloniche, donde, una volta secco, era staccato per essere utilizzato proprio a questo scopo [2]. Non mancano, in effetti, anche impieghi ludici delle dejezioni; in un antico poema gaelico un’eroina è uccisa dalle compagne invidiose perché ha fatto il buco più grosso nella neve durante una gara di minzione. In generale, presso molte culture, una grande capacità e potenza vescicale e intestinale era considerata con ammirazione.

Gli Egizj sono noti per la grande pulizia e per l’abitudine ad indossare solo vesti candide – come avrebbe anche esortato a fare, a suo tempo, Gandhi, sostenendo che le vesti colorate, secondo la maniera occidentale, servono solo a nascondere la sporcizia, che sul bianco risalta sùbito. Ad un atteggiamento igienista, nel gran pacifista non faceva riscontro nessun atteggiamento sterilmente schizzinoso. L’autore ebbe il privilegio di conoscerlo; appena varcato l’ingresso, Gandhi gli venne incontro chiedendogli come stesse il suo intestino, mettendogli con ciò a disposizione la ritirata, secondo una consuetudine antica ed altamente civile. Un indiano non poteva vincere il proprio disgusto nei confronti degli Europei dopo aver saputo che solevano lavarsi i denti con un osso di cane munito di setole di porco. In molti paesi temperati suole lavare i denti con erbe adatte, o con un legnetto di olivo, soluzioni usa-e-getta certo molto più igieniche dello spazzolino.

Presso popoli antichi o “primitivi” la prescrizione era quella di pulirsi il sedere con sassi prima ed acqua poi – con sabbia in mancanza di acqua – , usando sempre la sinistra per quest’operazione, dal momento che con la destra si mangia. Quanto all’uso della carta, essa non ha convinto tutte le nazioni della sua igienicità. Secondo molti “barbari” non è necessariamente più pulita di altre cose. Secondo altri è intollerabilmente disgustosa l’idea di rimettersi in tasca un fazzoletto poc’anzi imbrattato del proprio muco. Se è per questo, l’autore riferisce anche d’un europeo che preferiva soffiarsi il naso con le dita, ritenendo che residui così vili non meritassero tessuti pregiati in cui essere depositati.

Gli Eschimesi, in compenso, solevano deporre i pesi del ventre nell’igloo, convivendo col fieto delle proprie feci. Massimi igienisti i Finlandesi, presso cui tutte le case, fossero pure le più modeste, erano dotate di baracca contenente la sauna; dopo essersi scaldati all’interno correvano poi sùbito fuori al freddo, a buttarsi nell’acqua gelata o nella neve.

Molti tra gli stessi animali non amano ripassare sopra le proprie feci. I gatti depositano i pesi del ventre sempre nello stesso angolo. I cani non mostrano nessuna schifiltosità. Ai rondinini è insegnato espressamente a defecare oltre l’orlo del nido.

L’acqua corrente è la sola impiegata da molti di questi popoli “arretrati”. L’acqua corrente ha tutt’altro potenziale pulente – anche dal punto di vista chimico – rispetto all’acqua ferma di un bagno; pratica, quella del bagno, da cui molti popoli sarebbero disgustati, dato che prevede che si stia immersi in acqua in cui sono sospesi i detriti della propria sporcizia.

In Cina, tradizionalmente, lo sporco sia animale sia umano, unitamente alle immondizie organiche, ha sempre avuto un uso intensivo e razionale nella concimazione dei campi; appositi portatori campavano la vita girando di casa in casa a ritirare feci ed urina, che pagavano in natura soprattutto con alimenti. Identico savio trattamento riservano alle feci i Tibetani e gli Hanzu.

In Giappone tradizionalmente lo scarico del ventre non era tabù. Un conoscente dell’autore in visita ad una famiglia giapponese fu immediatamente invitato a servirsi del bagno – salutare consuetudine comune, come già visto, cogl’Indiani – , ma fu impossibile per lui insediarsi senz’avere tutta la famiglia ospite intorno a guardarlo. A gesti riuscì a far capire di aver bisogno di un paravento, ma quello che gli portarono era troppo piccolo, e non copriva nulla. Se ne fece portare un altro, più grande, ma era di vetro! Alla fine rinunciò, e trattenne. In Occidente, come ognun sa, invece il nome degli organi fecali e delle dejezioni è tabù eccome. Reynolds ricorda l’enorme scandalo suscitato da uno che lesse ad alta voce la frase evangelica della trave nell’occhio tuo da un manoscritto in cui la “o” di “oculo” non era stata scritta dal copista. Ai tempi della regina Vittoria, notoriamente pochissimo tollerante in materia, furono sequestrate d’ufficio tutte le copie di un giornale in cui nella frase “The Queen passed over the bridge” una “i”, per refuso, aveva sostituito la “a”.

(C’è da parte di Reynolds, comunque, un atteggiamento ambivalente nei confronti della civiltà vittoriana; da una parte ne condanna la grettezza, la viscida interessata ipocrisia, l’avidità e la limitatezza; dall’altra vorrebbe rinverdirne l’autodirezione, che è insieme indipendenza e capacità di combattere per e contro la società insieme. E ne considera anche con nostalgia la metodicità, la cautela, il rigore. E, quando c’era, la dirittura. Riporta un aneddoto, recentissimo per lui che finisce di scrivere nel ’43, utile a dare un’idea del microclima cinico e cascante di quei giorni: due uomini sono abbordati dalle fioraje, che vendono mazzi il cui ricavato deve andare per sostenere la guerra. Uno dei due uomini acquista i fiori; l’altro, invece, mostra di avere già un fiore all’occhiello. Come spiega al primo, la raccolta fondi per la guerra è solo una scusa per far vendere alle fioraje, che altrimenti, dati i tempi che corrono, non venderebbero un bel nulla. Ma, per non far cattiva, figura, porta sempre un fiore all’occhiello, in modo da far credere di aver già dato, e dissuadere “altre puttane” dal batter moneta).

Gli Ebrei hanno nella Bibbia, indicate con molta esplicitezza, norme precisissime in fatto d’igiene; e nella Bibbia sono presenti accenni ad una zona di Gerusalemme antica definita Porta del Letame. Altrettanta precisione si nota nelle prescrizioni igieniche islamiche – il Corano impone la pulizia come preliminare indispensabile alla preghiera, per cui l’orante deve prima lavarsi i piedi, le mani e la faccia – e indù, mentre il cristianesimo ha spesso identificato santità e sporcizia, come dimostrano tra gli altri Caterina da Siena che trattenne le feci per il signore, e Francesco d’Assisi, che considerava una superfluità lussuosa la pulizia del corpo.

Un antico proverbio inglese prescrive di lavarsi le mani tutte le volte che si può, i piedi una volta la settimana, la testa mai.

Nel Medioevo la mancanza di canali di scolo rendeva inevitabile l’uso delle strade come fogne. La novella di Andreuccio da Perugia del Boccaccio narra come i cessi a Napoli fossero sistemati su ponticelli che correvano da un muro all’altro dei vicoli: in uno di questi vicoli appunto Andreuccio cadde. E quando i due ladri vollero portarlo con sé per un furto, lo mandarono a lavarsi, non tanto inquantoché sporco e quindi, potenzialmente, pericoloso, ma inquantoché solo puzzolente. A Londra, ancòra secoli dopo, non era consentito il transito in certi orarj perché erano quelli prestabiliti per il votamento dei vasi; da qui, forse, viene l’abitudine per gli uomini di riservare a sé il lato esterno del marciapiede, inquantoché i lancj nelle intenzioni erano più verso il centro della strada, dove davano meno disagio. L’uomo in antico era disturbato più dal fetore delle dejezioni che dal loro potenziale infettivo, che perlopiù ignorava. Già la donna romana era solita mangiare trementina per conferire all’urina un sentore di rosa, e l’abitudine continuò anche dopo che si seppe che a causa d’essa in 5 anni si moriva di una dolorosa malattia di reni [3].

Come riporta nel XV secolo Poggio Bracciolini, i bagni pubblici, coerentemente con la demonizzazione della pulizia corporea, erano sostanzialmente case d’appuntamento, e perciò erano molto malvisti.

La regina Elisabetta prendeva il bagno una volta al mese, con questo mostrandosi comunque molto più pulita di molti predecessori. Giacomo I, venatore arrabbiato, amava tanto cacciare da non scendere d’arcione nemmeno per scaricare il ventre, dimodoché la sera i servitori dovevano faticare parecchio a ripulire la sella.

Secondo Swift la fistola anale di cui Luigi XIV sofferse tanto a lungo condizionò la politica europea. Luigi il Grande era solito dare udienza seduto sulla comoda. E’ un’abitudine che anche Dekker, molto tempo prima, consiglia, come buona occasione per socializzare.

Ci fu uno che si fece mettere un’intera biblioteca nel bagno, che era sistemato in una stanza da lui denominata “Sala delle Dame“, per qualche motivo. Comunque fosse, il nome era sbagliato, come gli fece notare appunto una dama, essendo quella di lèggere al cesso un’abitudine del tutto maschile. Un altro fece una cosa simile, unendo però l’utile all’utile, perché non si limitava a lèggere, ma memorizzava i classici latini che leggeva in ritirata, obbligandosi a imprimerseli rapidamente per poter usare poi le pagine per nettarsi il fondamento.

Per qualche motivo, Reynolds disse che aveva sicuramente ragione quella dama che disse al dott. Johnson ch’egli emanava odore [4]. Il letterato, comunque, le rispose: “Signora, lei emana odore; io puzzo“. Sempre nel XVIII secolo, Diderot & D’Alembert riportano che tra gli Spagnoli era in uso nettarsi i denti con l’urina [5]. L’uso della seggetta negli USA dev’essere probabilmente attribuito a Beniamino Franklin.

Quando nel XIX secolo furono introdotti mezzi di filtrazione e depurazione in un villaggio inglese, una vecchia insoddisfatta disse che non sapeva come si potesse chiamare acqua quell’acqua che non aveva né sapore né odore. L’atteggiamento culturale borghese nei confronti dell’igiene personale è radicalmente cambiato in séguito all’introduzione e alla diffusione di bagni attrezzati. La tendenza in àmbito proletario o piccoloborghese è stata quella di vantarsi di prendere anche uno o due bagni al giorno anche quando il cesso non era dotato di una vasca né di comodità atte a consentire tanta pulizia.

Durante la guerra di Crimea, i soldati francesi avevano l’abitudine di scoprire il petto ai nemici orientali uccisi, per ammirarne il biancore. L’autore non stima gran cosa il senso dell’igiene francese. Secondo lui lezzo di fogna, tabacco (francese) e aglio costituiscono il bouquet inconfondibile di Parigi [6].

La grande riforma igienica per l’Inghilterra è stata fissata da Reynolds al 1875, data dopo la quale cominciarono a diffondersi, col fine di evitare le sporcizie in strada, i vespasiani; essi sono stati oggetto di una ricca letteratura, stando ai graffiti dei numerosissimi visitatori da allora succedutisi nei tipici gabbiotti aperti. Però, originariamente, essi erano solo destinati agli uomini; i vespasiani utilizzabili anche dalle donne furono introdotti e diffusi con una fatìca enorme; era peraltro anche diffusa la falsa, strumentale, convinzione che le donne avessero una capacità di resistenza molto superiore ai maschj. Con la diffusione dei vespasiani ebbe origine anche una speciale forma di voyeurismo, di cui ci sono precoci testimonianze, ovviamente soprattutto francesi.

L’effetto più sensibile comportato dalle secrezioni e dalle escrezioni, vale a dire l’odore, ha un suo ruolo nei varj razzismi nazionalistici. Un medico francese, nel 1917, teorizzò che i germanici fossero soggetti a polichessia (eccessiva defecazione) e bromidrosi (puzzo di sudore); alcune spie furono identificate e uccise sulla base di questi criterj scientifici. Il medico responsabile di essi criterj sezionò quindi i cadaveri, scoprendo che avevano l’intestino di 3 m. più lungo del normale. Ammise che anche alcuni francesi avevano le stesse caratteristiche, ma spiegò questo fenomeno col fatto che tiravano più al tipo germanico che al celtico.

Reynolds nota che le dittature non hanno cambiato nulla delle pregresse abitudini dei popoli europei. I Tedeschi erano piuttosto puliti e hanno continuato ad essere tali anche sotto Hitler; mentre gl’Italiani sotto Mussolini hanno continuato ad essere uno dei popoli più sudici d’Europa. Una conoscente dell’autore, russofila arrabbiata, ebbe mezza scardassata la fede nel sol dell’avvenire e sul regime staliniano dopo aver visto le condizioni pietose dei cessi russi, specialmente fuori Mosca, ancòra relativamente pulita sotto quest’aspetto.

Poco prima delle azioni di guerra, durante il II Conflitto, i soldati giapponesi avevano l’obbligo di prendere un bagno caldo, per ridurre il rischio d’infezione in caso di ferimento.

E’ noto il fenomeno di violente scariche di feci molli in séguito a forti emozioni. Un amico dell’autore fu in Norvegia, dove dovette usare una ritirata che – se ne accorse trovandosi a guardare dal buco dello scarico – era una baracca di legno sospesa su un vuoto di 400 m., sotto cui si stendeva un fiordo, con in vista le rocce e il mare. Il timore che il pavimento di legno si sfondasse lo fece uscire sùbito, e rinunciare a scaricare il ventre; un effetto paradossale, nota Reynolds, perché a rigori proprio lo spavento avrebbe dovuto sciogliergli le budella.

Tra i personaggj famosi morti al cesso si ricordano Edmondo Ironside re d’Inghilterra, pugnalato nelle terga, e il vescovo Ario, che proprio sul punto d’essere riaccolto nella chiesa grazie alle pressioni che su essa aveva cominciato ad esercitare Costantino imperatore, fu preso da torcimento di budella, e, riparato in un cesso, lì morì. Pare abbastanza evidente che fosse stato avvelenato, ma il card. Newman tenne per fermo che la morte dell’eretico fosse opera della provvidenza.

Le abitudini umane in materia di deposizione dei pesi della vescica e del ventre non sono affatto prevedibili ed automatiche. L’antropologia scopre usanze difformi presso i più disparati popoli. Presso alcuni popoli sono le donne ad urinare in piedi e gli uomini ad urinare accovacciati; presso altri è prescritta la copertura di alcune parti del corpo durante l’operazione, come i piedi, o la testa.

Reynolds riferisce anche delle condizioni degli ospedali inglesi dell’epoca. Benché non sia affatto convinto con Groddeck che tutte le forme di stipsi abbiano origine psicologica (non dopo una dieta esclusivamente basata sulla tapioca, o il riso brillato, o altri carboidrati senz’apporto di vitamine, com’era consuetudine negli ospedali dell’epoca), riferisce che gli unici casi di stipsi da lui sofferta risalgono a sue permanenze in ospedali: padelle, pitali e pappagalli recavano regolarmente tracce d’uso, e, per pretesa igiene, i pappagalli in particolare erano consegnati chiusi in sacchi di juta ovviamente sempre lercj. Del pari, le coperte usate a mucchj per indurre sudorazione erano sempre fetide, &c.

Negli anni Venti il regolamento in tale materia in vigore nelle carceri inglesi era restrittivo e contraddittorio al punto da rasentare la tortura. Teoricamente i prigionieri erano autorizzati a pigiare un campanello per essere portati a fare i bisogni, ma di fatto ne erano dissuasi dai secondini, sicché finivano col farla tutti nello stesso pitale, che ammorbava la cella. In altri casi avevano addirittura disposizione parallela di tener pulito il proprio vaso, ma non avevano acqua con cui pulirlo, sicché alla fine erano costretti a trattenere.

Freud sostiene che il bambino non ha orrore delle proprie feci, e che le considera parte di sé, e tende, prima che gli adulti lo educhino a disfarsene con schifo, a trattenerle. Nella Bibbia si riferisce di Baal-Peor (da cui il diavolo Belfagor; c’è poi anche Belzebub, signore delle mosche, per gli Ebrei direttamente Belzeboul, signore dello sterco) i cui riti prevedevano che, in segno d’omaggio, i fedeli postergassero il dio e gli defecassero sugli altari.

Fino alla prima età moderna, e anche dopo, le ricorrenti pestilenze non sono mai state collegate con il permanere dell’immondizia nelle città e vicino agli abitati. In tempi più vicini a noi la situazione si è squilibrata nel senso opposto, col risultato che l’immondizia che potrebbe essere utile – di qui il sagace riferimento del titolo a The further Metamorphosis, “La metamorfosi ulteriore” – è totalmente rimossa, e si cerca vanamente di recuperarne le virtù attraverso la sintesi chimica. L’igiene e la tabuizzazione dello sporco hanno portato alla sterilità.

Lo sterco è fondamentale al mantenimento della vita, innanzitutto come fertilizzante. Reynolds considera un punto di approdo importante nella storia del riutilizzo dei rifiuti l’esperimento di un sig. Davies a Letherhead. Questo villaggetto inglese, negli anni a ridosso della II Guerra, era stato riguardato da un incremento della popolazione di ben 254 unità, che aveva portato grossissimi problemi nello smaltimento dei rifiuti. Davies aveva raccolto rifiuti e dejezioni in camere aerate, dove l’impasto era tenuto umido in modo da consentire ai batterj una rapida demolizione dei composti del carbonio. Il risultato, ricco di nitrogeni, era d’odore e consistenza del tutto tollerabili, una specie di pasta bruniccia che permise, impiegata come concime, raccolti eccezionali, con aumenti esponenziali nella produzione di rose, fragole, e cipolle grosse il doppio di quelle ottenute prima del trattamento. Nei coltivi da cui è sparito ogni apporto di feci animali i risultati negatìvi non si sono fatti troppo aspettare: terre servite al pascolo di ovini e bovini, private delle feci dei loro visitatori, si sono demineralizzate, dando impulso all’industria dei fertilizzanti chimici, che non valgono quanto le feci e che hanno controindicazioni pesanti. Né bisogna dimenticare la differenza che intercorre tra feci e feci, in base all’alimentazione: è stata sperimentata la concimazione con feci di polli allevati in batteria e feci di polli allevati a terra, e le feci di quest’ultimi hanno consentito raccolti patentemente migliori e più abbondanti.

In Birmania era ed è considerata una ghiottornia un grosso verme coprofago raccolto nelle latrine, da mangiarsi fritto. Se il lettore europeo se ne disgusta, dovrebbe pensare a come sono alimentate molte peschiere sul Continente: per esempio il pesce azzurro di Berlino, che è una raffinatezza, è allevato in peschiere direttamente collegate alle fogne.

Lo stile, fiorito e franco insieme, è reso superbamente in italiano dal gran Saba Sardi con la consueta ricchezza lessicale (dove il fiorentino “chiusuolo” s’alterna col lombardesco “boascia” che convive col francesismo medievale “zambra“, &c.]; peccato, nonostante questa sia già la 2.a edizione (la prima è del 1960), la quantità spaventosa di errori di stampa. L’iconografia reca alcune immagini di apparecchiature per bagno e vespasiani fin-de-siècle italiani, di ditte milanesi, &c., che suppongo ci siano solo nell’ed. italiana. [05 07]

_________________

[1] Laddove vedi la rispondenza fonica con la divinità etnica meridionale, e stercoraria, degli Egizj, il deforme nume Seth.

[2] Se è concessa una giunta da parte dell’estensore – Reynolds rammenta alla fine di non aver messo proprio tutto il predicabile nel suo bel trattatello – , egli ricorda aver letto ne Il cantante d’opera di John Rosselli, forse la migliore monografia sulla figura storica di questo particolare tipo d’artista, delle sorelle Tesi, molto famose nel Settecento, che erano di quelle cantanti di cui Carla Gavazzi avrebbe detto che “non discendevano mica da magnanimi lombi”: costoro, ancòra nei giorni della loro gloria, erano chiamate Le Polpette, perché prima di essere scoperte e lanciate sulle scene di tutt’Europa erano campate inseguendo i cavalli per le vie, e raccogliendo i cacazzoni da costoro ammollati sul selciato, che poi compattavano, formando panetti o, appunto, “polpette”, come allusivamente si diceva, rivendute poi come combustibile povero, succedaneo del carbone che la gente d’infima condizione non poteva consentirsi di comprare.

[3] Ricordo una variante meno suicida della profumazione artificiale delle feci, che si trova nell’Artusi, che consigliava a chi avesse mangiato asparagi la sera, e si sa come gli asparagi acutizzino il sentore di ammoniaca dell’urina, di versare poca tintura di jodio nel vaso da notte; sostenendo che mingendovi dentro essa tintura avrebbe sprigionato “un grato odor di violetta“.

[4] Eppure dal Boswell veniamo a sapere che il dott. Johnson faceva il bagno freddo tutte le mattine alle 5.00. Aveva, però, le unghie nere. Ciò è anche ricordato nelle Letture inglesi di Tomasi di Lampedusa.

[5] Ma l’abitudine spagnola è molto più antica, come si evince dal personaggio di Egnazio, sul cui candido sorriso Catullo ironizzò molto. Anni fa Eleonora Brigliadori divenne sostenitrice, abbastanza contestata, dell’urinoterapia; in una lettera aperta recò tra le pezze d’appoggio storiche anche il ricordo di Catullo che, tuttavia, non fu esattamente un sostenitore di questa pratica medica.

[6] Ricorda anche l’incipit di Les Hommes de Bonne Volonté, di Jules Romains, il romanzo-monstre che comincia alle soglie della Prima guerra mondiale; incipit dedicato appunto al fetore di fogna che permeava, in quei giorni, tutta Parigi.

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